Jarro (Giulio Piccini).
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LA FIGLIA DELL'ARIA.
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ROMANZO.
1887. Fratelle Treves Editori, MILANO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale Liber Liber.
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PRESENTAZIONE.
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La figlia dellaria, uscito nel 1884,  lultimo romanzo della serie che ha come protagonista il commissario Domenico Arganti detto Lucertolo. Questa volta linfallibile commissario, ormai sessantenne,  in pensione e le indagini sono affidate al figlio, anche lui di nome Domenico, delegato della Questura di Milano e detective privato. Il giovane protagonista  chiamato a risolvere un ricatto nel quale  coinvolta una celebre trapezista, e le indagini si sviluppano tra il mondo circense e gli ambienti aristocratici della Milano postunitaria.
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Bench in questo ultimo romanzo le comparse di Lucertolo siano rare, la sua figura resta comunque una presenza costante, continuando a rappresentare per il figlio un riferimento fondamentale. Nel corso dellintricata vicenda, infatti, vediamo il figlio chiedere spesso consiglio al padre, che si trova a Firenze, attraverso un fitto scambio epistolare. Lucertolo ha cos modo di mostrare le sue strabilianti capacit, riuscendo a trovare tracce e indizi senza essere presente nel luogo del delitto: circostanza, questa, che anticipa il modo di operare di un altro noto protagonista del genere poliziesco, linvestigatore Nero Wolfe, famoso per risolvere i casi dal proprio studio basandosi solo sulle informazioni raccolte dal suo assistente.
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L'AUTORE.
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Nella copiosa produzione di Giulio Piccini, alias Jarro, erudito, giornalista e critico teatrale, occupano un posto di particolare rilievo i quattro romanzi che vedono come protagonista lispettore di polizia Domenico Arganti, detto Lucertolo, primo investigatore seriale della letteratura italiana. Questa figura di investigatore, entrato per la prima volta in scena in Lassassinio nel Vicolo della Luna (1883) come semplice poliziotto di quartiere della Firenze granducale, e che vediamo avanzare di carriera nel corso dei quattro romanzi, guadagnandosi notoriet e rispetto, fino a diventare commissario, rientra a pieno titolo tra i primi esempi di detective moderno nel panorama europeo, precedendo pure di qualche anno lapparizione di Sherlock Holmes di Conan Doyle.
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L'intera serie dei quattro gialli pubblicati dagli Editori Fratelli Treves tra il 1883 ed il 1887  composta da: L'assassinio nel Vicolo della Luna. Il processo Bartelloni. I Ladri di Cadaveri. La figlia dell'aria.
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PROLOGO.
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Era sul cadere dell'anno 1858.
Un vento ghiaccio imperversava quella sera nelle strade di Milano, tutte coperte di neve.
Tre finestre al primo piano di una casetta, in via Fiori Scuri, erano illuminate: gli abitanti nelle case circonvicine udirono sino ad ora inoltrata un suono di violini, grida di en avant les cavaliers! en avant les dames! grande chane! chane des dames! balancez!... e altre: e un frastuono di allegre conversazioni.
Non essendo chiuse le persiane, n le imposte delle finestre nel quartierino dove era la festa, si udiva pure di tratto in tratto il rumore che facevano, strisciando sul pavimento, i piedi de' ballerini.
Nel vicinato tutti sapevano che Eufrosina Delber, figlia di Carlotta Delber, si era sposata la mattina con un giovane cavallerizzo russo.
Carlotta Delber dimorava da pi di dieci anni in via Fiori Scuri. Arrivata a Milano con una bambina di circa nove anni, si era stabilita in quella casetta, vivendo sulle prime molto a s. Non si sapeva donde fosse venuta: se fosse vedova, o separata dal marito, o se avesse avuto marito: parlava con la bambina in tedesco, e riceveva lettere dalla Prussia.
In breve la chiamarono la prussiana.
Avea circa trent'anni ed era bellissima, di una bellezza poetica e severa: con una certa gravit nell'incesso e nei modi.
Vestiva sempre di nero, e per lunghi mesi non contrasse dimestichezze di sorta: nessuno le faceva visite; e se parlava a taluno per necessit, era cos riguardosa da sembrare che le parole le uscissero dal labbro a grande stento.
Nel bel volto, pallidissimo, le si scuopriva una espressione di melanconia, che il rendea pi aggraziato, temperandole ci che nella fisonomia aveva di duro e d'austero.
A poco a poco cominci a appiccar conoscenze, ma si capiva che le persone pi discrete erano quelle che pi le andavano a grado: scansava ad arte tutte le domande, che le potessero esser mosse sul suo passato; non diceva mai verbo del marito, della famiglia, dei paesi ove era dimorata.
Incuteva rispetto di s, e stava tanto in sulle sue, che a nessuno bastava l'animo di ricercarla con domande importune; e in certe congiunture aveva dato prova di saper far morire in bocca ad un avventato parole men che prudenti.
Si era lasciata andare a contrarre qualche relazione per amore della figliuola. Le era stato agevole il rimanersi sola, appartata, sino a che la bambina non ebbe bisogno di maestri, ma venne il tempo di metterla a scuola, volendo ella darle un avviamento, e la madre amorosa rinunzi alla solitudine, che sembrava avesse per lei tante attrattive.
Parl con maestri e maestre, e siccome Eufrosina era un caro, avvenentissimo angioletto, ebbe subito compagne che la presero in affezione. Sua madre volle conoscerle, la indirizz ad amare pi di tutte quelle in pi povero stato, e di tanto in tanto le invitava nella propria casa.
Ella spirava tal dignit da tutta la persona, parlava con voce s insinuante, aveva negli sguardi tanta dolcezza, che le fu facile cattivarsi il cuore delle madri di alcune tra le pi buone condiscepole di Eufrosina. Coltivava la figliuoletta come il giardiniere coltiva una pianta delle pi rare, sollecito di premunirla dai subiti commovimenti della temperie, dai contatti impuri, perch cresca incontaminata, libera in tutto il rigoglio della sua natural leggiadria e serbi intatto il profumo.
In dieci anni, andando molto cauta, avea procacciato a s e alla figliuola buon numero di oneste relazioni.
Non voglio dire che qualche cosa non si buccinasse di lei: un mistero c'era in quella donna: di primo acchito tutti venivano in uzzolo di volersene chiarire, ma ella si dimostrava cos affabile, cos buona, si diportava con tal garbo, che i pi, senza pensare ad altro, badavano soltanto alle gentili e belle qualit di lei, e n'eran ammaliati, sedotti.
Alcune donne, di costumi un po' leggieri, che volentieri le si sarebbero avvicinate, essa avea tenuto in disparte. Costoro non le perdonavano.
Per opera di queste vipere andarono attorno storielle curiose.
Si ripeteva cos sommessamente che Carlotta Delber, sotto apparenze cotanto vereconde, nascondeva un cuore molto dissoluto.
Pigliava sembiante di matrona, ma era stata ben altro. Era stata una saltatrice, una di quelle donne, che si fan vedere mezze nude ne' teatri, ne' circhi, e di cui tutti conoscono le gambe fino alla giarrettiera, e il petto fin dove nonpotrebb'essere conosciuto.
Avea avuto tanti amanti: gran signori, artisti, poeti: si era burlata di tutti, ma dopo averli presi tutti molto sul serio. E la ragazza che teneva con s?
Oh, uno de' soliti romanzi di queste sciagurate! mormoravano le castissime impudiche, le Lucrezie, che prima di andar correndo per gli angiporti della Suburra, si cuopron le testoline con la parrucca di Messalina.
Esse non possono patire le sciagurate, come le chiamano, le quali scuoprono met dei loro corpi nei teatri e nelle arene: no, ad esse non piace far le cose a met, ma conoscon le industrie e in certi momenti in cui perdono, se non la testa, la gonnella, chiudono le finestre, le porte, tirano le tende e rizzano i paraventi....
Il battaglione delle nemiche (ogni bella donna lo ha, e agguerrito contro di s) facea fuoco a tutta possa: ma Carlotta Delber viveva cos rigidamente, con tanta virt, che le sue assalitrici sciuparon le polveri.
Ella rimase nella sua serenit, nella sua soave melanconia, eroica nel suo dovere di madre. E poich non ambiva fare sfoggio della sua bellezza, anzi si studiava occultarla, con la modestia del vestito e delle abitudini: poich rinunziava di suo grado ad essere una concorrente nel gran mercato della imbecillit umana, su cui speculano tante appassionate e accorte creature: dopo un certo spazio di tempo la lasciarono in pace, e nulla era stato appurato contro di lei. Rimase con le sue tranquille e ormai provate amicizie. Non aveva vissuto con sfarzo, sempre bens con sufficiente agiatezza: ad un tratto parve che questa agiatezza le venisse a mancare.
Allora divis di prendere in affitto due stanze nel quartierino che abitava in via Fiori Scuri. Un vecchio signore tedesco prese in affitto quelle stanze. Era anch'egli uomo un po' misterioso: usciva sempre solo, di rado parlava; in sei anni non conobbe alcuno nel vicinato, poi disparve senza che Carlotta Delber dicesse mai dove era andato.
Ma essa avea migliorato condizione.
In quel periodo di tempo fu detto che Carlotta Delber avesse amato il vecchio meglio che come inquilino.... Una serva della casa raccontava che tutte le sere, coricata la ragazza, il vecchio e la signora si rinchiudevano inun salotto, e parlavano insieme talvolta sinoalle prime ore della mattina.
Aggiungeva che una sera entrata d'improvviso per servire il t, aveva sorpreso la padrona con una mano abbandonata tra le mani del vecchio.... Una notte essendosi alzata, si era accostata in punta di piedi all'uscio del salotto socchiuso e aveva veduto, diceva lei, la signora con la veste da camera un po' discinta sul dinanzi, mostrando un paradiso di forme.
Che donna! batteva e ribatteva la serva. Non ho mai visto donne pi belle di quella.
Ma la serva era stata licenziata, e forse sfringuellava a quel modo per far bandiera di ricatto: poich alle serve licenziate non  da credere, come non  da credere a' Pitagorici, sentenzianti che la felicit dell'uomo consiste nel bever acqua.
Una settimana dopo che il vecchio fu partito, arriv in Milano una Compagnia equestre.
Di essa era principalissimo ornamento un cavallerizzo, di nome Alfambickow, che sapea far cose prodigiose.
Non si seppe come, ma il celebre artista and ad abitare le due stanzette nel quartierino in via Fiori Scuri.
Vi stette un mese; poi dov seguitare la sua Compagnia.
A Milano era stato applaudito, acclamato, e si pu dire onorato (contuttoch a que' tempi i saltimbanchi non si facessero commendatori!). Dicono che ricevesse letterine, fragranti d'ambra e di benzuino, con stemmi, bestie araldiche e corone, poich in certe classi sociali le bestie fanno capolino dappertutto, e le donne di quelle classi incoronano tutto (Dio voglia che mi perdonino) cos volentieri! Dicono che ricevesse fiori, gioielli, sonetti; che udisse per tutto dove andava, sospiri intorno a s, ma il grande Alfambickow non si commosse.
Quando non era al Circo, era in casa; e di casa usciva appena due volte il giorno.
Sergio Dimitri Alfambickow non si dava briga delle belle che sospiravan per lui: per lui i poli del mondo, le stelle che ormai lo dovevano guidare nel mar della vita, erano i due ammalianti occhi di Eufrosina.
S'eran veduti, compresi, amati. E Dio sa se il comprendere in certe situazioni  difficile: me ne appello a tutti gli uomini a' quali un labbro gentile ha rimproverato in circostanze scabrose, ma indimenticabili, di mancare d'intelligenza.
Eufrosina era, a dir poco, stupenda. Alta, snella, capelli neri, che sciolti le ricadevano sino al ginocchio, occhi nerissimi, il volto sempre soffuso di un lieve pallore, il naso arditamente arcuato, la bocca piccola, vermiglia, una fossetta nel mezzo del mento, le spalle ampie, diritte, il seno ricco, di una curva squisita; e un portamento altiero e vaghissimo del capo; un andar risoluto, quasi con certo piglio di amabile sventatezza e insolenza, come sovrana tra uomini, obbligati per destino ad inchinarla.
Cuore ardentissimo e pur mite, era impossibile svellerne un sentimento, che ella vi avesse accolto: carattere tenace: fantasia innamorata di tutte le cose delicate, bizzarre.
Sergio Dimitri part, giurando di tornare; e tenne il giuramento. Pare che in Russia gli uomini, quando hanno fatto giuramenti alle donne, abbiano la debolezza di mantenerli.
Era tempo che tornasse! Eufrosina aveva tanto sofferto per l'assenza di lui; la gelosia la rodeva: si logorava in ismanie continue: nonostante il profondo affetto per sua madre fu pi volte in procinto di fuggire.
Carlotta Delber sulle prime fu tutta intenta a distornar la figliuola da quello, che essa reputava un amorazzo; ma al vederla cos deperire non gli dette il cuore di angustiarla e consent scrivesse all'amante ch'ella non lo avrebbe rifiutato come figliuolo; e al suo arrivo lo avrebbe accolto a braccia aperte e si sarebbe celebrato il parentado.
Circa le due della mattina la festa nella casetta in via Fiori Scuri era finita.
A uno a uno, gl'invitati se n'erano andati, non senza prima congratularsi di nuovo con Sergio e con Eufrosina che erano sposi da poche ore, e prorompere in que' frizzi, in que' motti pi o meno velati, che chiamano il rossore sulle guancie delle giovani spose.... il primo giorno del matrimonio.
Quando furon soli, in mezzo ai lumi, non ancora spenti, e ai fiori della festa, Carlotta Delber, cui tremolavano tra le palpebre due lagrime, abbracci in un solo amplesso la ragazza e il giovinotto; esclamando con insolito accento di tenerezza:
Figliuoli, siete dunque felici?
S, s, mamma! risposero i due giovani coprendole di baci il volto e le mani.
E allora che Dio vi benedica... vi benedica sempre....
E la povera Carlotta ruppe in veri singhiozzi di consolazione.
Per alcuni minuti, tutti e tre stringendosi insieme, piansero di quel pianto che  balsamo dell'animo, e che si versa s di rado, poich  pianto ispirato dalla gioia.
Buona notte, figliuoli! disse finalmente Carlotta. Andiamo a letto!
Come se ambedue avessero obbedito ad una voce interna, che si fosse fatta loro udire al medesimo istante, Sergio e Eufrosina si gettarono ginocchioni ai fianchi della loro madre.
Carlotta, maestosa nella sua matronale bellezza, pos le mani sulle teste de' due giovani, e cogli occhi in alto mormor una di quelle preghiere che dal cuore delle madri par che volino ratte al trono di Dio.
Figliuoli, il Signore vi aiuti sempre, disse con voce tremante. Imparate ad amarlo e temerlo, e in lui amatevi... anche quando questa povera donna non sar pi qui a benedirvi... sar morta!
Alla sua voce rispose uno scoppio di pianto.
Eufrosina e Sergio le stringevano le ginocchia.
Buona notte, figliuoli! ripet Carlotta dando loro mano ad alzarsi, e di nuovo stringendoli fra le sue braccia.
Buona notte, mamma!
Buona notte!
I due sposi si avviarono verso la camera nuziale, che li aspettava, tutta illuminata.
Carlotta si diresse verso la propria camera, nella quale accanto al suo era tuttora il letto di Eufrosina.
Ebbe una stretta al cuore, vedendo quel letto vuoto per la prima volta dopo tanti anni.
Qualcuno era dunque riuscito a rapirle in parte e a disputarle l'amore della sua unica figliuola?
Un altro pensiero la crucciava.
Le era parso che Sergio fosse stato inquieto durante la festa: due o tre volte si era abbattuta in lui, che solo e rattristato, avea sembiante di volger in mente qualche cosa di funesto.
Si accost al piccolo letto dove per tanti anni aveva riposato Eufrosina.
La sera innanzi Eufrosina vi aveva dormito e vi aveva lasciato la sua cuffietta ed un fazzolettino ricamato.
La povera donna prese in mano que' due oggetti, e se li appressava alle labbra....
In quel momento un gran frastuono mise a soqquadro tutta la casa.
Nella camera dove si erano chiusi Sergio e Eufrosina avevano rimbombato due spari d'arme da fuoco.
I servitori si erano precipitati verso la porta della camera.
Carlotta per, raccapricciata dallo spavento, quasi fuori di s, vi giunse la prima.
Eufrosina!... Sergio!... Eufrosina! urlava la madre disperata, in preda ad atrocissimi spasimi.
Ud un gemito lungo.
Le parve riconoscere la voce della figliuola.
Eufrosina!
Rispose un altro gemito, ma pi lieve, quasi indistinto.
Allora Carlotta guardo intorno a s, gli occhi le corruscavano faville. Di di mano ad una grande asta di ferro che serviva a tener chiuse le grosse imposte di una finestra, la scagli pi volte contro l'uscio della camera.
La serratura cadde divelta.
Carlotta rimase come impietrita, sulla soglia della stanza, allo spettacolo spaventoso che le si offriva dinanzi.
Eufrosina e Sergio giacevano distesi ai piedi del letto. Sergio in giubba nera e cravatta bianca, Eufrosina con la sua veste bianca da sposa, col suo mazzetto di fiori d'arancio sempre in petto; tutti e due con una orribile ferita alla gola; tutti e due immersi in una gora di sangue.
Carlotta tent di fare un passo, ma cadde irrigidita accanto ai cadaveri. Subito i servitori la raccolsero, l'adagiarono sul letto nella stessa camera.
Il fracasso degli spari aveva destato i vicini: gi alcuni traevano alla porta e domandavano notizie dell'accaduto.
In un attimo giunse un Commissario, accompagnato da due di quei poliziotti che il popolo milanese chiamava i soldaa de la Sgiaffa.
Mandato a cercare un giudice del Tribunale criminale ed un medico, il Commissario procedette ai primi interrogatori.
La festa era finita da circa mezz'ora; gli invitati erano tutti usciti; nella camera dove gli sposi si erano chiusi, non poteva essere entrato nessuno: n chi vi fosse entrato avrebbe potuto uscirne, poich la finestra della camera, rispondente in un giardino era sbarrata da una grossa inferriata, che, come poteva riscontrarsi, nessuno avea tocca. Dunque?
La sola ipotesi ammissibile pei servitori era che il marito in un accesso di esaltazione, o per gelosia, o per altro motivo, avesse ucciso la moglie, e quindi si fosse ucciso.
Ma il Commissario la pensava altrimenti.
Dove  l'arme, domand con piglio brusco e arrogante, con cui  stato commesso questo delitto?...
L'arme?... l'arme!... non c'? risposero i servitori allibiti.
Come? tuon il Commissario.
L'assicuriamo che non abbiamo veduta nessuna arme.... Posso giurarlo! disse il pi vecchio dei servitori.
Il Commissario stette raccolto in s alcuni istanti.
Quindi, dacch non poteva dubitare delle asserzioni dei servitori, riprese parlando a uno de' suoi:
Sapete che cosa vuol dire questa mancanza dell'arme? Che l'assassinio  stato commesso con un'arma facilmente riconoscibile, un'arma che forse ha qualche fregio, un'arma preziosa... e l'assassino  fuggito di qui, portandosela con s.
In qual modo, di dove pu esser fuggito? La camera era chiusa a chiave: dalla finestra  impossibile.
Dalla finestra, dall'uscio  impossibile! ripet il Commissario, dopo aver esaminato l'inferriata.
E allora?
Vedremo! replic asciutto l'ufficiale della polizia.
Carlotta, risensata, avea udito parte di quel dialogo.
Si alz sul letto, poi adagio adagio mise i piedi sul tappeto.
Grazie al suo vigore, l'energia del suo carattere aveva riacquistata la sua lucidit.
Io stessa, balbett, appena aprii a forza l'uscio, e vidi i cadaveri, cercai con gli occhi l'arme con la quale doveva essere stato compiuto questo fatto orrendo... Non c'era!...
E, come forsennata, si metteva le mani fra i capelli e si chinava sopra i cadaveri de' due giovani sposi.
Gli agenti della polizia visitarono minutamente la camera.
Non riuscirono a comprendere come avesse potuto operar l'assassino. Di dove era entrato? donde era uscito? A quale scopo era stato commesso il delitto! Si trattava forse di una rivalit del Circo?
Fu trovato sotto il letto un gran cappellaccio a cencio, tutto unto. Non apparteneva a nessuno della famiglia: l'assassino lo aveva lasciato ritirandosi. Il Commissario prese quel cappello.
Tutte le altre ricerche tornarono vane.
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PARTE PRIMA.
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LA RICATTATRICE.
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CAPITOLO 1.
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Un anno dopo, l'Austria sgombrava dalla Lombardia, portando dietro a s la sua polizia e le sue istituzioni, che furono surrogate da una nuova polizia, da nuove istituzioni.
La sera del 13 agosto dell'anno 1800 eccetera eccettera, alcuni anni dopo i fatti da noi narrati, il Questore di Milano era in procinto di uscire dal suo gabinetto per recarsi ad un ricevimento ufficiale.
Il capo della polizia vestiva giubba nera con cravatta bianca e aveva il petto fregiato delle insegne di varii ordini cavallereschi.
Il Questore, canticchiando fra s, si lasciava infilare la cappa da un ossequentissimo delegato: e proprio in quell'istante, sulla piazza di San Fedele, dinanzi la porta della questura, si fermava una carrozza con due servitori in livrea, e ne scendeva, entrando frettolosa nell'uffizio di polizia, una signora vestita di scuro, ma con molta eleganza.
Ci  il Questore, o un Delegato? chiese la signora con voce concitata alla guardia in sentinella sulla porta.
Ci  il signor Commendatore, c' s, signora contessa, rispose la guardia.
La signora rabbrivid, vedendosi cos subito riconosciuta.
Un graduato la accompagn sino alla stanza del Questore, che gi aveva preso in mano il cappello per uscire. 
Il graduato buss alla porta ed entr, lasciando la signora nell'anticamera, appena rischiarata dal lumiciattolo fumigante attaccato a una parete.
La signora si guard attorno e tremava, commossa di trovarsi in quel luogo d'aspetto s squallido e sinistro.
Il graduato torn a lei in un istante e, spalancando la porta, le fece cenno di entrare.
Il Questore, posato il cappello su un angolo del tavolino, che era in fondo alla stanza, stava in piedi, e con atteggiamento grave, ossequioso, sebbene in segreto fosse divorato da una insolita curiosit, aspettava la signora.
Ella si fece innanzi, quasi barcollando, e con un gesto febbrile aggiustando intorno alle gote il velo che le teneva infisso sui capelli una grossa spilla d'oro.
Non s tosto fu giunta in mezzo alla stanza, il Questore le fece cenno di sedersi sopra un sof, che aveva alla sua destra.
La signora senza proferir parola e a stento avendo fatto un lieve inchino, si accasci quasi sul sof, mentre il Delegato, che era in compagnia del Questore, nell'atto di uscire, e passando dinanzi a lei, s'incurvava ad una profonda riverenza.
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CAPITOLO 2.
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Il Questore e la signora rimasero soli.
La donna si gett bruscamente addietro il velo, mentre il capo della polizia facendosele pi vicino:
Signora contessa, mormorava, in che posso io aver l'onore di servirla?
Ella si alz di scatto.
Si trasse dal seno una piccola lettera.
E, spiegazzandola sotto gli occhi del Questore, tutta avvampante di collera, esclam:
Guardate questa infamia!
Il Questore gett gli occhi sul foglietto e, dopo un istante, corrugando la fronte, disse molto sostenuto:
Una lettera minatoria!
A un gesto dell'ufficiale della polizia la signora sedette di nuovo sul sof.
Se lo sapesse mio marito! diceva con parole tronche, come concitata dalla rabbia e recandosi alle labbra un fazzolettino di batista.
Il capo della polizia, udendole pronunziare il nome del marito, ebbe un finissimo sorriso.
Aveva levato gli occhi dalla lettera e guardava la bella signora, che gli stava dinanzi.
Poteva aver tocco i venticinque anni: di statura piccoletta, bionda, con due occhietti tutti fuoco, di forme pienotte e graziose, aveva aspetto di donna che non si fosse brigata mai d'altro che de' suoi piaceri, de' suoi vestiti; una fra quelle sventatelle eleganti cui  legge il capriccio: vaghe farfalle ch'attira ogni luccicho, pur che sia di frivolezze.
Il Questore la guardava, cercando di leggerle in volto. Egli la conosceva; soleva da due anni vederla quasi ogni giorno passare nella sua carrozza per le pi frequentate vie di Milano: vederla la sera ai teatri, e riconosceva in lei una delle pi ricche e famose signore della colonia forestiera di Milano la contessa Vera Usupow.
La contessa in quel momento era al sommo della esasperazione: ci era nel mondo gente cos miserabile, cos destituita d'ogni riguardo, cos sfornita di cuore che osava venire a disturbarla nella sua vita di gioie, di distrazioni!
Batteva i suoi piedini, e perch toccassero la terra era costretta a sedersi proprio sull'orlo del sof e aspettava ansiosa la risposta del Questore.
Si era decisa a pigliare quella risoluzione spinta dalla collera, senza stare a pensare se commettesse una grave imprudenza che le avrebbe poi cagionato lunghe afflizioni.
In un minuto l'alto ufficiale della polizia l'ebbe squadrata; e nello spazio di quel minuto i suoi occhi andarono dal volto della contessa al foglio che egli teneva tra mano.
Scost dal tavolino una poltroncina e sedette dirimpetto alla signora.
Le raccomando d'esser tranquilla! disse, tenendo sempre in mano la lettera e la busta sulla quale era scritto l'indirizzo. Non staremo a perdere il tempo in inutili formalit, soggiunse. Ella  la contessa Vera Usupow, moglie del conte Usupow, che possiede una villa in Brianza?
La contessa fece un cenno di assentimento.
Da oltre due anni ella  domiciliata in Milano?
S.
Suppone chi possa averle scritto questa lettera?
No.
 la prima che riceve?
No, ne ho ricevute altre, ma le ho sempre distrutte. 
Ed avevano la medesima firma?
S.
 un nome di donna, continu il Questore, molto serio, e probabilmente sar un finto nome! Ma sono quasi di credere che il carattere della lettera sia veramente di mano d'una donna!
Il Questore percorse di nuovo, e con molta lentezza la lettera, come se volesse imprimersene in ogni parola.
 ella mai stata... per qualche necessit... nella casa in via Moscova di cui parla questa lettera?
Il Questore aveva fatta tale domanda all'improvviso, in tuono quasi aspro, gli occhi affissati in quelli della contessa.
Scorse in lei un subito turbamento, e le labbra le tremavano, quando la giovane signora, facendosi forza per mostrarsi intrepida, rispose:
No!... mai!
Direi che si pu trattare di un equivoco... se ella non avesse gi ricevuto altre di queste lettere... di un errore, di uno scambio di nomi.... Ma questa, prosegu guardando la busta, non c' dubbio,  stata impostata nella notte passata, e fu trovata in una cassetta alla prima levata: quando ha ricevuto le altre?
Nellospazio di un mese.
Sempre alla stessa ora?
Sempre con la prima posta della mattina.
 facile dedurre da questo che la misteriosa persona, la quale spedisce tali lettere, le affida alla posta soltanto di notte. Dev'essere persona che non trascura precauzioni. Sono sicuro per che l'arriveremo!
In che modo? domand vivacemente la contessa, cui pareva che quelle parole non andassero a garbo.
Circa il modo, signora contessa, spetta a noi il trovarlo....
Ma io non voglio uno scandalo....
Signora, replic il Questore con molta cortesia, prima di tutto, noi facciamo il nostro dovere....
Ma io, esclam la contessa supplicante, inorridita, poich gi antivedeva le conseguenze di quel suo triste passo, ho commesso dunque una grande imprudenza? Mi sono compromessa.... E mio marito che non volevo sapesse....
Le rispondo subito.... Rileggiamo insieme una parte della lettera:
....Vi rammento che ci siamo incontrate pi volte nella casa n... in via Moscova. L vi aspettava il signor C.... Dopo esservi trattenuta pochi minuti, un quarto d'ora, nel salotto comune, voi avevate l'abitudine di sparire insieme col giovane gentiluomo. Siete rimasta talvolta due o tre ore sola con lui nella stanza pi remota dell'appartamento. Un giorno  stato trovato in una camera un pettine di tartaruga con le vostre cifre, che io conservo..., Veniamo alla parte pi importante, disse il Questore saltando alcune righe:
Se dentro due giorni non mi manderete in lettera assicurata, ferma in posta, lire tremila, vostro marito sar avvisato di tutto.
Che bricconata! che ignobile ricatto! esclamava la contessa, che alzatasi dal sof andava, tutta eccitata, su e gi per la stanza, facendo un lucignolo del fazzoletto che teneva fra mano.
 chiaro, replicava. il Questore, che lei non  mai stata, come mi asserisce, nella casa in via Moscova... Dunque si tratta di una calunnia, e che suo marito la risappia non potr nuocerle... Lettere minatorie di questo genere si ripetono da qualche tempo con frequenza e furono indirizzate anche ad uomini. Un'avventuriera, che  forse l'autrice di tutte, spinse l'audacia a recapitarne una in persona, ma si allontan a tempo.... Preme alla polizia di scuoprirla.
La contessa pareva pi che mai inquieta, e in preda a grandissima agitazione.
Sicch farete uno scandalo? disse ergendo la sua bella testolina. Se sapevo!... aggiunse tra s mordendosi il labbro inferiore che spicci sangue.
Essa col suo cervellino avventato aveva, prima di venire, composto le cose in tal guisa: intendersela col Questore, come con uno di quei militari implacabili, e irresponsabili, che dirigono la polizia nel suo paese; mostrar la lettera, fare scuoprire e sparire chi l'aveva scritta, senza che ad altri ne giungesse il pi piccolo sentore, e lei tornare a suo bell'agio ad operare come pi le andava a genio. Contava sul suo nome, sulle sue irresistibili seduzioni; e un po' di collera l'accecava nel momento in cui s'era appigliata a quella risoluzione, non lasciandole luogo a consiglio.
In breve, che contate di fare? domand all'ufficiale della polizia, con sempre maggior trepidanza.
Risponderemo noi a questa lettera... Faremo mettere alla posta un'altra lettera raccomandata e indirizzata a Violante Fellini...  il nome con cui firma la persona che le scrive... Dar ordini a due agenti di pubblica sicurezza di stare vicini allo sportello dova si fa la distribuzione delle lettere raccomandate. Se qualcuno si presenter a ritirare la lettera indirizzata a Violante Fellini, la lettera gli sar consegnata, poi sar inseguito, arrestato dagli agenti.
E farete un processo?
 probabile! rispose asciutto, ma con molta politezza, il Questore.
Rendetemi la lettera! disse la contessa con grande energia. Rendetemela!
E stese il braccio con impeto per strapparla dalle mani del Questore.
Il funzionario, senza scomporsi, aveva fatto un passo addietro e tranquillamente piegata la lettera e postala nella tasca interna del soprabito, si era tutto abbottonato.
Mi duole, ripigli con un fare tra rispettoso e lievemente sarcastico, di non poter soddisfare questo suo desiderio.... La polizia ha ricevuto da poco tempo altre notizie di ricatti tentati su varie persone, per mezzo di lettere apparentemente scritte da una donna... Non ci  riuscito sin ora, appunto perch ognuno vuol agire con troppi riguardi, di metter la mano su nessuna di quelle lettere... Le do la mia parola di gentiluomo che qualunque cosa sia accaduta, e il Questore si esprimeva con accento che dovea dare a quel che diceva un significato chiaro e singolarissimo per la persona che ascoltava, ella signora, non soffrir di nulla: tutte le forze di cui dispone la polizia saranno adoperate a di lei favore.... Confidi nella mia lealt, nella mia esperienza...
Il capo della polizia aveva in quel momento atteggiato il volto alla pi schietta bonariet. Di tratto in tratto un sorrisetto gli balenava sulle labbra, mentre guardava la contessa Vera, con le guance tutte accese, gli occhi rilucenti, inasprita e commossa.
La bella forestiera era stata scossa dal tono con cui il Questore aveva pronunziato le parole: qualunque cosa sia accaduta.
Sospettava egli forse che ella fosse davvero andata nella casa misteriosa in via Moscova?
Gli ufficiali della polizia italiana non erano come quelli della polizia russa: trattavano una donna della sua condizione, cos bellina e elegante, come avrebber trattato qual si fosse altra donna, che avesse richiamato la loro attenzione sopra di s.
Ella, come gi dicemmo, aveva fatto un disegno: parlare al Questore, averne quasi aiuto, appoggio a continuare nel suo intrigo amoroso, mettere a parte l'ufficiale della polizia di qualche grazioso segreto, servirsi di lui per spaventare chi la perseguitava.
Ora le pareva di trovarsi troppo punita della sua irriflessione, di aver ceduto a un primo impulso di collera. Era talmente abituata a non patire contraddizioni, a veder tutti dar opera solleciti a rimuover gli ostacoli che si opponevano ai suoi pi frivoli capricci!
Il sangue di Slava le bolliva dentro le vene: la caparbiet della donna, avvezza a tener tutti per schiavi, la eccitava.
Io rivoglio, disse con accento imperioso, quella lettera.
 impossibile! ribatt con la massima affabilit il capo della polizia, il cui contegno improntato di gentilezza, rivelava che nulla avrebbe potuto smuoverlo dalla sua determinazione.
E io ricorrer al prefetto... che  mio amico... e voi dovrete rendermi la lettera, continu la contessa in tuono vivacissimo. Capisco di aver fatto una grande sciocchezza!...  il mio carattere!... Credevo poter vendicarmi, sbarazzarmi di chi mi perseguita, senza scandali, senza rumori....
Era tornata a sedersi in un cantuccio del sof, la sua testina appoggiata alla spalliera, una gamba incavalcata sull'altra, facendo vedere il piedino piccolissimo, affilato, la calza di seta, a righe nere e violette, che spiccava sullo scarpino aperto e contornava la tibia robusta e stupendamente tornita.
Guardava di sottecchi l'ufficiale della polizia, con uno di quelli sguardi che le donne giovani molto vagheggiate e adulate credono di un effetto irresistibile.
Il seno le ansava sotto la veste leggera di grenadine, un po' aperta sotto il collo, di una morbida bianchezza di gardenia.
Chi avesse scorto il Questore in giubba e cravatta bianca, piuttosto severo, in piedi dinanzi alla signora, e la contessa Vera, seduta, quasi distesa sul sof, provando o fingendo un gran turbamento, piuttosto che ad un colloquio in un ufficio di polizia, gli sarebbe stato avviso di assistere ad una scena di seduzione.
Le ripeto, diceva il Questore con voce lenta, che io non posso restituirle la lettera.... Sono gi accaduti, e possono ripetersi fatti, pei quali un giorno avrei grandissima colpa di non aver operato secondo il mio dovere. Una mia indulgenza potrebbe avere grandi conseguenze per la pace di molte famiglie, per il buon nome della citt.... So quello che io dico. Ella non ha nulla da temere: la discrezione  sempre la nostra massima norma.
Va bene, soggiunse la contessa, dopo un breve istante di riflessione, voglio ricevere il consiglio che mi avete dato dianzi; mi affido alla vostra lealt: sono sicura che voi mi proteggerete, e io vi paleser francamente affinch, se mio marito vien qui, possiate dirgli soltanto quel che volete....
Il Questore fece un gesto come per indicare alla contessa che era inutile che ella parlasse pi oltre, e la interruppe con una arguta domanda, che la fece sorridere.
Dieci minuti dopo il Questore accompagnava la contessa sino alla carrozza innanzi la porta dell'ufficio di polizia, e si accomiatava da lei con un saluto molto rispettoso.
Tornava quindi nella sua stanza, seguto dal Delegato, in compagnia del quale si trovava quando era giunta la contessa.
Il Delegato era un toscano, di nome Domenico Arganti, figlio di Domenico Arganti, detto Lucertolo, il celebre Commissario fiorentino, e aveva del padre il soprannome e la grande intelligenza negli affari polizieschi.
Anche lei crede, disse il Questore, seguitando un dialogo incominciato prima di entrar nella stanza, che la contessa sia andata nella casa in via Moscova?
E non  la sola delle signore di Milano, che vadano di tanto in tanto in quella casa misteriosa.... Le due forestiere, che dimorano in quella casa hanno molte conoscenze....
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CAPITOLO 3.
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Il Delegato prese a parlare distesamente delle due signore Micaelli. Erano piuttosto brutte, vestivano assai dimesse, anzi con una certa ostentata severit; erano protestanti e usavano alla lor chiesa, sempre puntuali e tra le prime; ma al tempo stesso si dilettavano nei ricevimenti festosi, nei teatri, che frequentavano. Con molto accorgimento, sebbene non fossero n ricche, n giovani, n belle, erano riuscite a farsi accogliere in due o tre case dove conveniva il fiore della miglior societ, specialmente forestiera.
Ricevevano anch'esse nella propria casa, ma di rado vi andavano donne riguardevoli per la condizione a cui appartenevano. Vi si accozzavano piuttosto donnette vispe, garrule, rumorose, di dubbia fama e di dubbia condizione, ma in apparenza assai rispettabili e rispettate, e di tratto in tratto, cosa che eccitava la meraviglia, vi capitavano alcune signore di gran nome, giovani, elegantissime segute dai loro spasimanti.
Pare che in casa delle Micaelli si godesse la massima libert; in certa ora del giorno vi arrivava, per esempio, una signora conosciutissima in Milano, quasi sempre una forestiera, e taluno notava che un poco prima, un poco dopo, v'entrava il cavaliere, che tutti sapevano le facea la corte.
Naturalmente si procedeva con molte cautele; pochi dei vicini si erano avveduti di queste visite: pochi del resto, vi badavano; ma la polizia aveva fiutato qualche cosa. Vigilante su certi amori come sui delitti, alle volte crede suo obbligo seguir le orme minute che lascia il piedino d'una donna che fugge, frettolosa di tornare al tetto domestico, dopo gl'indugi d'una rischiosa avventura, con la stessa alacrit con cui segue le orme che lascia il piede volgare di un delinquente.
In casa di queste Micaelli, conchiudeva il Delegato, non  tutto regolare.... Le due donne hanno in loro stesse, nella fisonomia, nei modi, un non so che.... Io avea gi osservato che ai loro ricevimenti, ai loro pranzi non vanno, se non donne giovani e belle....
Lei sa, ripigliava il Questore, che io pi volte ho ricevuto lettere anonime, nelle quali si parlava di appuntamenti, di incontri, destramente preparati in casa Micaelli, di scene strane e curiose.... Ma ci era richiesta una grande prudenza; in certi casi noi non possiamo operare con precipitazione.... Per io non ho voluto rendere ora alla contessa questa lettera minatoria.... In essa si parla della casa in via Moscova: noi abbiamo quindi non un pretesto, ma la pi legittima ragione di occuparci un poco di chi abita in quella casa.... Ecco intanto quel che c' da fare....
Il Questore ordin al Delegato di preparare una lettera, di apporvi i sigilli e consegnarla all'ufficio della Posta.
La lettera doveva essere indirizzata a Violante Fellini. 
Due agenti di Pubblica Sicurezza, vestiti in borghese, dovevano esser messi di guardia, sin dalle prime ore della mattina, nel locale della Posta: restarvi un giorno, due giorni, sino a tanto che qualcuno si presentasse a ritirare la lettera.
Alla fine qualcuno si sarebbe presentato: l'impiegato doveva fare un cenno: gli agenti dovean pedinare la persona che avesse preso la lettera, e arrestarla.
Ma se la contessa Usupow, domand il Delegato, racconta che  stata qui e che ci ha lasciato la lettera?... Non pu darsi che chi l'ha scritta, forse una persona a lei amica, lo risappia, e si astenga dal presentarsi a domandar la risposta?
La contessa mi ha promesso il pi assoluto silenzio.... Anzi, Delegato, prosegu con squisito garbo il Questore, le raccomando di non far alcun male a quella signora.... Lei alle volte  un po' ruvido!
Il Delegato s'inchin, ed un lieve sorriso rischiar il suo volto, di solito burbero.
Oh! io bisogna che me ne vada, disse il Questore, guardando l'orologio.  tardi, e sono aspettato!
Poco dopo saliva in brougham e traversava alcune strade di Milano, tutto assorto in pensieri ben diversi da quelli che ognuno avrebbe attribuito all'alto impiegato della polizia.
Egli non poteva scordarsi la contessa Vera. Dio ha dato gli occhi anche ai Questori perch vedano se un braccio bianco, che esce dalle maniche di un abito di grnadine,  ben tornito, se una veste, che si solleva, porga le mirabili proporzioni di una gamba. La polizia, si sa, deve scuoprire!
La lettera fu impostata: gli agenti attesero invano tutto il giorno che altri venisse a ritirarla.
La domane tornarono a invigilare.
Era una splendida giornata, calda, sfolgorante di luce.
Alla Posta era stato un continuo viavai; gli agenti avevano veduto passare dinanzi a s persone di ogni risma: uomini che venivano e se ne andavano in fretta, donne che arrivavano a passi lenti, che si facevano rosse prima di accostarsi a chiedere una lettera e tornavano addietro pi rosse, quando l'avevano ricevuta, o pi sgomente, se non l'avevano trovata.
Verso le tre, quando il locale della Posta era quasi deserto, gli agenti videro farsi innanzi una giovane di bellezza quasi sovrumana, vestita con colori piuttosto vivaci, con due brillanti che le luccicavano agli orecchi, e le dita sfavillanti di anelli sotto i guanti di trina nera, che le cuoprivano il braccio, fin sotto il gomito.
Guarda che ragazza! disse uno degli agenti all'altro.
Tutti e due le misero gli occhi addosso.
Le svolazzava sulle spalle la magnifica capigliatura bionda, che pur lasciava disciolta soltanto a met.
Aveva gli occhi azzurri, stupendo l'ovale e l'incarnato della faccia: le labbra vivacissime: e tutte le forme robuste, ma di una grazia e armonia incomparabili.
Era di quelle donne che, allorch passano per una strada, o si abbattono in mezzo a una moltitudine, attirano a s tutti gli sguardi. Era una perfezione, un incanto; al mirarla, un pensiero poetico e di amore dovea entrar nei cuori pi torpidi.
 la celebre Zumarra!...
Ah, Jole Zumarra, la Figlia dell'Aria!... mormorarono i due agenti.
Ma ad un tratto essi raccapricciarono.
La giovane si era accostata al finestrino delle lettere raccomandate.
L'impiegato pareva facesse il segno convenuto.
Ripet il segno, e la giovane avea gi preso una lettera e si allontanava.
Non s tosto la ragazza fu arrivata sotto l'arco della Cannobbiana uno de' due agenti, che erano stati alquanto perplessi sul da farsi, le si avvicin e salutandola le bisbigli con un certo riserbo all'orecchio:
Signorina, mi rincresce... ma debbo pregarla di...
La lingua si annodava in bocca al povero agente, guardando s stupenda bellezza. Jole si era rivolta a lui, ed egli ne scorgeva lo sguardo limpidissimo, la fisonomia lieta e serena, il sorriso ammaliante: non aveva aspetto davvero di donna che venisse da compiere un delitto.
Ella, del resto, aveva capito tutt'altro; e aperta la borsettina di velluto azzurro, con ghiera d'argento, che aveva in mano, si apprestava a porgere all'agente da lei scambiato per un mendicante, alcuni soldi.
Signorina, torn a balbettare l'agente, quasi confuso, che sarebbe andato baldanzoso a pigliar per il petto i pi risoluti manigoldi, e tremava tutto dinanzi a quella ragazza, io debbo pregarla... mi rincresce... di volerci permettere di accompagnarla....
Jole teneva sempre la lettera nella mano destra.
Questa volta immagin che avesse da far con un pazzo.
Ma, torcendo il capo dal lato opposto, vide l'altro agente, che gi le si era messo al fianco, e le mormorava:
Signorina, siamo due agenti di pubblica sicurezza!...
La ragazza impallid.
Abbiamo l'ordine, riprese con voce pi ferma, d'invitarla a seguirci.
Tre o quattro curiosi, due dei quali avevano seguito Jole fino alla Posta, attirati dalla vaghezza di lei, due di coloro, che non sanno incontrare una bella donna sola in istrada senza levarsi il ruzzo di accompagnarla fino al suo domicilio e farsi chiuder la porta in faccia, gi formavano un capannello sotto l'arco della Cannobbiana.
Il veder una donna cos appariscente circondata da due uomini, vestiti piuttosto in povero arnese, e che le faceano ressa per persuaderla a qualche cosa, da cui ella si mostrava aliena, avrebbe in un attimo mosso ad accorrer l brigate di persone.
Uno de' curiosi voleva prender parte per la donna e liberarla da que' due importuni.
Ma l'amico lo avvisava, sussurrandogli:
Sono guardie travestite!
O che vogliono dalla famosa Zumarra?
Chi sa!
Il dialogo fra Jole e i due agenti si protrasse ancora un minuto.
Ella guard dietro a s: vide i curiosi e parve facesse motto agli agenti che ella era pronta ad andare con essi.
Si tratta di ottenere un semplice schiarimento! le aveva detto uno di loro con pensiero pietoso.
Ella non riflett che per chiedere uno schiarimento la polizia non avrebbe osato far arrestare nella pubblica strada, nel centro di Milano, una donna, e una donna tanto conosciuta, tanto acclamata, il cui nome era sulla bocca di tutti, e della quale erano sparsi centinaia di ritratti per la citt.
Gli agenti fermarono un brougham: fecero sedere la ragazza al posto d'onore: essi le sedettero di rimpetto.
Ma che cosa vogliono da me? domandava Jole tutta inquieta, sempre tenendo in mano la lettera.  accaduta forse qualche rissa nella Compagnia? C' qualche inconveniente al Teatro?
Jole era venuta a Milano per la terza volta con una Compagnia di cavallerizzi, acrobati, ginnasti, saltatori, equilibristi: essa, la Figlia dell'Aria, era la stella, il precipuo ornamento della Compagnia; il suo volo da un'estremit all'altra del teatro, fatto scorrendo lungo una corda di ferro, a cui si teneva con un appiccagnolo, stretto fra i denti, mandava il pubblico in visibilio.
Ne' teatri di tutte le pi cospicue citt d'Europa avea mostrato, passando a volo sulle migliaia di spettatori, il tesoro delle sue forme s ben proporzionate: migliaia di cannocchiali seguivano nel suo atto cos intrepido la coraggiosa, gentile creatura: la folla, attonita per l'ardimento, abbagliata per la venust di lei, dava in smanie, prorompeva in grida frenetiche, in plausi, che rimbombavano fragorosi per alcuni secondi ogni volta che ella, cos in aria, traversava da un estremo all'altro il teatro.
Mentre ella eseguiva il suo volo, non si udiva nel teatro altro rumore che quello stridente del ferro, lungo il quale strisciava leggera come una rondine. Tutti aveano le teste rivolte in alto, rattenevano il respiro, i cuori trepidavano. Poi quando aveva finito, il pubblico alleviato da quella commozione, si sfogava in applausi.
Era americana: viveva sola, con suo padre, un vecchio yankee, alto e complesso della persona, con gran barba bianca, che gli scendeva a met del petto: era innamorata addirittura dell'arte sua e aveva respinto ammirazioni ferventi di appassionati: non aveva voluto essere n principessa, n marchesa, n duchessa: perfino un principe tedesco, d'una famiglia regnante, le aveva offerto la mano, che ella aveva rifiutato. Se un giorno trover un bravo giovinotto, che mi voglia bene davvero e a cui senta di voler bene, diceva a suo padre la strana fanciulla, lo sposer; ma in questo voglio proprio condurmi secondo il mio cuore!
Gi possedeva un patrimonio di circa mezzo milione. Suo padre l'adorava: chi li avesse separati l'uno dall'altra li avrebbe condannati entrambi ad una morte sicura.
Nella carrozza, sola coi due agenti, Jole pens incontanente a suo padre. Egli l'aspettava a casa, come i suoi compagni l'aspettavano al Circo dove aveva promesso di passare fra pochi istanti, affine di mettersi d'accordo con loro su un cambiamento del programma per quella sera.
Ma non si dava gran pena.
Era sicura che l'avrebbero lasciata subito in libert.
Le era balenato in mente che, durante la sua assenza, fosse sorta qualche rissa nel Circo e l'avessero mandata a cercare per una testimonianza.
Gli agenti non perdevano d'occhio la lettera che ella teneva in mano.
La Carrozza sbucava sulla piazza di San Fedele, dove  l'ufficio della Questura. Gli agenti scesero di l a poco; e pregarono la giovane signora di entrare con essi nell'ufficio di polizia.
Era di sentinella la guardia stessa cui quarantott'ore innanzi aveva domandato del Questore la leggiadrissima contessa Usupow.
Tutte le belle donne, pensava tra s la guardia, hanno ora qualche cosa da dire alla Questura! Sebbene avesse i capelli grigi, di rado gli era incontrato di veder comparire in quegli uffici donne eleganti come Jole o la contessa Usupow.
Ci doveva essere qualche gran mistero: il poliziotto lo fiutava per aria.
Appena Jole ebbe varcato la soglia dell'ufficio di polizia, uno degli agenti, con gran rispetto, le domand di consegnargli la lettera che aveva in mano.
Perch? disse Jole con un certo accento di stizza, la lettera  mia... cio di una mia amica...
Ma l'agente aveva gi proteso il braccio destro e messo le dita sulla lettera; Jole, cui pareva di sognare, gliela lasci prendere senza opporre altra resistenza.
Poi fu chiusa in una stanza: una stanza assai squallida, ma non una di quelle dove si gettano gli arrestati pi volgari. Era la stanza di un delegato, andato fuori d'ufficio in quel momento.
Gli agenti domandarono del Questore.
Egli li aspettava da gran tempo: meravigliato che nulla fosse ancora accaduto di quello che, secondo le sue previsioni, doveva accadere alla Posta.
Ci sono i due agenti di guardia alla Posta, disse un usciere schiudendo appena la porta del gabinetto del Questore, e hanno portato con s una donna!
Il capo della polizia fece un gesto, come se avesse voluto dire: Finalmente!
Gli agenti furono fatti passare.
Detter conto del modo con cui avevano proceduto all'arresto. La signora si era presentata prima al finestrino ove suol farsi l'ordinaria distribuzione delle lettere: all'ultimo finestrino, dove  segnata la lettera Z.
Quindi era andata al finestrino delle lettere raccomandate: l'impiegato aveva loro ammiccato nel modo convenuto: avevano pedinato per pochi passi la signora, arrestandola sotto l'arco della Cannobbiana....
Sotto l'arco della Cannobbiana? esclam il Questore entrato a un tratto in una grandissima collera.
Era rosso nel volto, la voce gli tremava.
Si era alzato con piglio s minaccioso che i due agenti si rannicchiarono, odorando l'avvicinarsi di una burrasca.
S, signore, ripigli l'agente pi provetto dopo breve pausa, sotto l'arco della Cannobbiana!...
Malissimo! grid il Questore, battendo un pugno sulla tavola, e lasciando gli agenti come trasecolati.  cos che si mettono a rischio le pi belle operazioni.... Arrestare la donna subito che aveva fatto due passi... non hanno capito che era un'arrestarla prima che avesse finito di consumare il suo delitto?... C'era forse un complice che l'aspettava.... Poteva darsi che qualcuno l'avesse mandata... e si fosse nascosto a poca distanza.... Bisognava pedinare la donna per un buon tratto... seguirla magari fino in casa sua... accertarsi qual fosse la prima persona a cui parlasse, e forse consegnasse la lettera.... Ma oggi la polizia si fa a caso. Quali istruzioni avevano ricevuto?
Nessuna, rispose uno degli agenti, salvo quella di arrestare chiunque si fosse presentato....
Il Questore s'irritava, gli pareva che la polizia avesse gi dato in quell'affare una prova di grossolana insufficienza.
Prevedeva che la incuria addimostrata avrebbe avuto non piccole conseguenze nell'andamento del processo, se processo vi doveva essere.
Nella sua concitazione non aveva ancor richiesto agli agenti il nome della donna, ma di repente domando:
Sono sicuro che quello di Violante Fellini  un finto nome.... Hanno interrogato l'arrestata?
No...
il Questore li guardava strabiliato.
....perch, continu l'agente, l'abbiamo subito, identificata:  una donna conosciutissima:  la celebre Zumarra, quella che vola al teatro.
Il Questore trapassava di meraviglia in meraviglia.
La Zumarra arrestata? Lei la ricattatrice?
Stette un istante sopra di s.
Che cosa ha detto al momento dell'arresto?
Di arresto non ne abbiamo parlato, soggiunse l'agente, che sin allora avea risposto alle richieste del superiore. Ella crede che Vostra Signoria le voglia parlare per domandarle uno schiarimento: suppone ci sia stata qualche irregolarit al teatro: una rissa fra persone della Compagnia.
Va bene... mi lascino solo... quando suoner il campanello mi condurranno la ragazza.
Provava una vera commozione: gli sembrava impossibile che quella donna, cos giovane, ricca, bella, famosa, potesse esser giunta a tanto. E con quale scopo? In che modo aveva potuto mettersi in animo di andare a ritirare una lettera raccomandata, sotto un finto nome, lei che sapeva di esser conosciuta da tutti, che forse non ignorava come regolarmente per ottener la consegna di una di quelle lettere sia necessario provare all'impiegato postale la propria identit?
Avrebbe tentato un ricatto di tremila lire una donna, che viveva nella massima agiatezza, che ne' suoi viaggi per le Americhe, in Russia, in Inghilterra, a Parigi, avea guadagnato pi volte quella somma in meno di una settimana? A mettere insieme tremila lire le sarebbe bastato cavarsi uno dei brillanti che portava all'orecchio.
Se fosse una calunnia... pensava l'ufficiale dopo un breve raccoglimento, se, proseguiva ragionando tra s e andando su e gi per la stanza, fosse questa la vendetta di una rivale, di un amante non corrisposto.... Se si trattasse insomma di una mera scelleratezza a carico di questa giovane.... Ma, accettata l'ipotesi di un'insidia, di una vendetta, bisogna cercarvi di preferenza la mano di una donna.... La donna  l'artefice di tutti gl'intrighi pi infernali; mancandole la forza, si difende con la perfidia, con le false accuse, coi raggiri pi tenebrosi....
Il Questore si era fermato e guardava, cos distrattamente, un ritratto del Re Vittorio Emanuele appeso alla parete, di contro a lui.
A un tratto sembr gli balenasse un'idea:
Se, mormor tra s, quel piccolo diavolo della contessa Usupow fosse venuta qui per farmi cadere in errore con una simulazione.... Se tra la contessa e questa bella ragazza ci fosse una cupa gelosia, una rivalit....
Per alcuni minuti il Questore rimase assorto ne' suoi pensieri.
Un orologio suon le ore. Il Questore si scosse a quel suono, e tir il cordone del campanello.
Gli agenti, che avevano arrestato Jole, aprirono l'uscio della stanza, ove l'avevano chiusa, e uno di loro disse:
Signorina, il nostro superiore desidera di parlarle!
Jole si alz di scatto: era gi impaziente dell'aspettare.
Come il Questore la vide, non pot tenersi dall'inchinarsi verso di lei. Era cos aggraziata, cos abbagliante di giovent e delle pi vaghe attrattive, cos fiera nella consapevolezza della sua innocenza!
Signore, disse, facendosi innanzi risoluta verso l'uffiziale di polizia, vi prego di sbrigarmi presto: mio padre mi aspetta e debbo andare al teatro....
E proferendo tali parole dava in quei gesti un po' vivaci e bruschi che hanno le donne del Circo, eziandio le migliori.
La lettera, che ella aveva ritirato dalla Posta, era sul tavolino del Questore.
Ella la vide e aggiunse:
Mi renderete, spero, anche questa lettera... che ho promesso di consegnare ad una signora.
Avanti di parlare, il Questore prese la lettera e la chiuse in un cassetto. Sapendo la forza, l'agilit, la destrezza della donna, parve temesse qualche atto violento, da cui risultasse la distruzione della lettera. Jole si turb.
Signorina, disse il Questore in tuono assai grave, noi dobbiamo parlare di cose molto serie.... Da questo colloquio pu forse dipendere il suo onore, il suo avvenire....
Ma, signore, che cosa volete da me? rispose Jole Non so capire....
A poco a poco capir.... Conosce lei le signore Micaelli, che abitano in via Moscova?
S.
Ha frequentato la loro casa?
Le conosco da varii anni; le ho conosciute a Parigi.... Sono stata in casa loro qui a Milano quattro o cinque volte. Esse sono venute da me.
Che opinione ha lei di queste donne?
Le credo buonissime! rispose Jole con la massima franchezza.
La fisionomia del Questore esprimeva incredulit.
Ha mai incontrato in casa delle Micaelli una signora russa... la contessa Vera Usupow?
Un lieve rossore tinse le guancie della Zumarra.
Lei arrossisce, continu il Questore impavido; il nome della contessa Usupow le ricorda forse qualche cosa di spiacevole.... Avrebbe ella forse a rimproverarsi un atto meno che degno da lei commesso verso quella signora?
Signore, con chi credete parlare! disse Jole, alzandosi e raddoppiando di bellezza in quell'impeto d'indignazione.
Non si lasci trasportare dalla collera... veda come io sono tranquillo.... Questo del resto non  luogo da minaccie, n abbiamo tempo da sciupare in parole inutili.
L'ufficiale della polizia facea tali osservazioni con una certa affabilit, ma con molta fermezza.
Ha avuto, riprese tosto, relazioni con la contessa Usupow?
Jole si turb di nuovo e non rispose.
Il Questore le offr una penna e un foglio di carta.
La prego, disse, di scrivere a suo padre... invitandolo a venir qui.... Noi siamo costretti di trattenerla un poco....
Jole non sapeva ancora raccapezzarsi! Non l'avevano chiamata per questione sorta nella compagnia: l'interrogatorio vago, incerto, cominciato con domande sulle signore Micaelli, la lasciava perplessa. Il nome della contessa Usupow aveva destato in lei qualche timore. Ma l'idea di aver subito a fianco suo padre, di giovarsi de' consigli del solo uomo che le inspirasse piena fiducia, le sorrise.
Non potrei, chiese prima di mettersi a scrivere, sapere il vero motivo pel quale sono stata chiamata, e mi trattengono qui?
Oh, una cosa di poca importanza.... per ora, replic il Questore con un simulato sorriso.
Jole scrisse quattro righe sopra un viglietto di visita e lo consegn al Questore. Egli si alz, e mentre si avviava per uscir dalla stanza, disse:
Lo faro recapitare immantinente.
Quando per fu nell'anticamera si cav di tasca la lettera che gli aveva lasciata due giorni prima la contessa Usupow.
Paragon il carattere della lettera con quello del biglietto. Un sudore freddo gli bagnava la fronte. Aguzz lo sguardo, come se gli paresse di non aver ben veduto alla prima. E, confrontando sempre pi strettamente la lettera e il viglietto. esclamo tra s:
Ma  lo stesso, lo stesso carattere!  chiaro che la mano la quale ha scritto questo viglietto ha pur steso la lettera minatoria.... Come  possibile?
Guardo l'indirizzo e lesse: 
A Ferdinando Zumarrow, via Fiori Scuri, numero ...
Zumarra, come gi sapeva il Questore, era il nome di famiglia di Jole, mutato in desinenza italiana.
Leggendo il nome della via Fiori Scuri, il Questore aveva increspato la fronte. Quel nome era ripetuto sovente da qualche tempo negli uffici della polizia.
Il Questore ebbe a s il delegato Domenico Arganti e, dopo un breve colloquio lo accomiat, dicendogli:
Le raccomando di operare con la massima prudenza!
Poi chiamava il Delegato, preposto alla polizia dei teatri, e gl'intimava quest'ordine:
Disponga perch sia messa subito una striscia sul cartellone della compagnia equestre per annunziare che stasera... per indisposizione della signorina Zumarra... non c' pi la rappresentazione!
Il delegato Arganti, accompagnato da due guardie vestite in borghese, si presentava alla casa in via Fiori Scuri, e domandava del signor Zumarrow. Era uscito.
Allora, disse il Delegato al servitore, venuto ad aprire, lo aspetteremo. Abbiamo intanto bisogno di visitare il quartiere.
Ma io non posso....
Voi dovete obbedire! e il Delegato aprendosi il soprabito, scopr la sciarpa tricolore, che  il distintivo degli agenti superiori.
Una delle guardie, nell'avvicinarsi alla porta della casa, aveva mormorato al compagno:
Siamo nella casa contigua a quella dove furono ammazzati il cavallerizzo russo e sua moglie la stessa notte delle loro nozze! Sai che la polizia cerca sempre l'assassino.
...
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CAPITOLO 4.
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...
Quel giorno, due ore prima, era stata a far visita a Jole una delle signore Micaelli. Non avendola trovata in casa, l'avea attesa per un certo spazio di tempo nelle sue stanze, poi se n'era andata a un tratto, dicendo che non poteva pi aspettare.
Il Delegato co' suoi agenti dette mano ad una perquisizione. I servitori intimoriti non osarono opporsi.
In un cassetto nella camera di Jole trovarono nascosta una piccola chiave. Questa chiave serviva ad aprire un forziere, nel quale rinvennero non piccola quantit di denari, diamanti, gioielli di gran prezzo. Poi in un angolo, frugando fra alcuni fogli, il Delegato prese due o tre abbozzi di lettere: di lettere minatorie, con le quali era chiaro si faceva disegno di estorcere denaro. Una era diretta ad un gentiluomo notissimo in Milano. Tali lettere eran tutte scritte nello stesso carattere di quella che il Delegato aveva veduto, consegnata dalla contessa Usupow al Questore.
Il Questore non volle continuare l'interrogatorio di Jole, se prima non sapesse i risultati della perquisizione. L'avea lasciata nel suo gabinetto, chiudendo a chiave di fuori, ed egli si era seduto nella stanza accanto, e meditava su quel caso che gli pareva s strano.
Teneva in mano il biglietto poc'anzi scritto da Jole e la lettera minatoria, pensando:
Il carattere della ragazza  simile a quello in cui  scritta la lettera.... Se la perquisizione ci offre qualche altro argomento di reit... non c' verso... io debbo mandarla in prigione... Non  possibile neppure accordarle la libert provvisoria.... Ci  la flagranza del crimine.... 
Si immaginava il chiasso che avrebbe fatto quell'arresto in tutta Milano: il gran discorrere cui avrebbe prto motivo. Gli era gi avviso sentire i commenti pi disparati, veder andare a ruba i giornali, che avrebbero raccontato il fatto, Dio sa con quali frangie. E la malignit femminile? Che bel destro le sarebbe stato questo per sbizzarrirsi. Come le lingue si sarebbero appuntate contro la splendida artista e anche contro la contessa Usupow.
Intanto nella casa in via Fiori Scuri accadeva una scena straziante.
Il vecchio padre di Jole tornava.
I servitori, tutti concitati, gli davano parte che la polizia era entrata in casa, e faceva una perquisizione nelle stanze della signorina.
Non  a dire se il vecchio fu turbato.
La signorina? domand subito con lo sguardo torvo, e con accento di commozione.
Non c'... non c'... risposero i servitori.
Il presentimento di una immensa disgrazia entr nell'animo del vecchio.
In quell'istante un ragazzo della Compagnia saliva le scale.
L'uscio di casa era rimasto aperto.
Il ragazzo balz in mezzo all'anticamera, tutto trafelato gridando:
La signorina  malata... malata?
Malata? chiese il vecchio.
Mi hanno mandato qui a sentire dal teatro... perch ci  l'ordine dalla polizia di mettere una striscia sul cartellone avvisando che la rappresentazione di stasera non ha pi luogo perch la signorina  indisposta.
Il vecchio chiuse l'uscio d'un colpo e irruppe nella camera di Jole, che gli agenti mettevano sottosopra.
Era alto, complesso della persona, come sa il lettore, di forme quasi erculee; di bellissima presenza, di indole vivacissima, ma si era adusato a temperare, smorzare certe effervescenze nel lungo esercizio degli affari. Aveva raggruzzolato un patrimonio pi che cospicuo, secondo la sua condizione, con la dirittura dell'animo, che lo metteva a tutti in rispetto, con la sagacit, la prontezza, l'avvedimento, che aveva saputo impiegare nel condurre grandiosi affari, riguardanti il teatro.
Era uno di quegli appassionati maneggiatori del denaro, che l'America produce con quella esuberanza con cui un tempo certe regioni del vecchio mondo producevano artisti e poeti: uno di quelli uomini a' quali il tintinno dell'oro, il suo bagliore attraverso le peripezie, le incertezze, le oscillazioni degli affari  una poesia: che s'inebriano nelle lotte, nelle avventure, nelle scoperte commerciali e industriali: uomini che la sentenza del filosofo io penso, dunque esisto hanno foggiato in quest'altra: guadagno, dunque esisto!
Tali uomini, in generale, sono pur mossi da un amore che sormonta quello delle ricchezze; l'amore per una donna, per un fanciullo. E Ferdinando Zumarrow, di origine russo, ma nato in America, sopra tutto nel mondo amava la propria figliuola.
Per Jole non aveva mai conosciuto sua madre: ed in certi periodi aveva osservato nel padre un tale abbattimento, che non era mai riuscita a spiegarsi.
Pi volte Jole si era accorta che suo padre pareva avesse una singolare animosit contro la polizia: anche il sentirla nominare talora all'improvviso, pareva lo gettasse in costernazioni profonde; sfuggiva a studio, eziandio per gli affari del teatro, ogni contatto con la polizia; perfino ne' battelli a vapore, su' quali avevano fatto tante traversate, la presenza di uno o pi agenti gli dava tristezza.
Entr di forza nella camera di Jole, ma quando si vide dinanzi il Delegato con le due guardie sembr smarrire le forze, e ebbe appena fiato di dire:
Mia... figlia?
In questo momento si trova nell'ufficio della polizia! rispose il Delegato. Anche lei potr accompagnarci or ora, quando vi torneremo.
Il vecchio cadde a piombo sopra un piccolo sof, che era accanto all'uscio della camera. Era pallidissimo, n facea pi alcun moto; e rimase l come irrigidito.
Gli agenti gli furono attorno; anche i servitori si davano gran premura; ma il vecchio non risensava.
Deliberarono di aprirgli le vesti, di adagiarlo pi comodamente; gli tolsero la catena dell'orologio.
Il Delegato scorse che a una estremit della catena, insieme con un portamatite d'oro, erano infilate in un anello pur d'oro due piccole chiavi.
Gi il Delegato avea girato per la casa, e avea veduto dove era la camera del vecchio.
Trasse le due chiavi dalla catena e si avvi in compagnia di uno degli agenti verso quella stanza. Si ferm dinanzi un grande stipo: l doveano esser racchiusi i valori, che il vecchio recava con s.
Apr: e i due impiegati della polizia furono come abbarbagliati dall'oro che luccicava in quei cassetti.
Il vecchio non si riaveva: il Delegato appose i sigilli a varii usci, sulle serrature di varii mobili nella casa con ordini severi, e se ne torn solo all'uffizio di polizia.
Non era scorsa una mezz'ora, dacch il Questore l'aspettava, quando se gli fece innanzi di nuovo il delegato Domenico Arganti.
Fece vedere al Questore gli abbozzi di lettere, che avea trovato nel forziere in camera di Jole.
Il Questore rabbrividiva chiarendosi della somiglianza de' caratteri con quelli in cui era scritta la lettera minatoria.
E inoltre si trattava di altri corpi di reato.
Non basta, interruppe il delegato Arganti, ho trovato una scatoletta piena di carta da lettere sulla scrivania della signorina.... Esaminiamo se la carta sia eguale a quella sulla quale  scritta la lettera indirizzata alla contessa Usupow.
Presero la lettera, poi un foglio bianco, il guardarono contro luce: e entrambi esclamarono:
 la stessa carta.
Infatti nel mezzo de' due fogli si leggeva il nome della fabbrica americana Philadelphia, Coston's Mills.
I due ufficiali della polizia scambiarono uno sguardo significantissimo.
Le prove abbondano! disse il Delegato. Pure mi resta un dubbio....
E raccont degl'ingenti valori, trovati alla ragazza e a suo padre.
Come si spiega che una ragazza la quale aveva a sua disposizione quaranta o cinquantamila lire fra danaro e gioielli tentasse un ricatto di tremila lire?
Il Questore si strinse nelle spalle. Gli doleva della risoluzione che stava per prendere, era tutto sospeso, titubante.
Ci sar libera, domand in un subito al Delegato, una prigione non troppa dura nel carcere femminile?
Udita la risposta del Delegato, il Questore replic:
Prepari tutto per condurre nelle carceri la ragazza.... Mi rincresce dover appigliarmi a questa risoluzione; ma non possiamo fare altrimenti.... Dia pure ordine all'ispettore, in mio nome, d'avvisare immantinente il giudice d'istruzione.... Non occorron guardie... lei solo potr accompagnarla e consegnarla al direttore delle carceri.
Il Questore sedette un istante e scrisse su un foglio, che consegn al Delegato, poche parole.
La mano gli tremava: il cuore gli batteva pi forte dell'usato. Non poteva tener una condotta diversa da quella che teneva, ma pur non era soddisfatto; una voce gli prorompeva dentro, e lo avvisava che, supplendo strettamente agli obblighi del suo ufficio, commetteva forse tale una ingiustizia, che non sarebbe stata in appresso possibile alcuna riparazione.
Lei  tranquillo, signor Delegato? domand il capo della polizia al suo subalterno, appena ebbe firmato il foglio.
Io?... si figuri... tranquillissimo.
E io no! rispose il Questore un po' pallido e conturbato. Ma che la legge abbia il suo corso! e gettando sul tavolino la penna, che rotolando lasci in due o tre punti le impronte luccicanti dell'inchiostro, si alz dicendo:
E ora, mentre aspetto che lei abbia messo tutto in ordine, far alla ragazza qualche altra domanda.
Jole, sentendo parlare nella stanza accanto a quella in cui si trovava, si era alzata e accostatasi, in punta di piedi alla porta, tendeva l'orecchio.
Fu incontanente percossa dal suono di quelle parole: crimine, carcere, legge. Sebbene non vedesse, si accorse della esperienza che facevano i due ufficiali della polizia, guardando contro luce i fogli da lettera. Li ud pronunziare il nome del fabbricante, dal quale ella avea acquistati i fogli a Filadelfia.
Rabbrividiva: avrebbe voluto gridare, ma la commozione la soffocava, non le riusciva articolare parola.
E il padre? domand a un tratto il Questore, tornando indietro.
Allora il Delegato raccont alla minuta varii particolari della perquisizione: l'arrivo del vecchio Zumarrow, l'accesso da cui era stato colpito.
Jole non pot pi resistere, e senza che le uscisse un gemito dalle labbra, cadde riversa sul pavimento.
Il Questore mentre si avvicinava alla porta, ud il tonfo, che aveva fatto, cadendo, il corpo vegeto e robusto della giovane.
Spalancata la porta, i due ufficiali videro la Zumarra giacente sul pavimento, pallida, come se la morte avesse gi composto le fattezze di lei e al tutto priva di sensi.
Signorina! Signorina! grid il Questore, chinandosi in modo pietoso.
Dinanzi a' suoi occhi, nei molti anni della sua carriera, si erano svolte scene lugubri, strazianti, incredibili ad altri che a lui: lacrime, strida, spasimi, divincolamenti non gli erano nuovi: sapeva quante rovine possono accumulare d'un tratto la disperazione, il dolore. Conosceva le misteriose angosce delle famiglie, i supplizi di tante nobili e oscure vittime, padri, madri, mogli, fidanzate, sorelle: vittime dell'amore per qualche indegno; sapeva i sagrifizi, che consumano certi cuori; avea veduto le immani lotte che lasciano l'anima esausta, e che si impegnano talora fra il reo d'un delitto, il quale vuol difendere la sua libert, la sua vita, e coloro, che in nome della societ offesa gli chiedono conto dell'uso che ha fatto di quella libert, che egli vorrebbe rivendicare, di quella vita, che non vuol cedere.
Ma una pi terribile scena di quella non gli era mai occorsa; e nella sua mente si confondevano due idee: il padre clto forse in quel momento da un accesso di apoplessia, sull'angolo di un sof, nella propria casa, al cospetto di due agenti di pubblica sicurezza, e la figlia stesa a quel modo, priva di sensi, sul pavimento di una stanza della polizia.
All'uno e all'altra chi avrebbe potuto presagire anche il giorno innanzi una tal fine?
Nessuno; neppur lui, cos scaltro e provetto, che facea professione di indovinare tanti segreti! I due ufficiali di polizia raccolsero la ragazza e l'adagiarono con ogni cura.
Sar meglio, disse il Questore, farla mettere pian piano da due agenti in carrozza, e accompagnata da lei e da un medico, sia subito condotta nelle carceri in una di quelle stanze che servono anche di infermeria.... Ella la deve affidare alle cure della celebre suor Silvestra....
L'antica ballerina, che si  fatta Suora di Carit, or sono quindici o sedici anni....
Appunto.
Un'ora dopo Jole entrava nel carcere femminile.
Non aveva dato pi segno di vita. Gli occhi vitrei, immoti, il volto bianco come marmo, le braccia e le gambe tese, il volto atteggiato a ineffabile angoscia.
Suor Silvestra l'accolse, e con quella sublime carit, che sola ispirer sempre la divina legge di Cristo, bench ricevesse fra le sue braccia una delinquente, prima di dar mano a coricarla le impresse sulla fronte un bacio.
Cos la creatura, purificata nella orazione, nelle penitenze, nell'esercizio di difficili pratiche, la creatura vivente a' pie degli altari, invasa dal pensiero di beatitudini eterne, di glorie celesti, accoglieva come una sorella la donna, che il mondo respingeva da s per abbietta e colpevole: fraternit grandiosa, edificante, istillata ne' cuori da una religione che pu esser vilipesa soltanto da scellerati.
Poi la buona monaca tolse gli abiti alla ragazza, la coric, le pose sul capezzale, da una parte, il crocifisso e quindi si inginocchi accanto al letto, immergendosi in una affettuosa preghiera.
Esegu a puntino le prescrizioni del medico, che per tre volte visit Jole nella giornata.
Il giudice istruttore, venuto a interrogare la ragazza, non pot neppur tentare di mettere in opera il suo disegno, poich essa era al tutto fuori di s.
Sul far della sera il delirio le prese fortissimo.
Il giudice istruttore la sera stessa, rileggendo nel silenzio del suo studio i documenti trasmessigli dalla Questura, scriveva fra i suoi appunti, che dovevan servirgli di traccia negl'interrogatorii, queste righe:
Appena la ragazza sar in istato di parlare, le prime domande da farle sono le seguenti:
Perch voi andaste alla Posta a ritirare una lettera indirizzata a Violante Fellini?
Chi  questa Violante?
Chi vi aveva mandato a cercare la lettera?
Il delirio di Jole dur due giorni, poi si and mitigando: la ragazza miglior. Ma il delirio era stato funesto anche all'esito della causa.
Interrogata la monaca, se nel delirio Jole avesse pronunziato il nome della contessa Usupow, la buona suora non seppe rassegnarsi adire una bugia, e con un sospiro, pi che con una parola, disse di s.
Jole non sapeva ancora dove si trovava.
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CAPITOLO 5.
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Quella sera, cio poche ore dopo che Jole fu entrata nel carcere, in casa Micaelli convenivano molte persona.
La notizia che la bellissima e famosa artista fosse incarcerata aveva gi riempito tutta Milano.
La gente ne diceva di tutti i colori: chi scagliava sulla giovane le pi strampalate e volgari accuse, e le donne primeggiavano in tale industria; chi ne pigliava calorosamente le difese.
I giovinotti eleganti e anche i vecchi spensierati, questi giovinotti che non sanno divezzarsi dal vivere scapestrato, erano tutti in favore di Jole.
Che bella ragazza!
Che forme!
Che capelli!
Che sorriso!
Che gesti graziosi!
Che coraggio e che forza ha quella ragazza adorabile!
Le Micaelli andavano qua e l pe' salotti, facendo gli onori di casa.
Erano pi livide del solito.
Ah! diceva una di loro alla bolsa contessa Marazio: Chi avesse potuto prevedere!... Ma gi un amico me lo diceva.... quella ragazza non doveva finir bene.... E pensare che l'abbiamo ricevuta qui tante volte.... Stamani, io stessa ero andata a farle una visita.... Giovent... Giovent di questi tempi! brontolava la ipocrita Micaelli, alzando gli occhi al cielo.
Scusate! bofonchiava in quello stesso momento l'altra Micaelli confabulando col decrepito commendatore Pesamondi. Voi vorreste difendere quella sciagurata.... Io, in coscienza non posso.... Vada per l'azione in s stessa, ma aver osato di turbar la pace, di denigrare nell'onore quella gentile contessa Usupow, cos affabile, e sopra tutto cos virtuosa!
Si ud una grande scampanellata, poi uno sbattere d'usci, poi un grido delle due Micaelli che ad un tratto corsero incontro a una elegantissima donnina, che entrava nella sala ove era raccolto il maggior numero di persone, e se le gettarono al collo.
Oh! care... care amiche! sospir una vocina carezzevole, vellutata, che usciva da una bocchina vivida e fresca come un bocciuolo di rosa. Che disturbo, che ho avuto.... Non ho pi bene... non ho pi pace, e parlava interrotta, con gesti da disperata, non avr pi pace... perch infine sono stata io la causa di tutto.... Ah, se avessi potuto immaginarmi.... Figuratevi, per tremila lire!
Un bel giovane bruno, che sino allora era stato fermo in un canto della stanza, il principe Crovelli si fece innanzi.
Contessa, ho bisogno di parlarle un istante, disse alla contessa Usupow, poich era lei, la vaghissima donnina, arrivata con tanto strepito.
Il giovane avea pronunziato tali parole con accento cos risoluto, che la signora scatt dalla sedia e pochi  istanti dopo si dispose a seguirlo.
Una delle Micaelli apr una porta al lato destro della sala, e la contessa e il principe, traversato un breve andito, tutto illuminato, si trovarono in un salottino sfarzosamente mobiliato, che metteva in una camera sontuosa. Nel salottino ardevano disposte a viticci dodici o quattordici candele; una lampada, appesa al soffitto della camera, gettava sui mobili, sul letto, parato di seta a striscie bianche e azzurre, una luce rosea.
La Micaelli richiuse subito la porta.
Il principe e la contessa Vera erano soli.
Si guardarono un istante come due terribili nemici prima di azzuffarsi.
I loro occhi gettavano lampi d'odio.
Il principe corse d'un balzo a chiuder a chiave la porta del salotto: quindi torn dinanzi alla contessa Vera, e digrignando i denti, coi pugni stretti, e battendo i piedi sul pavimento, esclam in un accesso di collera:
Voi... siete voi... che avete preparato l'intrigo infernale, pel quale una ragazza innocente  stata chiusa in prigione... Voi avete gettato lo sgomento, la costernazione in tre cuori: nel cuore di un padre, in quello di una figlia, nel mio; cio nel cuore del pi ardente, del pi affezionato, del pi entusiasta fra gli amanti....
Ah, tu dunque confessi ora... a me, che eri l'amante di....
Non una parola contro quella ragazza... o vi faccio cadere a' miei piedi! disse il principe con un gesto, sul significato del quale non poteva cader dubbio.
Non mi fai paura! rispondeva imperterrita la contessa Vera. Conosco il tuo carattere violento, bestiale: tu sei un gentiluomo, che discendi da signori, i quali vendevano le pelli di bue... e saresti capace anche di percuotere una donna.
E dite pure, di ammazzarvi! interrompeva il giovane, accostando le mani a poca distanza dal collo della contessa, quasi facendo atto di volerla soffocare.
Poi, pentito, come se volesse farle dimenticare quegli atti cos focosi, la spingeva a sedere verso un canap, si metteva in ginocchio, le baciava le mani, dicendole con voce sommessa:
No, Vera, perdonami.... Io gi ti perdono.... Sei tu... non  vero?... che hai fatto scrivere quella lettera... tu che hai fatto cadere in una insidia la ragazza pi onesta, pi buona....
La contessa Vera corrugava la fronte.
L'hai fatto per gelosia... lo so... continuava il giovane. Ebbene, salvala... io torner a te... ti do la mia parola... non la rivedr mai pi!
Si eran ritrovati insieme tante volte in quel salotto.
Ci che diceva la lettera minatoria era vero: la contessa ci aveva lasciato talora un mazzetto di fiori, il pettine di tartaruga, che teneva fermi i suoi lucenti e abbondanti capelli, un guanto; e una delle sue giarrettiere di seta rossa, a piccoli sbuffi e fiocchetti, che le ricingevano sopra il ginocchio pi candido che il marmo di Paro, e facevano piegare, increspar la pelle della gamba lievemente adiposa.
Ma gli oggetti erano stati ritrovati dalle Micaelli e restituiti.
Quanti sospiri, quante carezze, quanti sfrenati impeti di passione la contessa Vera avea eccitato tra quelle pareti, addobbate con tal lusso, nel suo giovane amante. Il principe l'avea adorata: le due sorelle Micaelli, coadiutrici di tanti intrighi, avevano tenuto il sacco anche a questo. Il principe era generoso: e la contessa Vera era una cos buona donnina! Donava tanto volontieri... porgeva di tratto in tratto alle Micaelli un braccialetto, un diamante, una grossa perla, con la profusione onde offrono fiori quelli che vanno attorno vendendoli in corbe. 
Il principe Crovelli si era inebriato, a dir giusto, nell'amore della contessa: la seguitava per tutto, come se egli fosse divenuto l'ombra di lei.
Il conte Usupow, bench giovanissimo, era tutto dedito agli studi, pizzicava di bizzarro e di fantastico, gli dava nel genio pi che altro il vivere a s, ricercava il conversare de' dotti, e scansava ad arte la gente e le conversazioni frivole, delle quali si piaceva tanto la contessa Vera.
Da due anni lavorava assiduo ad un'opera nella quale facea disegno di chiarir certi punti oscuri nella primitiva storia dell'Egitto. Alla moglie pensava poco: comportava volentieri che svolazzasse qua e l, dove la tirava il suo talento, che facesse a sua posta tutto quello che le frullava pel capo; la riguardava come un grazioso oggetto, che gli stesse bene in casa, tra tante cose belle e preziose da lui raccolte; ma a lei preferiva le sue collezioni di oggetti d'arte, messe assieme con inusata splendidezza.
Non accade dire se la contessa Vera cavasse partito dalla libert che le lasciava lo sposo.
Era di quelle donne, cui non par mai di pigliarsi assai bel tempo, e non sono mai stanche del divertirsi. Come se la felicit fosse assicurata a chi si getta per morto tra le calde, infide onde della passione: a chi cerca con smania sempre inappagata, con febbre inestinguibile nuove variet di piaceri! mentre la felicita  per tutti nell'adempimento della legge morale, nella fedelt e costanza degli affetti, nell'esercizio del bene, nell'indirizzare la vita ad un fine che sia serio, e le conferisca dignit.
Ma la contessa Vera non penava a far queste, o simili riflessioni.
Ci era un nuovo cappello, una nuova foggia di vestito, li voleva; ci era un ballo, vi correva subito: ogni sera avea bisogno di assistere ad una festa, ad uno spettacolo; ogni giorno era indispensabile alla sua felicit andarsene a mostra in un coup, tutto vetri sul dinanzi, o in una carrozza scoperta, ne' luoghi pi frequentati, farsi vedere, ammirare, contendere col sole nella facolt di giocondare e abbellire il mondo con la sua presenza. Accorgersi che due o tre imbecilli seguitavano la sua carrozza, l'accompagnavano a casa ogni volta che ella usciva, passeggiavano sotto le sue finestre quando era tornata; a casa trovare un mazzo di fiori fatto recapitar da un anonimo, ricever per la posta bigliettini, che un'altra donna non si sarebbe degnata neppur d'aprire; tener tali atti, s ingiuriosi per chi li accoglie, quali omaggi alla creatura pi simpatica, pi seducente, pi perfetta, che de' suoi piedi facesse carezze sulla superficie della terra; portare i tacchi alti dodici centimetri, ecco quale era la sua scienza, la sua religione, la sua filosofia!
Da due anni, non accompagnandola mai o quasi mai il marito, ella compariva ai teatri, alle feste, ai ritrovi, circondata sempre da uno stuolo di giovincelli, quasi imberbi, con visetti da santini: bianchi, rosei, affilati; costoro le portavano a gara chi lo scialle, chi l'ombrello, chi il cannocchiale: ed essa guidava tutte quelle bestiole della sua mandra con accortezza esemplare. Un'amica, maggiore d'et a lei, e di una perfidia, qual solo le donne hanno fra loro, se amiche, vedendola un giorno avanzarsi circondata da quei giovanottini avea detto di lei ad alta voce, in modo che udirono molte persone:
Ecco la Strage degli innocenti!
E il nome le era rimasto.
Ma non in quel gruppo essa aveva scelto il suo amante.
Ai giovanottini faceva vedere il suo piedino, che era bello, e, lo diceva anche lei, fra i bellissimi.
Quando taluno le osservava che questa o quella signora aveva pure il piede molto piccolo: Oh! interrompeva, per esempio, sogghignando, quella l ha sicuro il piede piccolo, magro, tutto ossi.... come la gamba.
E non soggiungeva altro, ma era chiaro voler significare come essa invece, se aveva il piede asciutto, magro, aveva la gamba rotonda e meglio tornita.
Oltre il piede, faceva vedere a' giovanottini le braccia che di solito teneva scoperte fino al gomito, di una forma meravigliosa; dava loro a baciare un dito, due dita, talvolta la mano, ma con gesti, sguardi che spesso imbrogliano un uomo, specialmente tra i diciotto e i vent'anni, e gli mettono in cuore l'illusione, mentre si accosta un dito o una mano alle labbra, che con le donne, anche cominciando dal poco, perseverando, si pu far carriera.
Per amante la contessa Usupow aveva scelto il principe Crovelli, giovane di circa trent'anni, col quale in pubblico si faceva vedere di rado. Il principe andava quasi sempre dove andava la contessa, ma si scambiavano appena un saluto: non ci era relazione fra il principe e il conte Usupow: n il principe aveva mai fatto visite alla contessa in casa sua.
I loro misteriosi ritrovi erano in casa le Micaelli, dove altre donnine aristocratiche, giovani, ricchissime e leggiadrissime, soleano trovare tanta indulgenza a certe loro singolari e momentanee debolezze.
In tal modo Vera Usupow si conformava a certe usanze, che prevalgono tra le sue pari: il cui sommo studio  di comparire agli occhi del mondo corteggiate, desiderate, perseguitate, ma al tempo stesse fredde, impassibili, tipi di continenza e di virt; schiave esemplari del dovere coniugale: e in segreto far d'ogni lana un peso: aver amanti, e operar con spaventosi ripieghi.
La prima volta che la Zumarra venne in Milano ci furono gravi diverbii fra il principe e la contessa Vera.
Il principe si era schierato tra i fanatici della giovane artista: le faceva in pubblico vistosi presenti: piramidi, trionfi di fiori, che si sapevano da lui ordinati; gioielli; una sera, mentre il teatro era pienissimo, gremito di spettatori, e anche la contessa Vera assisteva da un palco allo spettacolo, non si perit, essendo vicino al recinto dove entravano gli artisti, di tenere una delle corde per le quali la Figlia dell'Aria saliva al punto, verso il soffitto del teatro, dal quale poi si muoveva, slanciandosi al suo volo prodigioso.
Le bizze, le gelosie della contessa Vera crebbero, poich la seconda volta che Jole torn a Milano, il principe la trascurava, poi, a poco a poco, le aveva fatto motto di lasciarla.
Jole era ricevuta in casa Micaelli: il principe non rifiniva dal mostrarsi assiduamente premuroso verso di lei.
Per la ragazza non gli badava pi che tanto: volontieri s'intratteneva con lui, che parlava cos bene e aveva modi tanto affabili. Non le andava per l'animo che il principe si occupasse di lei con speciale ardore: abituata ai complimenti d'ogni maniera, alle ammirazioni, alle adulazioni.
Un giorno la contessa Vera, in casa Micaelli, al cospetto di molti, le aveva inflitto una grande umiliazione.
Jole era stata presentata dalle Micaelli alla contessa, la quale, fattole un inchino, e sbirciatala con le sue lenti montate in oro, era subito entrata in discorso con un'altra amica.
La ragazza, abbattutasi di nuovo nella Contessa pochi giorni appresso, le mosse incontro tutta ilare, stendendole la mano.
Ma con meraviglia di tutti la contessa Vera le volse le spalle, e si allontan da lei con alterigia, senza neppure degnarsi di restituirle il saluto. La ragazza allib, rimase tutta confusa, e da quel tempo sent per la contessa un odio mortale.
Il principe Crovelli sapeva dunque la grande inimicizia, che era fra le due donne: teneva la contessa per capace di tutto, e quando ud parlare dell'arresto della bellissima artista, e de' motivi che lo avevano procurato, non stette in forse un istante a cui attribuire la odiosa macchinazione.
Era subito corso a casa di Jole per parlare al padre di lei: per dichiararsegli pronto a far tutto quello che alla ragazza potesse tornar utile; ma il signor Zumarow era sempre prostrato, senza forze, non atto a discorrere con chicchessia.
Allora il principe pens che toccava a lui difender l'onore di quella povera ragazza; salvarla da una s atroce vendetta.
Non poteva andare in casa della contessaUsupow, ma immaginava che la sera non sarebbe mancata al consueto ritrovo in casa le Micaelli. E si reco l ad aspettarla.
Come la vide venire, gli parve leggere subito in volto il delitto che aveva commesso, e trascinatala nel salotto, dove tante volte l'aveva aspettata trepidando e l'aveva stretta con tutta l'ansiet della passione tra le sue braccia, dopo che ebbe scambiato con lei le prime parole, acquist la convinzione che si era bene apposto.
Il tiro fatto a Jole era stato consigliato, preparato dalla contessa. Non glie ne cadeva pi nell'animo alcun dubbio.
Ma come uscire da quelle strette, se la Contessa si fosse rifiutata a rivelare?
Allora lo invase un grande furore: strepit, minacci, arriv persino a far atto di percuotere la gentile donnina. Gli usci erano chiusi: dal salotto dove le Micaelli ricevevano i loro invitati non si udiva alcun rumore: e poi del resto chi bazzicava in quella casa sapeva da s che vi accadevano scenette assai curiose.
Per il principe venne subito a miglior consiglio.
Avvis che con la violenza non avrebbe forse ottenuto nulla: volle tentare la dolcezza, l'astuzia. Si finse pentito, s'inginocchio a' piedi di Vera, le chiese perdono, le promise che avrebbe dimenticata la ragazza, e sarebbe tornato a lei per sempre.
Abbandonar una donna come te per una saltatrice! mormorava il principe, a cui quella menzogna, bench detta a studio, quella ingiuria contro colei che amava sopra ogni altra cosa al mondo, raddoppiava le torture del cuore.
Ma Vera ebbe un triste sogghigno.
E mettendo una delle sue candide manine, con le dita tutte sfavillanti di anelli tra i neri capelli del principe:
Ah... tu mi confessi dunque... che l'hai amata, ripeteva. Mentre io per te... correvo qui ad ogni tuo desiderio... cercando mille pretesti... sfidando tanti pericoli... per farti felice... tu mi tradivi con una sgualdrina....
Il principe non pot rattenere un gesto di sdegno.
Tutti cos, voialtri uomini.... Va', vigliacco!
E la contessa si alz, incollerita, dando al suo amante un urto che lo fece vacillare sulle ginocchia.
Egli si rialz, la simulazione non gli giovava: era inutile che temperasse quella foga, che sentiva prorompergli dall'animo.
Vera! disse il principe, afferrando per le mani la contessa, in modo che le procur un acuto dolore, e sospingendola di nuovo a sedere sul canap: io non ho pazienza! Non vi abusate della vostra condizione di donna!... In un attimo la rabbia potrebbe acciecarmi....
Lasciatemi andare! rispondeva essa, tutta stizzita, procacciando di svincolarsi.
La sua veste scollata le lasciava scoperte una parte del seno e le spalle, tutte quelle perfezioni, da cui il principe era stato altre volte abbagliato: quella pelle bianchissima, delicata, sulla quale si eran desti tanti fremiti a' suoi baci.
Dove erano andate le ore deliziose, le promesse, i giuramenti? che n'era stato di tutto il loro amore?
Quante sere si erano trovati in quel salotto, tutti e due venendo da una festa, da un ballo, lei nei pi ricchi abbigliamenti, lui elegantissimo nella austera semplicit del suo abito nero!
Con qual premura egli, arrivato il primo, le toglieva la pelliccia d'ermellino, fragrante di profumi, le prendeva il mazzetto, che ella portava in seno, per accostarselo alle labbra!
E adesso!
Tutti e due si insultavano, si squadravano come se avessero voluto divorarsi.
Se non mi lasciate.... urlo! disse la contessa, che sentiva sempre pi stringersi i polsi tra le ditad'acciaio del principe.
E urlate pure! riprese il giovane. Nessuno verr.... siatene sicura: il primo che osasse porsi tra voi e me... v'assicuro capiterebbe in mal punto.... Vera! soggiunse il principe, voi dovete salvare quella ragazza....
Io?
S, voi....
E in che modo?
V'ordino io di cercare il modo.
Vera era tutta madida di sudore: l'irritazione del principe le faceva temere che da un istante all'altro egli desse in qualche eccesso.
Gir a un tratto gli occhi intorno a s: un sinistro sorriso illumin la sua fisonomia.
Non mi stringete cos, riprese, sono disposta a venire a patti con voi....
Il principe la lasci libera.
E mentre egli si appoggiava sulla spalliera del canap per ascoltarla, la contessa Vera, alzata in piedi, e facendo alcuni passi per la stanza, gli diceva:
Avete torto, mio caro, a sospettarmi capace di una tale scelleratezza... Credete dunque che io abbia un animo s basso!
La contessa si avvicinava lentamente ad una consolle, sulla quale, tra i candelabri accesi, brillavano varii oggetti.
Ascoltatemi, Vera, interruppe il principe, non mi spingete ad estremi.... Io fo sembiante d'essere tranquillo perch voi possiate pure svelarmi tutto con la massima quiete... Ammetto che vi abbiano mal consigliata, che abbiate ceduto in un momento di aberrazione ad un'idea perversa.... Vi ripeto, siate sincera; sono pronto a perdonarvi.
Il Principe parlava commosso: le lacrime gli rigavano le guancie.
Vera, fattasi proprio vicino alla consolle, prese una specie di stiletto, arme orientale, tenuta l come ornamento, e quasi volesse trastullarsi lo cav dal fodero in velluto rosso a puntaglio e fermagli d'oro, e con una certa cautela mandava la lama stretta, affilatissima su e gi tra le dita.
Lo strumento micidiale luccicava al riflesso dei lumi.
La punta era avvelenata.
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CAPITOLO 6.
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Appoggiata col gomito destro alla consolle, baloccandosi con lo stiletto, Vera guardava il suo antico amante.
Forse... vedi... ellaprese a dire, io so qualche cosa... e te lo potrei anche palesare... ma ad un patto....
Sentiamo!
Che tu pure mi racconti la verit.
A che proposito?
Mi devi raccontare se davvero eri innamorato della ragazza, quali erano i tuoi intendimenti, che cosa hai fatto per lei fino ad ora.
Il Principe dipinse a brevi tratti, ma con molto calore, la sua passione per Jole: incauto accenn alla Contessa che egli avea fatto disegno di partire da Milano quando doveva partire la ragazza, determinato a seguirla per tutto... e sposarla, se occorresse.
Le avreste dato il vostro nome?... Avreste messo una corona di principessa sulla testa di una cavallerizza?
Non sarebbe stata la prima artista che ha onorato con la sua gloria, con la sua virt, le nostre corone..... Ma, del resto, egli soggiunse, non avrei, cara Vera, avuto forse mai il coraggio di pigliare una tale risoluzione.... E chi sa se forse ella avrebbe accettato.... Voi non conoscete di quali impeti generosi, di quali strane fantasie, sieno capaci questi cuori d'artiste.... Esse possono rifiutare la mano e le ricchezze di un Principe e ricercare un povero giovane, che non ha altra grandezza, se non quella del proprio ingegno, o la propria onest.... Ad ogni modo, ora capisco, proseguiva il Principe, fingendo, per andar a' versi della Contessa, che il mio capriccio era proprio insensato; e non ho pi alcun pensiero per quella ragazza.
Vera, mentre il Principe parlava, avea a stento rintuzzato la collera, che le ruggiva nell'animo.
E allora, se non ci pensate pi, domand pallida, con una simulata freddezza, perch vi occupate di lei? Che v'importa, se sia arrestata? se  rea od innocente?
Il Principe comprese che egli era caduto in un tranello.
Volle fare un altro tentativo per stornare il colpo.
Che m'importa? esclam, rimanendo seduto sul canap, e agitando il braccio destro verso la Contessa, come vorreste che io potessi pi viver tranquillo, beato nel vostro amore, accanto a voi, mentre fossi angustiato dal sospetto che quella ragazza sia stata precipitata in tale abisso per causa mia? Che gioie potremmo noi provare nei giorni in cui il nome della ragazza innocente fosse pronunziato nei tribunali, scritto in una condanna?No, Vera:  impossibile che questo sia.... Ormai  entrata in me la persuasione che voi avete commesso, all'impensata, un atto cos nefando: ve lo perdono, ma per carit adoperiamoci insieme, aiutiamoci a evitarne le tristi conseguenze....
La Contessa si scost alcuni passi dalla consolle. Teneva infilato il dito mignolo della mano sinistra nell'anello del ventaglio, e batteva sul ventaglio lo stiletto che avea nell'altra mano con un gesto nervoso e quasi convulso.
Bastano le parole! disse di repente, tutta contraffatta nel volto e pi simile ad una furia che a donna. Tu hai creduto ingannarmi... e invece mi hai dato nuove prove che sei un miserabile, che hai amato quella ragazza, mentre giuravi a me la tua fedelt.... Mi hai dato nuove prove che mi trascuravi, che avevi gi pensato di abbandonarmi per lei.... Va'... va'... a raggiungere la tua cavallerizza! Va', Principe, innamorato di donne da Corte d'Assise!
Il sarcasmo fer il giovane gentiluomo come una scudisciata, che altri gli avesse menata sul volto.
Si alz.
Badate, disse tutto contegnoso, e facendo una gran forza a s stesso, che fra poche ore, o pochi giorni, non dobbiate esser voi nella prigione dov' quella ragazza....
E chi mi accuser? chiese la contessa Vera con grande albagia, e scuotendo la sua testina.
Io!
Voi?... Voi dunque anderete, per esempio, dal procuratore del Re... gli racconterete che una donna ha avuto la degnazione di amarvi, di accordarvi i suoi favori, e in compenso voi pubblicate al mondo la debolezza di lei... atto da vero gentiluomo!... Non bastandovi, l'accusate di una infamia... per difendere un'altra donna... un'altra vostra amante.... Tutti, del resto, vi terranno per pazzo, poich io vi sfido a mettere innanzi il pi lieve indizio contro di me. E la vostra nuova amante, che voi dite tanto virtuosa, bench sia in prigione, credete vi sar grata di vedervi atteggiare a suo paladino e pigliare su di lei un diritto di difesa, che ella non vi ha mai dato, e che la comprometterebbe sempre pi agli occhi di coloro che le muovono tante accuse! Voi non potete fare un passo, senza coprirvi di ridicolo....
Il Principe fu scosso da quelle parole.
Si mise a riflettere.
La Contessa aveva ragione.
Egli non poteva accusarla: un gentiluomo non va a denunziare una donna, che  stata sua amante. Quale enorme scandalo avrebbe sollevato! Non avrebbe dovuto battersi col conte Usupow, con altri parenti della contessa Vera? E poi, fosse pure arrivato al punto di accusarla, quali prove avrebbe potuto fornire di un'accusa s grava e odiosa?
Si smarriva in tali perplessit: le tempie gli martellavano.
Voi, torn a dire dopo alcuni minuti di silenzio, non avete operato sola. Non avete abbastanza ponderazione per preparare un tale intrigo.... Qui ci sono dei complici.... Parlate, o....
Il Principe stava per afferrar di nuovo il braccio della Contessa.
Miserabile! ella diceva tenendo i denti stretti; e sorreggendo lo strascico della sua veste si era accostata di scatto alla porta. Se non mi lasci andare, continuava, brandendo lo stiletto che aveva tra mano, io mi sapr difendere: e dir che volevi farmi qui violenza....
Il Principe sapeva che lo stiletto aveva la punta avvelenata: che era un'arma da selvaggi, acquistata dalle Micaelli in un lor viaggio in Oriente; ma non ebbe paura.
Cap che era inutile levar rumore in quel momento: che non avrebbe potuto indurre quella donnina cos elegante e scellerata a parlar in favore della ragazza, che egli giudicava di sicuro esser vittima di lei, e si ferm dinanzi la porta, dicendo:
S, io vi lascio.... Vo a cominciare la mia opera di difesa per questa ragazza che io amo... e alla quale sono risoluto a offrire il mio nome, in segno di stima, anche prima che sia finito il suo processo.... Ma tra me e voi fin da stasera comincia una grande battaglia: io scoprir a poco a poco la vostra perfidia... voi sarete costretta a confessare....
La contessa rispose con un gesto di sdegno.
Il Principe usc senza salutarla; in un attimo fu nell'anticamera dove due servitori l'aiutarono ad infilarsi la cappa chiara da estate che egli vi aveva lasciato.
Scese le scale: il cocchiere che lo aspettava a una certa distanza, vistolo comparire sulla soglia della porta, dette una stratta ai cavalli, e il giovane Principe entr di l a un secondo nel suo coup, richiudendo dietro a s la portiera, sulla quale brillavano la sua arme e la sua corona.
In piazza San Fedele... alla Questura! ordin il Principe, parlando col cocchiere a bassa voce, come se gli stesse a cuore che quell'ordine non fosse udito da alcuno.
La contessa Vera, poco appresso, tornava nel salotto delle Micaelli.
Aveva gi riparato al suo disordine, e tutti la videro fresca, sorridente, soddisfatta, sebbene di tanto in tanto la conversazione sulla ragazza messa in carcere poche ore prima con stupore di tutti i milanesi, la inducesse a muover qualche sospiro, a pigliare aspetto di turbata.
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CAPITOLO 7.
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Non  possibile, Eccellenza! diceva il Questore di Milano al principe Crovelli, che era seduto dinanzi al capo della polizia in quella medesima stanza dove Jole era caduta priva di sensi, poche ore avanti.
Gli occhi del Principe si fissavano sopra un ombrellino coperto di trine, con manico d'oro, egregiamente lavorato: l'ombrellino, che soleva portare Jole, e lasciato l dagli agenti in un momento di confusione.
Non e possibile? replic il Principe. Ma riflettete, signore, questa ragazza fino a che suo padre non si sia riavuto dall'accesso che lo ha colpito  sola nel mondo; non ha nessuno che la difenda, che si occupi di lei.... Credo dunque che l'atto che vi propongo sia per me un dovere di gentiluomo.... Io la conoscevo.... Ebbene, io fo garanzia per lei.... Adoperatevi perch le sia accordata la libert provvisoria... sono pronto a pagare mille... diecimila lire di cauzione.... Insomma tutto quello che occorre.
Fu bussato alla porta, entr un usciere che consegn al Questore un biglietto di visita.
Veda, Eccellenza, la ragazza non  abbandonata... come ella crede.... Gli artisti hanno cuore e si aiutano fra loro....  la terza volta che in poche ore vien da me il direttore della Compagnia equestre.... Gli artisti della Compagnia si sono gi messi d'accordo fra loro e hanno offerto di pagare una somma enorme come cauzione, se viene accordata alla ragazza la libert provvisoria.... Ma le ripeto,  impossibile.... Essa non ha subto altro interrogatorio che il mio: e del resto, dato pure che il giudice istruttore l'avesse interrogata, come potrebbe aprirle la porta del carcere?... Ci  la flagranza del delitto, che toglie a noi ogni facolt.... Io voglio ammettere come lei che la ragazza sia vittima di un'insidia; ma  d'uopo convenire che, se vi sono prove morali in favore di essa: la sua vita trascorsa cos esemplare, la sua ricchezza, per la quale non si pu spiegare il tentato ricatto; le prove materiali contro di essa abbondano.... il punto pi importante  di sapere se esista questa Violante Fellini, in nome della quale la ragazza  andata a chieder la lettera... Sentiremo, quando sar in condizione di parlare....
Il Principe corse da un avvocato.
L'avvocato era un bell'uomo sui cinquant'anni, un po' corpulento, sempre elegantissimo, e, malgrado gli anni, stava, come suol dirsi sulla vita amorosa: corteggiatore e ammiratore appassionato di donne giovani. Costui gi aveva udito raccontare in mille modi la storia della ragazza.
Volle di nuovo udirla ripetere dal Principe.
Ascoltava attentissimo, quindi, dopo alcuni minuti di raccoglimento:
Affare grave! molto grave! disse l'illustre criminalista.
Rifiutereste di accettare la difesa di questa infelice? Suo padre non pu soccorrerla ora, essa non ha altri parenti....
Non rifiuto: anzi mi offro.... Mi presenter al giudice istruttore, e domander io stesso di essere incaricato d'ufficio della difesa.... Si tratta per, soggiunse, di una causa gravissima... non vorrei rispondere solo delle conseguenze e chiedo, se il processo sia rinviato alla Corte d'Assise, potermi associare un altro mio esimio collega.
Va bene! disse il Principe, il padre della signorina ve ne sar molto grato a suo tempo; per ora offro io tutto quanto occorre per sostenere le spese del processo.
Oh, nulla! nulla!... esclam quell'avvocato.
Il Principe strabiliava.
Un avvocato che facea mostra di disinteresse!
L per l credette aver male inteso.
Ma confidate di salvarla? chiese il Principe commosso.
Salvarla!... non  facile a prevedere....  uno di quei casi, ne' quali la difesa pu far molto nel periodo istruttorio... presenteremo una memoria alla Camera d'accusa: faremo sforzi disperati per ottenere che sia dichiarato non farsi luogo a procedere.... Questo sarebbe il trionfo pi desiderabile, pi onorifico per noi e anche per la nostra scienza... se ne abbiamo!disse l'avvocato con una certa bonomia. Se una Camera delle accuse seria, rinviasse la giovane signora dinanzi al pubblico giudizio, dinanzi a magistrati rigorosi, inaccessibili a sorprese e ad artifici, allora la nostra causa potrebbe tenersi quasi come perduta... ma ci rinvieranno dinanzi al giur... e vi  sempre molto a sperare.... Ma una vittoria nella Camera d'accusa  da cercare con ogni zelo, e sin da ora rivolger a questo scopo tutti i miei sforzi....  l che bisogna dare la battaglia campale.
Un'ora dopo, il coup del Principe si fermava dinanzi alla porta di una casupola in una delle pi oscure viuzze lungo il Naviglio.
Il Principe scese.
Le imposte di una finestra a pianterreno erano socchiuse, e traverso l'apertura il Principe scorse un uomo, che scriveva, chinato sotto la ventola di un lume.
Andate, disse il Principe, volgendosi al cocchiere, non ho pi bisogno di voi; torner a piedi.
Ed entr nella casupola e picchi ad un uscietto a sinistra dell'andito.
Una vecchia fantesca, in abiti pi che dimessi, venne ad aprire.
C', domand il Principe, il signor Delegato?
Il delegato Domenico Arganti, poich era egli l'uomo che scriveva, udito pronunziare il suo nome, si alz e venne incontro al Principe.
Ho bisogno di parlarvi! questi gli disse.
Il Delegato lo fece entrare nella stanza dove lavorava, quando il Principe era arrivato, e richiuse l'uscio, facendo cenno al giovane che sedesse.
Il Principe gli espose subito il motivo della sua visita.
Gli parl della ragazza arrestata: della lettera minatoria, e poich egli non voleva, n credeva potere, nella sua delicatezza eccessiva, accusare la contessa, aggiunse:
Figuratevi che io sappia di sicuro che questa ragazza non  colpevole... che essa  vittima di una vendetta, dell'intrigo di un'altra donna, e di donna d'una condizione assai elevata.... Volete far voi delle ricerche per conto mio?
Il Principe gett sulla tavola circa mila lire in biglietti di banca.
L'occhio dell'ufficiale di pubblica sicurezza scintillava.
Gli agenti della polizia, che un tempo si davano alle pi faticose, sottili indagini, vi si appassionavano soltanto per amore della loro professione, oggi (non  mio disegno recare offesa ad alcuno) non scuotono il torpore, se non li muova una grande speranza, o di appagate ambizioni o di lucro.
Essi naturalmente sono invasati da quel desiderio di vantaggiarsi, che oggi forse pi che mai predomina su tutto ed in tutti.
Io sar felice di metter al servizio di Vostra Eccellenza, rispose l'ufficiale di pubblica sicurezza, la poca abilit che posso essermi acquistata nella mia professione.... Del resto  mio dovere adoprarmi a scoprire la verit. Non avrei accettato neppure quest'incoraggiamento, e guardava cupidamente i biglietti di banca sparpagliati per la tavola, se la proposta, che ella mi ha fatto, non fosse strettamente conforme agli obblighi del mio ufficio.
Ben inteso, bisogna che voi sappiate procurarvi da voi stesso prove... e prove irrefragabili della innocenza della ragazza... della reit di altre persone.... Riuscite in questo intento, e io vi ricompenser come voi non sapreste neppure immaginare.
Le dir francamente, continu il Delegato, che gi io aveva in animo di ripigliare le ricerche intorno a questo affare... che  per molto complicato.... Stava ora appunto scrivendo a mio padre... che ha oggi pi di sessant'anni, e che  stato ed  famoso nella vecchia polizia toscana... per chiedergli un consiglio... La casa dove abita la signorina, in via Fiori Scuri,  accanto a quella dove, anni or sono, fu commesso un terribile e misterioso delitto.... Ora, facendo io oggi la perquisizione, ho trovato in un cassetto, nella camera del vecchio Zumarrow, una fotografia....
E questa fotografia?
 un gravissimo indizio... perch le fattezze dell'uomo, che v' ritratto, somigliano molto alle fattezze di un uomo, assai misterioso, che nel periodo in cui fu consumato il duplice delitto abitava nella casa attigua a quella dove i due giovani sposi furono assassinati: la casa che oggi abita il signor Zumarrow... La stessa polizia austriaca riusc allora ad appurare, come si ricava da' nostri archivi che un tale di tanto in tanto andava in quella casa e vi passava varie ore, di giorno o di notte... Non vi conduceva mai servitori, o altre persone di sua conoscenza: vi andava sempre solo: e non vi aveva fatto portare altri mobili che una specie di pagliericcio.... Che cosa egli facesse solo tante ore in quella casa smobiliata non si sa.... Talvolta stava quindici giorni, un mese, senza farsi vedere.... Poi a un tratto tornava, tutto guardingo, burbero nell'aspetto, vestito sempre di scuro, con grandi cappellacci, che gli sgrondavano gi per la faccia; e rispondendo appena al saluto di un pover'uomo, che prestava servizi ai casigliani, e spesso si trovava su e gi per le scale.... Era stato veduto la sera innanzi a quella in cui fu compiuto il delitto; poi... non pi.... Dovettero entrar di forza nella casa, alcuni giorni appresso, e trovarono certe traccie di sangue.... Ma la polizia austriaca ebbe ben altro da pensare in que' giorni e lasci in asso le sue indagini, che noi abbiamo dovuto ricominciare a istanze e spese degli eredi del cavallerizzo assassinato.... Sergio Dimitri Alfambikow.... La fotografia che ho trovato, se non si tratti di una casuale rassomiglianza, pu esserci di valido aiuto.... In che modo il signor Zumarrow conosceva il presunto assassino di via Fiori Scuri? Dove  costui e chi ? Poich le notizie, che aveva dato di s alla polizia austriaca, di certo erano false, e dirette tutte a togliere, piuttosto che ad agevolare il modo di riconoscere l'identit di lui.... Doveva essere uno di quelli avventurieri, che hanno tre o quattro nomi, due o tre passaporti, e che riescono a ingannar tutti con destrezze incredibili.... sino al giorno in cui appannano nella ragna.
Il Principe era ben lungi dal pensare che il padre di Jole potesse aver relazioni con un assassino, e essere in qualunque modo compromesso in un delitto.
Non prest dunque attenzione pi che tanto alle parole del delegato di pubblica sicurezza.
L'occupava la sorte della ragazza; avrebbe voluto poter chiarire subito l'innocenza di lei, correre alla prigione, prenderla nelle sue braccia, menarla nella propria casa: e aiutarla a porgere al padre tutte le cure, di cui egli aveva bisogno.
Ogni notte, disse il Principe accomiatandosi dal Delegato, circa il tocco, voi verrete al mio palazzo a ragguagliarmi di quello che avete fatto.... Questa piccola chiave apre una porticina che  nel muro del giardino, sul fianco destro del palazzo.... Vedrete sempre una finestra, rispondente nel giardino, al pianterreno, illuminata; se non  aperto, batterete due colpi sui vetri, io verr ad aprirvi.
Ho capito! disse il Delegato, facendo una riverenza, e tendendo la mano per prender la chiave.
Accompagnato il Principe sino alla porta, il Delegato tornava tutto ilare nella sua stanza, e prima di raccogliere i fogli di banca sparsi sulla tavola, dava una voce chiamando una donna, che si trovava in quel momento al piano di sopra.
Incontanente si lev per una scaletta interna il rumore di un passo sonoro e pesante, e entr nella stanza una donna, che poteva avere circa trent'anni, di statura quasi gigantesca, di forme erculee. Aveva le maniche dell'abito rimboccate quasi sopra le spalle, e facea veder nude due braccia tozze e robuste come due colonnette. Era di una insolita grassezza: gli occhi imbambolati, le guancie accese, l'andare balenando, e come si dipingono le saette, dinotavano che essa avea cioncato per bene.
Teresa! disse il giovinotto, vedendola in quella condizione, anche stasera hai succhiato pi vino d'una pevera!
Essa lo guardava: la fisonomia atteggiata a quella beatitudine idiota, a quel riso stupido, che suol illuminar il volto degli ubbriaconi.
Guarda quanto denaro! disse il giovinotto.
La donna allung una mano e prese uno dei biglietti di banca, mormorando:
Questo  per me!
Bench grassa a quel modo, era s alta di statura che l'enormezza de' suoi muscoli quasi non le disconveniva: era donna da suscitar desiderii veementi, era di quelle donne, che per la vistosit delle forme non possono andar attorno per le strade senza provocare un'attenzione, che le molesta, e non lascia lor tregua un istante.
I tratti del volto erano regolarissimi, piuttosto belli.
Il giovinotto le aveva lasciato pigliare il biglietto di banca senza farle alcuna opposizione.
Ti vuoi rovinare, Teresa! le mormor con voce assai dolce. Ti ho detto tante volte che mi faresti il pi gran piacere del mondo se tu smettessi cotesto vizio del bere!
Traverso i fumi dell'ubbriachezza sembr che ella capisse.
Una lacrima le corse gi per le guancie.
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CAPITOLO 8.
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La sera, come gi dicemmo, fu sospeso lo spettacolo del Teatro.
Per le artiste e gli artisti convennero tutti nel Circo. Due o tre lumi lo rischiaravano appena: qua e l si vedevano in disordine, trampolini, corde, cerchi di carta, antenne colorate, trapezi, tappeti gettati alla rinfusa.
Tra loro confabulavano dell'arresto di Jole, e sembrava non trovassero parole a significare il loro stupore.
Quel fatto cos impreveduto li aveva sbalorditi.
Eran tutti vestiti de' loro panni usuali, gli uomini singolarissimi con le loro faccie scialbe, senza barba, sulle quali i cosmetici, i colori con cui si tingono e raffazzonano il volto, lasciano tanta traccia.
Le donne vivaci, svelte, inquiete, con gesti bruschi, la voce ardita, l'andatura saltellante e come di persone usate a tenersi ritte sulle corde, sulle groppe dei cavalli, e che par cerchino, anche quando camminano in piana terra, il modo di star in equilibrio.
Fra le donne ce n'era di assai belle e tutte avevano un nome di guerra.
Ci era la, Meraviglia delle Meraviglie, una bruna, alta, con uno sguardo tutto fuoco, che si moveva con un curioso ondulamento di tutta la persona: ci era la Regina delle Amazzoni, alta, bruna, di aspetto provocante: le due Sorelle Atlete. la Maga, che di solito appariva al pubblico su un cavallo bardato di nero: ella pure tutta vestita di una gran tunica nera, che le svolazzava sulla maglia carnicina, con uno sterminato cappello da negromante, e in mano carte, pallottole d'avorio, bussolotti, con cui mentre il cavallo correva, ella operava i suoi giuochi prodigiosi.
Ci era Miss Aizza, la Sultana velocipedista, Miss Kotalpa, la Fata torpediniera, e una quantit di stelle, di delizie de' pubblici, di portenti, di inarrivabili, d'incomparabili, d'insuperabili: perch il Circo  quasi un mondo in compendio, ove tutte le ambizioni, tutte la vanit si pavoneggiano e pigliano un nome sonoro.
Di prima sera era stato a parlare con gli artisti della Compagnia, che trov desolatissimi, il delegato Domenico Arganti.
Li interrog uno a uno, volle da tutti notizie sulla giovine arrestata.
I due fratelli ginnastici, Piero e Teodoro Foggo, avevano le lacrime agli occhi parlando coll'ufficiale di polizia.
L'ho sollevata tante volte fra le mie braccia! diceva Teodoro, il pi attempato dei due. Quante volte ha posato il suo piedino sul mio ginocchio: quante volte mi ha gettato il piccolo mantello di cui si copriva le spalle, prima d'entrare nel Circo.... L'ho veduta studiare; prepararsi per anni al suo gran volo.... E che buona, che brava ragazza!... Non ha mai voluto entrare in nessun puntiglio: non fu mai di ostacolo, non dette mai motivi a dispute nella Compagnia.... Se uno di noi cadeva ammalato, ci voleva vedere, assistere.... In ogni paese dove siamo stati faceva sempre tante elemosine.... Non potete credere quanta povere donne, madri senza pane pei figliuoli, ragazze tradite, abbandonate, le scrivevano, si dirigevano a lei, che soccorreva tutti con tanto affetto.... Io non era contento, se la sera non mi aveva posato sulla spalla la sua manina bianca, appoggiandosi a me per far uno de' suoi movimenti, e cercavo di aver da lei un sorriso, quel sorriso s buono, che ha sempre sulle labbra....
I due ginnastici, come gli altri artisti, non sapevano consolarsidell'arresto di Jole.
Pietro era a dirittura sopra pensiero; mentre Teodoro parlava, egli mulinava tra s e s qualche grosso disegno.
Anche le donne erano costernate. Sol la Regina delle Amazzoni, la rivale di Jole nel Circo, quella che le si avvicinava pi nel godere del pubblico favore, quella che dopo di lei era pi applaudita e citata dai giornali, pareva men trista degli altri.
Camminava pel Circo pi altera del solito, gettando su tutti, com'era consueta, sguardi di protezione; facendo segni sull'arena con la punta del suo frustino, e di tratto in tratto andando a subissar di carezze il suo cavallo nero, e chiamandolo per nome, e incominciando con lui dialoghi strani.
Se non cavano presto la ragazza di prigione... disse Pietro a Teodoro, quando furono rimasti soli, ci penso io a liberarla!
Che vuoi fare?
Vedrai!
E il ginnasta spicc un salto: afferr il bastone di un trapezio, e via cominci per aria una serie di slanci, di capriole, di sforzi muscolari, che richiamarono l'attenzione de' suoi colleghi.
Lavorava per tenersi in esercizio, o per stordirsi da qualche pensiero che l'angustiava?
Tutti gli altri suoi compagni tacevano.
Nel teatro, scarsamente illuminato, non si udiva altro rumore che quello che facevano cigolando i ganci del trapezio.
Il Delegato col suo finissimo udito avea colto a frullo le parole dette dal ginnastico Pietro al fratello Teodoro, manifestandogli il desiderio di liberar dal carcere la ragazza, e se le era impresse nella mente.
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CAPITOLO 9.
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Tornato a casa, si era messo a scrivere una lettera a suo padre, il famoso poliziotto fiorentino, di cui tuttora  viva la memoria, e che fu il primo ad avere il soprannome di Lucertolo, poi trasmesso al figliuolo.
Il giovine soleva raccontare a lui le peripezie degli affari ne' quali si trovava mescolato.
L'altro gli mandava i suoi consigli, gli raddrizzava carte idee, ed egli si giovava molto della esperienza di quel vecchio.
Ma dacch esercitava il suo ufficio nella polizia il figliuolo di Lucertolo non si era trovato s grosso partito alle mani come allora: incaricato d'investigare nel delitto di via Fiori Scuri e nell'intrigo della lettera di ricatto.
Il principe lo aveva interrotto, mentre esponeva al padre tutti i pensieri che l'occupavano, tutte le difficolt che gli si contrapponevano.
Gli diceva come a lui paresse pi agevole il venir in chiaro dei motivi pei quali avea operato l'autore della lettera minatoria, riuscire a scoprire la vera causa, l'autore vero di quel crimine, che metter le mani sull'assassino di via Fiori Scuri.
Eran passati tanti anni dacch una mano misteriosa avea troncato le due esistenze di Eufrosina Delber e del cavallerizzo Alfambikow!
Pur toccava al padre della fotografia, da lui teste scoperta, e nella quale avvisava di raffigurare i tratti d'un uomo gi assai conosciuto, sebbene fosse dopo il delitto scomparso subito da Milano, e che si teneva pel presunto assassino.
Vedi, conchiudeva la lettera, a che cimento mi trovo: difficile di cavarsene bene; ma se io ne uscissi con onore, qual profitto per me, qual decoro pel nostro nome, quale carriera mi si apre dinanzi!...
La risposta di Lucertolo non si fece aspettare.
Era un esempio di schietta arguzia, d'ironia fiorentina (un tempo i Fiorentini sapevano essere festevoli, arguti e brava gente: oggi narrano le cronache, e certo sbalestrano, che essi vadano sprovveduti di tutt'e tre queste qualit, e altre se ne sian loro appiccate, che vanno proprio a ritroso dalle prime).
Tu, rispondeva Lucertolo al figliuolo, hai gi fatto bella carriera! A venticinque anni sei gi delegato e cavaliere. Io a sessanta non ho avuto altre croci che i figliuoli. Noialtri si nasceva e si moriva bargelli: bargelli di garbo e galantuomini: titolo poco cavalleresco, ma utile se vuoi, a indicare che vi  un certo divario tra la polizia e coloro contro i quali si esercita. Oggi non c' pi: un cavaliere, alle volte s' dato il caso, ha preso cento, mille lire nella tasca.... di un altro; ha voluto per esercizio calligrafico imitare la firma di un amico sotto l'accettazione di una cambiale, ed ecco un altro cavaliere della polizia, che viene a interrompere il collega nell'esercizio di queste sue lucrative funzioni.
Insomma vi battete spesso fra cavalieri e non c' rispetto per gli ordini! Noi ci si soleva battere da bargelli, non credevamo d'insudiciarci le mani e il ciondolo a pigliar per la bocca dello stomaco un furfante: non si aveva altri ordini che quelli che ci piaceva di dare.... in cucina.
Altri tempi.... altri usi!... Ma credi tu che la polizia se ne sia avvantaggiata?
Il vecchio poliziotto tesseva quindi un esame dei fatti di cui il figliuolo gli aveva dato parte. Gli forniva preziosi consigli, e conchiudeva:
Credo, che tu pigli un granchio a supporre che l'affare dell'assassinio in via Fiori Scuri sia pi difficile che l'affare della lettera.... Tu mi dici che il presunto assassino scomparve subito da Milano; ma che di lui si hanno gi certi contrassegni a' quali pu esser riconosciuto.... Mi dici altres che la madre della ragazza uccisa, la suocera del cavallerizzo, Carlotta Delber, pochi mesi dopo il delitto, anch'ella spar.... Non pensi tu che questa donna viaggi con uno scopo di vendetta, e si adoperi da s a ritrovar l'assassino?
Pesato tutto quello che attiene a un tal delitto, io sento in me che se non anco si vede spiccata la verit, pur le siamo vicini.
Invece nell'affare del tentato ricatto.... ci  un gran buio.... Ti dico fin d'ora che la ragazza arrestata per me non  colpevole.... Ma qui s che sar difficile, tremendo il raccapezzarsi, perch in questo delitto, hanno di certo la mano due o tre donne.... e il vincerla con le donne  cosa quasi disperata!... Bench tu sia cavaliere saprai che la polizia, la quale riesce spesso a trovare il bandolo delle matasse pi arruffate, quando si tratta anche dei pi grossi delitti,  non di rado insufficiente a combattere contro i piccoli intrighi, le fini malizie che preparan le donne!...
E continuava, tutto giubilante di poter discorrere del suo mestiere, di poter recar aiuto al figliuolo. Chiusa la lettera, mandatala a impostare, Lucertolo chiamava la sua moglie Lina e le diceva, tutto serio:
Cara!... devi prepararmi la mia valigia.
Tu parti? esclamo Lina inquieta.
S.
E starai fuori molti giorni? ribatt la donna, cui non andava a sangue che il marito, cos grave d'et, si allontanasse da lei e si mettesse ai disagi di un viaggio.
Star fuori un pezzo! replicava Lucertolo, sporgendo il labbro superiore, e infilando la mano destra tra i bottoni del soprabito, atteggiamento che gli era famigliare quando pensava a qualche cosa d'importante.
Dove vai? domandava la Lina, accostandosi a lui con piglio affettuoso, e ponendogli una mano sulla spalla.
Ella aveva tanta stima, tanto rispetto del marito che non osava mai contraddirlo, anche quando egli si proponeva di far cose, che a lei in tutto non piacevano.
Cara Lina, rispose Lucertolo, cui tremava la voce in quel momento, vo a Milano... a vedere il nostro figliuolo!
La Lina gli gett le braccia al collo.
Que' due vecchi non avevano altra consolazione, altro orgoglio che i loro figliuoli.
Me l'avevi gi detto, mormorava la Lina fregandosi un occhio con la cocca del grembiule, che il ragazzo si trova in condizione da aver bisogno del tuo aiuto....
S, cara Lina.... E spero d'aiutarlo a dovere.... Mi sento sempre giovane.... Mi par d'essere tornato ai tempi in cui mi arrabattavo a scuoprire l'assassino del Vicolo della Luna, o quegli altri, che avevano tagliati a pezzi la donna nella Torre degli Amieri...(1) Gi che non possiamo lasciare altro patrimonio ai nostri figliuoli, lasceremo loro quello dell'onore....
I due vecchi caddero l'uno nelle braccia dell'altro e ambedue singhiozzavano.
Parti dunque subito? disse la Lina, facendosi cuore e non volendo pensare in quel momento alle amarezze del distacco.
S... ma a lui non ho scritto nulla, disse Lucertolo, mettendosi un dito sulle labbra e sorridendo. Voglio vedere se almeno  tanto bravo da scuoprire che io son arrivato.... Vado a Milano.... per divertirmi un poco con la nuova polizia.... piglier un altro nome.... scender ad un piccolo albergo.... mi presenter con uno di quei travestimenti, che tu sai.... Per alcuni giorni voglio dar loro da fare.... Figurati quando Domenico, per esempio, incaricato di vigilarmi, poich cercher di destar qualche sospetto, mi veda saltargli al collo e mi riconosca.
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CAPITOLO 10.
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Il delegato Arganti, come sa il lettore, accomiatato il principe, che era andato a fargli visita nella sua casetta, aveva chiamato a s la donna, di nome Teresa.
La donna, grassa e grossa, che traballava nell'andare, un po' per l'adipe, un po' perch il vino, che soleva tracannare, le aveva dato alla testa, era subito accorsa.
Il delegato si era rifatto, come sa il lettore, dal muoverle rimprovero perch'ella si conciasse a quel modo: poi le era venuto dicendo, tutto amorevole, si svezzasse dal bere, che la metteva in cos brutto stato.
La donna avea pianto.
Visto che i fumi del vino, non l'avevano al tutto cavata di senno, il giovane delegato la fece sedere e disse:
Senti, Teresa.... dobbiamo parlare fra noi seriamente.... Vedi tutto questo danaro?
Il delegato accennava col dito i fogli di banca, che il principe avea lasciati sparsi sulla tavola.
Ne guadagneremo due volte di pi, se tu mi aiuti in una certa impresa....
La donna era tutta intenta ad ascoltare.
Il delegato nella lettera che aveva scritto a suo padre gli avea taciuto dei doni e delle promesse del principe.
Lucertolo era uomo rigido, si era in certi casi logorato la vita per anni a tirare a fine certe indagini, nelle quali lavorava di passione, e non aveva mai procacciato altro che d'ottenere la lode de' suoi superiori, meritare di essere promosso.
Che vuoi ch'io faccia? domand la donna, che aveva gli occhi tutti imbambolati e lustranti, e si portava una mano alle tempie come per raccogliere i pensieri.
Tu devi andar domattina di buon'ora in casa della Berta.... Sai che l ci stanno a dozzina i due fratelli ginnastici della Compagnia Americana.... Il pi giovane si chiama Pietro....  un uomo forte, robusto.... Appena ti vedr andr in visibilio per te.... Tu cerca d'ingarbugliarlo, di sapere tutto quello che vuol fare.... A poco a poco pregalo di condurti al Teatro.... Lega amicizia con gli artisti e specialmente con le artiste.... Gli uomini ti sar facile di guadagnarli: tutti quei funamboli ti verranno dietro come cagnolini appena ti vedano.... Le donne potrai cattivartele facilmente, prestando loro qualche servizio, facendoti umile con esse.... Studiati di poter ascoltare sempre uomini e donne quando parlino della ragazza che era nella Compagnia, e che  stata arrestata per aver tentato un ricatto con una lettera diretta a una signora....
Teresa fece un gesto col suo braccio massiccio, bianco e che splendeva nudo ai riflessi del lume.
Dunque.... tu vuo' far di me una spia! ella disse.
No, io voglio darti modo di far del bene.... di cooperare a salvare forse una innocente.... Pensa, Teresa, da quali mani io t'ho salvata.... pensa che sarebbe stato di te, se io non ti avessi raccolta in casa mia la sera che ti trovai stesa a terra in via San Vittorello, mentre due uomini infuriati ti erano sopra con un bastone e con un pugnale.
Teresa parve commossa a que' ricordi.
Va bene, riprese, io cercher di aiutarti meglio che potr.... Mi ci metter propria di voglia....
Ma  necessario che per qualche tempo tu smetta d'abitare con me.... Altrimenti daresti sospetto.... Piglierai a pigione una casupola, che ora  vuota, e dove sono anche certi pochi mobili, l dal Foro Bonaparte....
Come vuoi!
Mi prometti esser sobria e non dare pi in queste intemperanze?
Te lo prometto! rispose la donna, cui si leggeva in volto che essa pigliava in quel momento una forte risoluzione.
La sera stessa, dopo che fu uscito dalla casa del Delegato, il principe and al club dell'Unione dove sapeva di ritrovar molti de suoi amici.
Gli premeva di sapere ci che si diceva sulla ragazza arrestata, sulla lettera minatoria, sui motivi per i quali era stata diretta alla contessa Usupow.
Tutti dicevano le cose pi strane, e, come accade, non si trovavano quasi due opinioni che fossero conformi. Si accorse per che nessuno pensava a lui.
Egli poteva dunque condursi con la massima libert: vegliare su tutti senza che altri lo frastornasse.
Ben curiosa era la parte, che i propalatori di ciancie attribuivano al marito della contessa Usupow.
In un gruppo, il principe avea udito poi raccontare la pi strana storia.
Jole, dicevano alcuni, era ed  certo colpevole!... Ella aveva un amorazzo con un tenore mediocre; bel giovane, povero, dissipatore.... Costui, venuto in cognizione di certe scappatelle della contessa Usupow, aveva immaginato l'espediente della lettera per procurarsi danaro, senza chiederlo direttamente a Jole.... Egli l'avea mandata alla posta, e la ragazza, per non comprometter l'amante, non avrebbe risposto la verit alle domande indirizzatele, e cos si sarebbe gettata da s in una rete dalla quale era difficile prevedere come avrebbe potuto uscir salva.
La contessa Usupow, trattenutasi circa due ore in casa Micaelli, tornava verso la mezzanotte al suo palazzo.
Il marito si era gi ritirato nelle sue stanze; la contessa, data la buona sera alla sua cameriera, era entrata sola nella propria camera.
Gi avea spogliato il suo vestito da ballo e si era ravvolta in un accappattoio tutto ricamato, le cui maniche corte e la scollatura assai bassa lasciavano nudo molto delle sue vaghissime forme.
A un tratto la contessa sent un lieve rumore ad una finestra rispondente nel giardino.
Tese l'orecchio.
Il rumore divenne pi spiccato.
Poi non ud altro.
Si alz, prese un lume.
S'avvio tremante verso una stanzetta, attigua alla camera.
La finestra, che era socchiusa, fu spalancata, e un uomo balz in mezzo alla stanza.
Era un uomo magro, lungo, con un volto che alla contessa parve a un tratto di riconoscere.
Ma il lume che tenea in mano si spense ad un soffio di vento, e le cadde.
Rimase cos al buio insieme con l'uomo, che in modo s strano era entrato in casa sua.
Voleva urlare, chiamar gente, ma la voce le mor sulle labbra.
Soprafatta dallo spavento, non sapeva pi a qual partito appigliarsi.
La stanza era al buio, non per tanto che non si distinguessero l'una con l'altra, sebbene in modo incerto, le due persone che vi si trovavano, venendo dalla finestra spalancata, tuttoch il cielo fosse scuro, un qualche barlume.
L'uomo, come fu sceso dalla finestra, si avvent ratto verso la contessa.
Le mise una mano sulle labbra, quasi temesse che ella gridasse. Poi la strinse con un braccio in maniera, che la contessa, alla quale la paura avea fatto perder conoscenza, fu tornata subito in s per l'acutezza dello spasimo.
Non fate rumore! le mormorava l'uomo nell'oscurit, le labbra cos vicine alle orecchie di lei, che ella ne sentiva l'alito caldissimo. Promettetemi di non gridare.... del resto, se gridate, io vi levo di forza le vesti che avete addosso, e far in modo che la gente vi trovi accanto a me in una condizione.... Ne sarete svergognata per sempre! Se sapeste chi io sono!
Il braccio della contessa Vera tremava.
L'uomo che era riuscito ad arrampicarsi sino a quella finestra e che la teneva avvinta tra le sue dita d'acciaio, doveva essere di una forza muscolare senza pari.
Egli se le accostava sempre di pi: i loro corpi si toccavano.
Non indovinate perch sono venuto qui?
No! rispose la contessa balbettando.
Son venuto a domandarvi di salvare quella ragazza....
Se la contessa avesse potuto vedere in tal momento il volto del suo interlocutore avrebbe raccapricciato: tanto era contraffatto e atteggiato a un'espressione di rabbia.
Qual ragazza? domand Vera, fingendo non avere inteso.
La ragazza, riprese l'altro con accento furibondo, che  stata oggi arrestata per causa vostra: la Figlia dell'Aria....
Ma io non ne so nulla.... vi giuro....
Non mi fate perder la pazienza! dicea l'altro digrignando i denti. Siete voi, che avete inventata la lettera.... Jole non pu esser capace di una simile infamia....
Vi ripeto che io non ne so nulla, e la contessa proferiva tali parole con accento quasi supplichevole.
 inutile, ribatteva l'altro, che voi cerchiate ingannarmi....
Con che idea siete venuto qui? E prima di tutto chi siete?
Sono venuto qui con l'idea di costringervi a scrivere di vostro pugno una dichiarazione nella quale affermiate che la ragazza  innocente; che avevate voi preparato il tranello in cui  caduta....
E poi?
Appena avr questa dichiarazione.... andr a portarla io al procuratore del re.
La giovine signora taceva.
L'altro indignato, e sospettando che ella pensasse a chiamar gente, le avea di nuovo turato con una mano la bocca e soggiungeva:
 inutile il gridare e peggio che inutile.... il vostro smacco sar maggiore.... Se accorre gente, io vi metter in uno stato, che vi dorr per sempre che vi abbiano veduta tutti in tal modo....
La contessa mise una mano su quella, che l'uomo le tenea sulle labbra, come se volesse fare uno sforzo per liberarsi dalla pressura, che la soffocava.
Vi lascio libera, mormorava l'uomo, ma per ben vostro, non gridate: in un secondo ne avreste un s tremendo castigo, che non potete immaginare....
Vi prometto di non urlare.... e credetemi.... Io non sono vile come voi, che venite di notte a impaurire, insultare e minacciare una donna.... Vi ripeto: ditemi chi siete. L'azione che fate, non  tale da inspirarmi una grande stima di voi.
Il carattere impetuoso della contessa tornava a dominarla. L'altro parve commosso da quello slancio di orgoglio, da quella sfida che gli veniva da una umile donna.
Sentiva il corpo di lei caldo, flessuoso, vibrare, palpitare in quella specie di amplesso feroce in cui la teneva stretta: ripensava a quanto era bella, seducente: a quante volte l'aveva veduta a' passeggi, nel suo palco al teatro, splendente della sua giovinezza, del suo sorriso, co' suoi sguardi umidi, voluttuosi sotto le lunghe ciglia.
Ah! ragionava tra s in un istante, se costei sapesse chi io sono! Di chi si trova in bala!
E gi quasi scordava il motivo generoso, che lo avea spinto a tentare quell'arrischiata impresa. Ma torn subito in s.
Vi diro chi io sono! continu lento lento, a bassa voce, provando una insolita trepidanza. Sono Pietro.... il ginnastico.... uno de' portentosi fratelli acrobatici.... vi ho veduta a' miei giuochi icariani sul trapezio aereo.
L'acrobata parlava quel singolar linguaggio, che  famigliare tra' suoi: gergo immaginoso, che ha del poetico e del grottesco, e in cui l'iperbole va gonfia e sonora.
La contessa si rammentava benissimo di quell'uomo, di forme cos schiette, di un s grande vigore, e ch'ella avea tanto ammirato.
Sola, a quell'ora della notte, nella sua camera con un acrobata, chi avrebbe mai immaginato in Milano che l'aristocratica, la elegantissima Vera Usupow si trovasse in tal frangente?
Stretti, avvinghiati fra loro, la contessa Vera non aveva pi paura.
Aveva abbandonato una delle sue manine bianche, morbide, profumate nella mano adusta e nervosa dell'acrobata.
Per costui insisteva a voler sapere della lettera.
La contessa Vera promise di soddisfarlo per quanto era in lei.
Ma occorre, disse, che principii dal raccontarvi cose, che voi non sapete.... Ci  nel vostro Circo una giovine bruna, chiamata la Meraviglia delle Meraviglie?
S, la soprannaturale Fata Cavallerizza, che fa i suoi sorprendenti esercizi sul Cavallo Infernale....
Udirono tutti e due uno stormir di foglie nel giardino.
Si fecero alla finestra.
Alla debolissima luce, che v'era, scorsero uno spettacolo che li fece tutti e due rabbrividire.
Il corpo di un uomo strisciava gi lungo un albero, e aggrappandosi ad un'altra pianta si avvicinava alla finestra, onde essi guardavano.
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CAPITOLO 11.
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In una stanza nell'edificio delle prigioni il giudice istruttore parlava con suor Silvestra.
Credete, diceva il giudice, che la signorina possa oggi essere interrogata?
La monaca rispondeva di s.
Eran ormai quattro giorni, dacch la ragazza si trovava nelle carceri.
Quando, tornata in s, le era stato detto dove si trovasse, e le era sovvenuto del suo arresto e del colloquio avuto col capo della polizia, ella fu colta da nuove smanie, poi si gett nelle braccia della monaca, che la confortava, e dette in uno scoppio di pianto e le protesto pi volte della sua innocenza.
La monaca credeva a quello che la ragazza diceva. Non potea farsi ragione che fosse trascesa a commettere la colpa di cui era accusata.
Nelle lunghe ore che avea passato con lei, le era parsa s buona: avea tanto studiato quella fisonomia aperta, simpatica, dalla quale sembrava trasparire l'animo nobilissimo.
Pure, di tratto in tratto, un dubbio angustiava la buona suora. La ragazza, nel delirio, avea spesso pronunziato il nome della contessa Usupow, e lo avea pronunziato con spavento.
La monaca sapeva che la lettera minatoria era stata indirizzata appunto a quella signora.
Il giudice, avuta a s suor Silvestra, l'andava con arte mettendo in varii ragionamenti, studioso di cavarle di bocca tutto quello che potesse essergli d'aiuto a chiarirsi in quel misterioso affare.
La monaca per, che di solito aveva lo scilinguagnolo sciolto e parlava molto spigliata, si faceva pregare, e mandava fuori scarse parole.
Scrupolosa delle regole del suo istituto, non voleva dar nella pi piccola bugia; ma andava a rilento per tema di compromettere la ragazza, che gi tanto le stava a cuore.
Madre! disse il giudice, che facea gran capitale della esperienza della suora e della intelligenza di lei, che avea di frequente vista alla prova, che cosa pensa lei di questa giovane?
La monaca teneva gli occhi bassi, soffuse di un lieve rossore le guancie delicate.
Tra le dita bianche, come petali di gigli, quasi diafane, facea scorrere i chicchi rossastri della corona, che le pendeva dalla cintura.
Io penso, balbett la monaca, tutta titubante, poich in quel momento chiamava Dio a testimone di ci che diceva, e faceva conto del peso che avrebbe avuto sulla sua coscienza, che sia....
Qui esit un istante.
I suoi occhi affissavano il crocifisso attaccato alla corona.
Parli, madre, parli liberamente! disse il giudice con gran deferenza.
Io penso, signore, riprese la monaca a grande stento, come se tali parole dovessero mettere a repentaglio l'eterna salute della sua anima onesta, candidissima, che questa giovane sia proprio innocente!
Trasse un gran respiro.
Le pareva essersi tolta una macina di sul cuore.
Suor Silvestra avea penato tanto, non gi perch a lei fosse mancata la forza di dire la verit in qualunque congiuntura, ma perch la sua convinzione che la ragazza fosse innocente era turbata da certi dubbi: e ben sapeva che esprimerli non poteva, senza nuocere alla giovane, che ormai si era cattivata tutto il suo affetto e le parea suo ministero il difendere.
Il giudicie la tenne ancora in parole: poi la preg di avvisare la giovane.
Essa  preparata! disse la monaca con molta dolcezza.
Di l a poco il giudice entrava nella cameretta di Jole.
La ragazza era seduta sul letto: tutta coperta di trine magnifiche, le quali la monaca era andata da s a cercare nella casa di via Fiori Scuri, e sulla bella testa bionda avea acconciato un nodo di trine, che le si addiceva in vaghissima maniera.
Al braccio destro avea uno stupendo braccialetto, in oro filato, che non si levava mai, datole da suo padre come ricordo della madre di lei.
Il giudice salut la giovane, con molto garbo, e poi voltosi alla suora:
 necessario, disse, far venire qui anche il cancelliere.
Certamente! rispose la suora.
E aperto l'uscio della camera guard nel corridoio, e all'ottimo impiegato, che aspettava, appostato ad una finestra, con un fascio di fogli sotto il braccio, accenn di farsi avanti.
Il giudice istruttore era un vecchio su i sessant'anni.
Gli spirava dal volto la benevolenza, e la persona avea composta ad amabile dignit.
Anche il cancelliere era molto innanzi negli anni e con fisonomia esprimente grande bont.
Il giudice e il cancelliere nella pratica della loro lunga carriera non si erano mai trovati dinanzi una donna cos bella, cos ragguardevole, sotto una s grave imputazione.
I due vecchi, bench agguerriti alle peripezie del loro mestiere, guardavano la mirabile ragazza quasi commossi.
Debbo andarmene? mormor la monaca.
No, madre, rispose il giudice, lei pu restare.
A un cenno del magistrato, il cancelliere sedette a un tavolino, sul quale, sebbene tutto fosse in ordine, la buona suora, cogliendo quel pretesto di nascondere la sua agitazione, si adoperava come a rimetter in assetto varii oggetti, e ripulirli.
Il giudice era rimasto in piedi.
Con immensa delicatezza non voleva in quel luogo, tuttoch ne avesse diritto, far da padrone.
La monaca se ne accorse.
E prendendo una sedia, accostandola al letto di Jole, preg il magistrato che sedesse.
Signorina! esclam il giudice, dopo un breve silenzio, durante il quale le quattro persone, che componevano quella scena, parvero immerse nel pi grande imbarazzo. La madre Silvestra le ha fatto gi sapere della mia visita... Io debbo sottoporla ad un interrogatorio....
Sono pronta a risponderle.
Il magistrato epilog tutte le circostanze relative al fatto della lettera minatoria.
Parlava con molto riguardo, schivando ad arte ci che stimava potesse pi offendere la ragazza. Non voleva urtarla cos sulle prime, e da maestro l'andava preparando alle maggiori durezze dell'interrogatorio.
Per un interrogatorio criminale, sia pur fatto con ogni cautela, non pu essere una serie di complimenti.
Bastarono brevissimi tratti perch Jole comprendesse che essa era accusata di un delitto odioso, e che tutte le apparenze erano contro di lei.
Avvertita dalla monaca, persuasa delle proprie riflessioni, le era entrato nell'animo che soltanto con un gran sangue freddo, e raccogliendo tutte le sue forze, poteva riuscire a combattere contro i suoi occulti nemici.
Ma la battaglia che si apprestava doveva essere lunga, terribile.
Quando un uomo, e in ispecie una donna, sono segregati dai loro simili, chiusi in una prigione, dopo che  stata scagliata contro di loro un'accusa delle pi vituperose, comincia fra essi e la societ che si tiene offesa per i loro veri, o supposti trascorsi, una lotta selvaggia, accanita.
Da un lato la societ armata delle sue leggi, del suo immenso potere, del suo inespugnabile dominio: la societ, che ha per s il numero, la dottrina, la forza: dall'altro lato un essere debole, privato di libert, solo, spaventato dalla solitudine, dalle minaccie di quell'ignoto, che comincia di l dalla porta della prigione, dal solenne apparato della giustizia, e senza altra arme per resistere, per difendersi, che la propria astuzia e la propria energia!
Tuttavia si vedono miracoli; l'uomo, ridotto alla disperazione, ricacciato sin nelle sue ultime trincee, di repente si rialza, fa uno sforzo supremo, e in questo duello d'astuzia e di sangue, la vittoria non rimane sempre ai pi forti, ai pi numerosi, ai meglio agguerriti.
Se la lotta  difficile ad un uomo, e talvolta ad un uomo incallito nel delitto, si pu pensare agevolmente qual debba essere per una donna, e per donna giovane, balzata ad un tratto in una prigione dalle pi rare delizie, dai corteggiamenti, dai plausi del mondo, dal sommo dei favori, delle ricchezze.
L'indole di Jole era per temperata agli ostacoli, alle difficolt: non era essa avvezza a combattere quasi ogni giorno tra l'istinto della sua conservazione e la coscienza dei pericoli a' quali si esponeva nel Circo? non era andata tante volte impavida, con un sorriso sulle labbra, incontro alla morte?
Quante volte per un attimo di distrazione, o se avesse fatto piuttosto in un modo che in un altro il pi lieve movimento, avrebbe potuto precipitare dall'alto dei teatri e sfracellarsi?
Ben sovente la sua vita era stata dunque un combattimento con i capricci della sorte.
Non doveva ora smarrirsi d'animo in quella difficilissima prova.
Pi di tutto, le cuoceva di non veder suo padre, sebbene le tenesser celata la gravit del male di lui.
E movendone spesso domanda, le era venuto fatto di scorgere nel volto della suora un certo turbamento, del quale non sapea darsi ragione.
Anche su questo proposito voleva tentare di ottenere uno schiarimento dal magistrato; e capiva come le fosse mestieri di serbarsi tranquilla, assolutamente padrona di s, per cattivarselo.
Dopo i preliminari, il magistrato si fece a dire:
Noi abbiamo gi istruito un processo di tentata estorsione... L'accusata siete voi, contro la quale stanno almeno tutte le apparenze.
La ragazza si era fatta in viso come di fuoco.
Per i suoi occhi incontrarono gli occhi di suor Silvestra, che la guardava con un affetto, una piet ineffabile. 
Procediamo con ordine, esclam il magistrato. Rispondetemi tutta la verit... Ciascuno di noi pu trovarsi per un equivoco nella condizione in cui vi trovate voi... Anch'io... per esempio.... il dire tutta la verit  quindi pi che necessario.... Non importa che io vi dica quanto potrebbe nuocervi se si scoprisse che voi avete interesse a nascondere qualche cosa....
Dopo una breve pausa, come se volesse dar agio a Jole di far certe riflessioni, il magistrato ripigli:
Prima di tutto, sapete che la lettera minatoria, recapitata alla contessa Usupow era firmata: Violante Fellini?
Quando io sono andata alla posta a chieder la lettera vi giuro che non sapeva si trattasse di una lettera minatoria.
Conoscete  una donna di nome Violante Fellini?
No.
O perch andaste allora a ritirare la lettera, indirizzata ad una che portava questo nome?
Ne ero stata pregata da un'amica....
 indispensabile sapere il nome di questa amica....
Jole mordeva il suo fazzolettino di batista.
Nella camera regnava il pi profondo silenzio....
Il magistrato, il cancelliere, la monaca erano sulle spine.
Suor Silvestra gi sapeva qualche cosa, ma non si attentava a parlare.
Come poteva ella interloquire, allorch il giudice interrogava un'accusata?
Una lacrima corse gi per le guancie di Jole.
Dunque?... rispondete! disse il magistrato con voce pi ferma.
La ragazza rovesci la sua bella testa sul guanciale.
I singhiozzi la soffocavano.
Fate un gran male a voi stessa con queste reticenze!... mormorava il giudice assai sdegnoso.
Non vorrei far male ad una persona che amo!
E la ragazza si contorceva, in preda ad atroci spasimi.
La monaca se le era accostata, le aveva sollevata la testa, le carezzava la fronte.
Parlate! le bisbiglio all'orecchio, chinandosi verso di lei con una incantevole modestia, senza che il magistrato o il cancelliere si accorgessero dell'atto.
Jole si volt verso il giudice e balbett queste parole:
Quel giorno, prima d'uscir dal teatro, dissi che volevo andare a metter da me una lettera alla posta.... Ci era presente la cavallerizza Rita Cofanello... la Meraviglia delle Meraviglie.... Ti prego, mi disse, di andar a chiedere una lettera assicurata... indirizzata a Violante Fellini... Mi feci ripetere il nome due volte per mandarmelo bene alla memoria.... E fui a chieder la lettera, senza pensare ad altro....
Quello che voi dite  molto grave....
Potrebbe darsi che ora la Cofanello negasse... interruppe Jole.
La monaca. scroll il capo, come se la ragazza avesse detto qualche cosa, che a lei dispiacesse, e che era sicura potesse nuocerle nell'animo del giudice. Infatti il magistrato ripet subito:
Perch accusate di gi una vostra compagna?... Vi preparereste forse una difesa nel caso in cui ella davvero negasse di avervi mandato alla posta?
Io non mentisco mai! disse Jole, guardando impavida il magistrato.
Siate tranquilla! soggiunse il vecchio auditore. Qui non c' bisogno che vi sbracciate, n facciate commedie... non siamo nel Circo!
Il rimprovero fu una coltellata al cuore di Jole: per la prima volta, dacch l'interrogatorio non era cominciato, il giudice le faceva sentire in modo tanto diretto la condizione nella quale ella si trovava dinanzi a lui.
Suor Silvestra teneva gli occhi bassi, le mani incrocicchiate sul petto, stava in atto umilissimo, dimesso, a dinotare alla sua protetta che ella si era lasciata andare troppo oltre.
Il cancelliere che doveva scrivere le risposte della ragazza, rimaneva colla penna in aria, turbato da chi sa quali pensieri, affissando le graziose, stupende fattezze di Jole.
Il magistrato se n'accorse, e osserv:
Lorenzo?... non scrivete?
Il buon Lorenzo fu tutto confuso.
Allora l'auditore invit la ragazza a ripetere la sua deposizione, dicendo, volto a Jole, e guardando di sottecchi la monaca.
Il cancelliere non ha ancora scritto le parole da voi proferite.... Riflettete bene.... Quantunque io sia qui per dare alla giustizia il suo corso regolare, e adempiere il mio dovere, mi sento inclinato ad una certa benevolenza verso di voi.... Siete giovane, bella, celebre... foste buona sino ad ora... potete esser vittima di un equivoco, come vi dicevo test.... Potete credere di giovarvi con mezzi, che infine finiranno di compromettervi.... Vi parlo con la massima franchezza... La vostra deposizione non mi quadra... no... non mi persuade.... il fatto a cui accennate non mi riesce verosimile.... Se lo aveste raccontato a un altro magistrato, se il racconto fosse stato disteso nelle carte processuali, a quest'ora vi sarebbe un nuovo e gravissimo indizio contro di voi....
Jole fu scossa.
Il magistrato le faceva paura e lo guardava come trasognata.
Siete dunque sicura di aver detto la verit?
S, s... sono sicura!
Ma... osservate... continu il magistrato dando segni di una certa impazienza... Tutti gli artisti della Compagnia sanno gi del vostro arresto... sanno la causa per la quale foste arrestata... Naturalmente io li ho dovuti tutti interrogare sui vostri precedenti, per altre formalit.... Tra le deposizioni c' anche quella della signorina Rita Cofanello.... Essa non ha detto nulla di avervi pregato d'andar alla posta.... Come spiegare il silenzio di un'amica, che con una parola poteva salvarvi?
Il magistrato si avvicin al tavolino al quale sedeva il cancelliere. Prese un mucchio di carte, si dette a sfogliarle, e squadernando una pagina sotto gli occhi del cancelliere, ammiccando col dito verso la met di essa, disse:
Legga!
E il cancelliere lesse:
Avanti noi, giudice istruttore, assistito dal nostro cancelliere  comparsa la signorina Rita, di Alberto e Clara Cofanello, nativa di Siviglia, di anni ventitr, di professione cavallerizza, alla quale, previo severo monito, abbiamo rammentato l'obbligo di dire la verit, ecc., ecc.
E ci ha esposto quanto segue:
Eccovi, disse il giudice parlando a Jole, le domande da me fatte alla signorina Cofanello, e le risposte da lei date.
Il cancelliere riprese la lettura:
Conoscete la signorina Zumarra?
La conosco.
Avete con lei legami di parentela, interessi?...
No.
Conoscete la contessa Vera Usupow?
No.
Sapete che la signorina Zumarra  stata arrestata, in seguito ad una lettera minatoria indirizzata a quella signora?
S.
Che cosa pensate di questo fatto?
Non saprei dire.... Ci  ha sorpresi tutti...
Credete la signorina Zumarra capace di questo crimine?
Dopo una breve esitazione, la testimone fa segno di voler parlare: quindi d'improvviso, contraendo il viso, d a vedere che ha rinunziato al suo disegno, e ha preso il partito di tacere.
Il signor giudice le ricorda severamente le pene stabilite contro i testimonii falsi e reticenti; essa allora, conturbata, con voce tremante esclama:
Potrei raccontare una circostanza... ma non vorrei in alcun modo aggravare l'amica....
E si mise a piangere.
Invitata di nuovo a parlare, dice:
Una volta la mia compagna Nina Albarotto... la Regina delle Amazzoni... aveva avuto un diverbio con Jole. Si abbigliavano la sera in due camerini l'uno accanto all'altro.... L'Albarotto si sentiva ogni tanto punzecchiare da certe maligne parole di Jole.... A un tratto una sera si spalancarono nel medesimo istante le porte dei due camerini: Nina era vestita della sua amazzone, e si teneva su lo strascico per non incespicare.... Jole era come sempre, quando fa i suoi esercizii... vestita della maglia di seta, con le sue belle e forti braccia nude: i capelli biondi sciolti sulle spalle.... Si avvent contro l'Albarotto, la butt in terra facilmente, si rotolo su di lei, pareva una tigre.... Pochi giorni dopo il capo della Compagnia riceveva varie lettere, che contenevano le pi strane minaccie... se egli non avesse cacciato l'Albarotto che dispiaceva al pubblico.... Lo stesso marito dell'Albarotto ricev una lettera, nella quale gli si diceva che se avesse voluto pagare una certa somma, gli sarebber fatti palesi i brutti intrighi di sua moglie.... Nessuno dette seguito alla cosa.... per in Compagnia fu creduto da tutti che le lettere fossero scritte da Jole....
Ma la signorina Zumarra  ricchissima.... Come potete spiegare che ella si metta a tali pericoli e tenti tali ricatti?
 avara... cupidissima del danaro... e poi sarebbe difficile voler dare una spiegazione di tutti i delitti.... L'interesse di chi li commette  appunto nel nasconderla...
Il giudice avea gi fatto fra s la riflessione che le parole della giovane cavallerizza suonavano piuttosto per una accusa che come una testimonianza.
Non erano da accettarsi come oro di coppella.
Nina Albarotto, la Regina delle Amazzoni, era stata molto pi benevola nella sua deposizione.
Aveva convenuto che un diverbio ci era stato fra lei e la Figlia dell'Aria, ma pretendeva d'averlo provocato ella stessa. Jole, d'indole focosa, e di primo impeto, aveva trasceso unpoco, ma subito s'erano abbracciate e riconciliate.
Circa le lettere minatorie, ricevute dal marito, ella non aveva mai potuto tenerne per autrice la sua compagna; ma altri  vero non la pensavano come lei, per esempio, la Meraviglia delle Meraviglie... Rita Cofanello.
Il giudice aveva fatto due segni col lapis rosso sul margine di queste deposizioni.
Gli pareva che in esse si rivelasse un certo puntiglio donnesco, del quale era forse da tener conto.
Ma ora si trattava di finir l'interrogatorio di Jole.
Avete udito? disse il giudice, quando il cancelliere fu giunto al termine della lettura. La Cofanello, che voi assicurate avervi pregato di andare alla posta a ritirare quella lettera di Violante Fellini, non solo nelle sue deposizioni non ne ha fatto motto, ma quasi propende ad accusarvi come autrice di un vero e proprio ricatto... e cita anche certi precedenti.
Jole smaniava, ci volevan gli sguardi amorevoli e supplicanti di suor Silvestra perch si contenesse.
Ora capisco! esclam ad un tratto, tutta concitata, e mi cade una benda dagli occhi.... Io qui sono vittima di una rivalit del Circo....
Che intendete dire? interruppe il magistrato.
 la Cofanello che mi ha teso questa insidia.
Perch?
M'invidiava a morte.... Spesso l'ho sorpresa che mi guardava con insolita ferocia... almeno tre volte abbiamo trovata guastata la macchina dalla quale mi spingo per fare il mio volo.... Una sera certe rotelle erano state smosse... avrei potuto precipitare dall'alto del teatro e cadere in modo da sfracellarmi.... Mio padre che mi ha sempre amata con grandissimo affetto, non trascura mai precauzioni.... Ogni sera, prima che io esca fuori, visita da s tutto l'apparecchio.... Non avevamo detto nulla nella Compagnia di queste infamie, poich volevamo da noi scoprire la mano che le preparava.... E di sicuro era la Cofanello....
In qual modo potete lanciare a quella giovane una s terribile accusa? Su qual base  fondata?
Era la sola che potesse aver concepito un'avversione contro di me... Tutti i miei compagni mi vogliono bene... quasi sino all'esagerazione. 
E Jole non mentiva.
Essi glielo avevano gi dimostrato in quel frangente.
Salvo la Meraviglia delle Meraviglie, che andava sempre attorno tutta impettita e sostenuta, col suo sguardo fiero, con piglio di sovrana, gli altri erano rimasti proprio abbattuti dal colpo inatteso. Non ostante il gran danno pecuniario che dovevan subire, avevan deliberato di sospendere le rappresentazioni.
Si vedevano i cavallerizzi, i ginnastici, gli equilibristi, i poveri clowns, a zonzo per la citt, coi volti pallidi, tutti serii e immelensiti, le braccia penzoloni, il passo incerto, presso a poco come gente che si sentisse mancare la terra sotto i piedi.
Due o tre volte al giorno facevano capo al teatro: si domandavano, si comunicavano le notizie: sedevano chi qua, chi l, con la testa tra le mani in atteggiamento disperato.
Era stata lor tolta la Figlia dell'Aria... e con lei pareva fosse tolta a loro la gioia, l'allegrezza del vivere. Poi, di tratto in tratto, chi spiccava un salto, chi s'afferrava a un trapezio, chi cavato fuori dalla scuderia un cavallo, si dava a fare qualche esercizio. Nelle commozioni pi forti o pi soavi della vita, gli uomini e le donne del Circo non trovano posta ferma: hanno bisogno di fare, sia pure meccanicamente, i loro giuochi, che sono in fondo quasi un loro linguaggio con cui esprimono il dolore o la contentezza, o lo scoramemto che li invade.
Oltrecch l'abitudine li vince, e anche, camminando in strada hanno quella specie di andare, che fa credere ad ogni istante debbano pigliar la mossa per librarsi nell'aria, o saltare disopra alla testa di qualcuno che va loro innanzi.
Il giudice pens che era da sospendere l'interrogatorio.
Voleva far nuove domande alla cavallerizza Cofanello.
Dunque insistete, disse a Jole, nell'affermare che la Cofanello vi preg esplicitamente, sentendo che andavate alla posta, di ritirare una lettera diretta a Violante Fellini?
S, insisto... lo giuro! rispose Jole con molta franchezza.
Ma non sapevate lei e voi che le lettere raccomandate non si consegnano se non a chi provi di essere veramente la persona cui la lettera  indirizzata? A voi fu rilasciata soltanto perch la polizia aveva impartito ordine che quella lettera fosse data liberamente a chiunque si presentasse a domandarla, per istituire la maggior flagranza del crimine....
Lo ignoravo, rispose Jole.
Il giudice tacque un istante e quindi riprese:
Avete detto che la Cofanello v'invidiava a morte.... Per qual motivo?... Siate sincera, poich io dovr fare ricerche anche su questo.
M'invidiava, rispose Jole con la sua usata franchezza, perch io era la prima nel favore del pubblico, nella stima degli artisti nostri compagni.... Sul cartellone il mio nome era sempre stampato con caratteri pi grossi... bizzarri... Dappertutto si esponevano le mie fotografie... essa veniva dopo di me.... Negli articoli dei giornali, l'elogio che essa riceveva era sempre pi temperato di quello fatto a me; insomma io era la stella della Compagnia, come si dice tra noi... e avrebbe voluto esser lei....
Gli altri artisti se n'erano accorti?
Oh, di certo... almeno un poco.... Perch nel Circo le rivalit sino a che non prorompano in qualche grave violenza, sono rintuzzate... come accade tra le quinte de' maggiori teatri, fra artiste che cantano o recitano... da un certo rispetto verso tutti gli altri, dall'abitudine del simulare e contenere certi sentimenti, che si acquista da chiunque pratichi il teatro... In apparenza io e la Cofanello fummo sempre le migliori amiche del mondo... Ci s'abbracciava, ci si baciava perfino, si rideva insieme....
E queste son cose da prime donne! esclamava il giudice per modo di riflessione.
Gi! rispondeva Jole trasportata dalla domanda. Per in Compagnia qualcosa delle bizze della Cofanello deve esser trapelato.... A procurarsi partigiani, gettava baci, faceva inchini, verso le poltrone, dove convengono di solito i giovanotti pi eleganti e i vecchi pi libertini... buttava l tutti i fiori nelle sere in cui, vestita da zeffiro, con le alette azzurre, o da primavera, andando intorno al Circo sulla groppa del suo cavallo, recava in mano un canestrino di rose o di garofani, che doveva tirare agli spettatori.... Poi ci  stata sempre grande rivalit tra le cavallerizze di alta scuola e le grandi ginnaste che volano... saltano dalle catapulte... corrono sul filo d'acciaio... sbalordiscono il pubblico coi loro portenti...
Jole tornava ad essere in quel momento la pi illustre delle funambule, la pi icarica fra le volatrici, la pi forte tra le ginnaste: l'orgoglio della sua arte, in cui tanto primeggiava, le dava nuovi stimoli e coloriva il suo linguaggio con metafore care e ricercate nella palestra.
Il Raimondi, poich tale era il nome del giudice, sebbene quel processo gli desse gi gran martello, in parte quasi vi si distraeva, e a malincuore si disponeva a sospendere l'interrogatorio.
La condizione di Jole non usciva per migliorata dall'interrogatorio che avea subto; al contrario aumentavano i viluppi legali, il mistero, gl'inesplicabili equivoci, che rendevano l'affare di una gravit senza pari e mettevano il giudice nelle pi tormentose perplessit.
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CAPITOLO 12.
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Il magistrato un quarto d'ora dopo usciva dall'edificio delle carceri.
Salito in carrozza insieme col cancelliere, appena i due cavalli si furon messi al trotto, il giudice domand al suo compagno:
Dunque, Lorenzo, che cosa ne pensate?
Il vecchio cancelliere teneva il cappello in una mano e con l'altra si grattava dietro la nuca, e ripeteva tutto serio:
Io penso che quest'affare non potr finir bene....
Perch? soggiungeva il giudice, che aveva gran fiducia nel suo subalterno, e volea tentare se i pensieri di lui corrispondessero a quelli che egli pure si andava gi formando in mente.
Perch... rispondeva il cancelliere, mi par sino ad ora non risulti da tutte le deposizioni altro che questo: cio che la ragazza fu sempre buona, salvo qualche scappata di un carattere focoso... e che comproverebbe la sua bont, la sua incapacit di fingere... che  ricca, che fu sempre caritatevole.... Abbiamo la deposizione di quella cavallerizza... Ma  chiaro che fra le due ragazze vi  una gelosia, una rivalit... E poi, signor giudice, io ne ho visti de' rei a centinaia: ne conosco tutte le astuzie e le apparenze; ma una faccia come quella non l'ho mai veduta... dinanzi a un giudice... in un colpevole... Ci si legge l'innocenza....
Un lieve sorriso sfior le labbra del magistrato.
Eh... Lorenzo!... per voi due begli occhietti e un bel visino hanno pi ragione di tutti i codici e di tutte le procedure.... Dite la verit... quasi quasi condannereste me perch ho osato interrogate la ragazza....
Ma... signor giudice, rispose umile il buon Lorenzo, chinando il capo verso il magistrato, lei mi ha chiesto di dirle il mio parere e io... vede... non mi sono fatto pregare.
Il giudice si appoggi al cantuccio nel fondo della carrozza, con le mani infilate negli spari del panciotto, sotto le ascelle, e si immerse ne' suoi pensieri.
I cavalli correvano.
Lorenzo gettava occhiate qua e l nelle strade.
Arrivarono finalmente al tribunale.
Il magistrato non aveva pi detto parola.
Scese dalla carrozza, seguto dal cancelliere, entr nel suo ufficio, e prima di levarsi il cappello, di sedere al suo banco, disse:
Bisogna mandar subito il brigadiere al domicilio della cavallerizza Rita Cofanello... e farla citare a comparire all'istante.... Voglio interrogarla su quest'ultimo incidente....  lei che ha mandato alla posta la Zumarra?... Perch ha taciuto tale circostanza nel suo interrogatorio?
E il giudice si mise ad andar su e gi per la stanza tutto concitato.
Il cancelliere fu subito ad avvertire l'ufficiale di pubblica sicurezza, al quale consegn un foglio, firmato dal giudice: e il buon vecchio mormorava, traversando il corridoio:
Donne!... donne!... quante donne in questo processo.... Ce ne faranno davvero veder delle belle!
Decorsa appena un'ora, Rita Cofanello, vestita nel modo pi sgargiante, fresca come una rosa, tale da far girare la testa anche ai busti di gesso, che ornavano una scala e i corridoi, si present sulla soglia della stanza ove l'attendeva il giudice istruttore.
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CAPITOLO 13.
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Alle ammonizioni, che le fece il giudice, la Cofanello non batt palpebra.
Il cancelliere la guardava con occhio indagatore. La fisonomia di lei, a rovescio di quella di Jole, non gli prometteva nulla di buono.
La cavallerizza era bellissima, per di tratto in tratto contraeva il volto ad un'espressione sinistra, atteggiava il labbro ad un sorriso piano di malignit.
Le domande e le risposte furono rapide, veementi, incalzanti.
Rita Cofanello neg assolutamente di aver mandato Jole alla posta; si disse pronta ad affermarlo con giuramento.
Alzatasi in piedi, allorch il giudice ribadiva la stessa domanda, avea con un brusco movimento gettato via da s il leggerissimo mantelletto, che le cuopriva le spalle, e gestiva col braccio nudo, bianco, tornito a meraviglia, e reso forte dai continui esercizi muscolari.
Il buon Lorenzo cominci ad abbarbagliare.
La donna era il suo debole.
Dinanzi a quel braccio gi si scordava di Jole!
Il magistrato dov richiamare la cavallerizza a sedersi, e star pi composta.
Anche a lei, come a Jole, ebbe a ricordare che il luogo in cui si trovavano non era il Circo.
Sedette, ma continu a parlare imperterrita, stizzita, con le guancie rosse rosse, il gesto vibrato.
Le sue affermazioni erano recise; ogni sua frase riusciva un colpo formidabile contro Jole; porgeva nuove e terribili armi all'accusa.
Dopo averla messa alla prova pi volte, e pi volte torturata con le pi ingegnose domande, e trovatala sempre pi impavida, pi sicura, pi coerente nelle risposte, il giudice la accomiat, pensando tra s:
O la ragazza arrestata  veramente colpevole... o questa ha una forza d'animo senza pari e obbedisce ad un odio profondo... come quelli che sorgono fra donne.
Il cancelliere Lorenzo era ormai in tra due: Jole cos vezzosa, attraente, di forme s meravigliose, non poteva essere rea; e una cavallerizza che aveva belle braccia come la Cofanello, non poteva calunniare un'innocente.
Stava dunque sospeso e turbato dalle visioni che destavano nella versatile sua mente l'appariscenza, la leggiadria incomparabile delle due donne.
Non ci era da metter tempo in mezzo; il giudice istruttore doveva decidersi.
Rilesse tutto il processo, specialmente nei punti che gi aveva annotato col lapis.
Poco importanti erano le deposizioni degli artisti e delle artiste della Compagnia: salvo quelle della prima cavallerizza, le altre erano deposizioni a difesa.
Ma importantissime gli tornavano le deposizioni delle due Micaelli, della contessa Usupow, del principe Crovelli.
La contessa aveva deposta da brava donnina, com'era, con una generosit, con un garbo, con una cautela maestrevole!
Ah! non ci era nulla in quella deposizione che potesse compromettere la cara, elegante donnina.
Al contrario, ella vi facea getto d'ogni risentimento, si lasciava andare alla pi schietta generosit: mostrava tanto cuore!
Se il giudice avesse saputo, nel momento in cui l'interrogava, che vero rammarico essa provava di essere andata a portare la lettera al Questore, di aver commessa un'avventatezza che gi da qualche tempo turbava la serenit de' suoi piaceri, la spensierata allegria della sua vita!
Era stato un grosso affare. Tutta Milano si occupava di lei. Ella aveva un bell'ostentare indifferenza, andare in tutte le case, farsi vedere al teatro, mostrarsi ogni giorno col marito, in carrozza scoperta, le lingue pi malediche non le perdonavano: quasi tutti, e quasi tutte, in ispecie le amiche pi appassionate, sostenevano che la graziosa donnina era proprio colpevole, e che le Micaelli le avevano tenuto il sacco.
Il conte Usupow, occupatissimo in quel tempo a fare una compiuta collezione di scarabei, se n'era dato poco per inteso.
Saputo della lettera minatoria, disse, se non balbett, che la moglie aveva fatto benissimo a denunziare tale infamia: non bisognava, con indulgenze male ispirate, crescer baldanza ai furfanti. Della innocenza della moglie non dubitava: avea quella fede robusta che alza le montagne, e che con le donne (dice un filosofo krumiro)  indispensabile!
Le risultanze del processo erano sfavorevolissime a Jole, e fecero, riunite, molta impressione sull'animo del magistrato.
Torn ad interrogar la ragazza, la trov abbattuta, sgomenta, perch temeva che non fosser vere, e non erano, le notizie pietose che suor Silvestra le faceva dare da una guardia delle prigioni sulla salute del padre.
Poi l'orrore della sua condizione, le angoscie che le porgeano le incertezze dell'avvenire, la conturbavano al sommo.
Nel nuovo interrogatorio essa supplic, scongiur che la liberassero: che era innocente; pianse, si disper, ma non seppe giustificarsi; gl'indizii crescevano sempre contro di lei. In tutte le sue risposte non avea trovato una parola felice.
Il giorno appresso il giudice, dopo lunghe riflessioni, trasmetteva il processo al procuratore del Re.
Jole Zumarra vi era imputata di tentata estorsione, e poteva esser punita colla reclusione, o anche coi lavori forzati a tempo.
Il procuratore del Re, uomo ruvido, intrattabile, disposto a vedere a priori un reo in ogni accusato, convinto che a lui si apparteneva esser pi che mai severo in tal caso, trattandosi di donna giovane, bella, di gran nome, ricchissima, che avea potenti amicizie, e a cui era favorevole l'aura popolare, tess una requisitoria violentissima, nella quale erano raccolti studiosamente tutti gl'incidenti che potevano nuocere a Jole ed eran presentati nel modo pi insidioso e pi odioso per lei.
Ma, appena presentata la requisitoria alla Camera di Consiglio, scattava su l'avvocato Tommaso Avelloni.
Il grande criminalista presento la pi ingegnosa, la pi dotta memoria per strappare la vittima dagli artigli dell'accusa.
Come abbiamo gi detto, egli era convinto di dover dare nella Camera di Consiglio la sua prima, ma non meno importante battaglia.
Era l che cercava la sua pi ambita vittoria.
Avea domandato di veder Jole nella prigione.
La ragazza gi si era alzata.
Fu ammirato di quella bellezza quasi divina, e si rinfocol nel suo proposito di trattare quel processo, come se dall'esito dovesse dipendere tutto il suo avvenire, come se egli fosse al principio, non quasi alla fine della sua splendida carriera.
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CAPITOLO 14.
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La memoria presentata dall'avvocato Avelloni doveva scuotere i giudici per la finezza delle osservazioni che conteneva, pel vigore e la chiarezza della sua dialettica.
Il sottilissimo giureconsulto si rifaceva dal chiudere in due domande le questioni, sulle quali gli era avviso dovesse esercitarsi il criterio de' magistrati.
E le domande eran queste:
Primo: La signorina Jole Zumarra  essa autrice della lettera minatoria alla signora contessa Vera Usupow?
Secondo: Posto che s, l'avere scritto e inviato quella lettera costituisce reato nelle speciali circostanze del caso?
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L'illustre causidico citava prima la deposizione tanto accorta della contessa Usupow.
Ella aveva detto che la lettera forse le cagionava l per l certa impressione, ma soltanto per l'audacia di chi l'aveva scritta. Circa il resto, chi poteva dubitare di lei, della sua innocenza, della sua virt? Poteva ella forse dubitarne, consapevole di essere stata sempre un modello di donna, di sposa? La minaccia di rivelazioni, se non avessi spedito il denaro, non mi fece proprio n caldo, n freddo, sicura come sono della mia vita, convinta come sono che la persona pi maligna non riuscirebbe a trovar nulla da rimproverarmi, se non forse una soverchia bont.... Volete vi dica davvero in breve quel che provai?... Data una scorsa alla lettera, dissi subito, che si trattava di matti!
Interrogata se conoscesse Jole aveva risposto che la conosceva per averla incontrata in casa Micaelli, che l'aveva veduta al teatro, che le era assai affezionata e non potea per nulla al mondo prestar fede che quella ragazza fosse capace del crimine che le era attribuito. Ci doveva esser sotto un equivoco. Ad ogni modo, di tratto in tratto, la contessa Vera avea ripetuto, durante la deposizione, mostrando i suoi be' dentini affilati:
La mia coscienza e tranquilla!.... la mia coscienza  tranquilla!
E non ci era che dire: era proprio tranquilla! Ci sono certe piccole, graziose coscienze, le quali sono come le rade, i porti del peccato; il peccato pu entrarvi a gonfie vale, gettarvi l'ancora e restarvi, senza che le dette coscienze sieno menomamente turbate....
Alle due domande dell'avvocato, da noi poste in principio, rispondeva rigida l'accusa:
La signorina Zumarra  autrice della lettera minatoria perch essa and a ritirarla alla posta; perch le spiegazioni date dall'accusata, non apparsero soddisfacenti; perch il carattere della lettera  suo.... a giudizio dei periti fiscali.
Si trattava della lettera al padre, che il questore avea fatto scrivere a Jole sotto i suoi occhi, e avea servito di confronto. L'avvocato impugnava la prova calligrafica, che era per lui prova diretta, fondamentale della imputazione.
Se questa manchi, soggiungeva, l'essere andata sul luogo, alla posta, ecc., sar un indizio, una congettura, non sostanziale documento di reit; che ben di rado il vero autore dell'estorsione va da s alla consumazione, ma pi spesso manda o ignari, o complici subalterni!
E qui l'avvocato recava in mezzo, con acume e con fiorita dottrina, appropriati esempi, spigolati nelle cronache giudiziarie.
Adoperatosi strenuamente a distruggere tutto l'edificio fondato sulla prova calligrafica, il difensore di Jole esclamava che il fisco non aveva potuto raccorre contro la sua cliente che induzioni e congetture: e presunzione per presunzione, congettura per congettura, inverosimiglianza per inverosimiglianza, non era da condannarsi neppure al supplizio di un pubblico dibattimento una giovane gentile, di nome pi che famoso, conosciuta, e festeggiata in tutte le capitali d'Europa, intemerata sempre fin allora, senza giustificabile e provata cagione a delinquere, e che gente seria, onesta, rispettata si rifiutava a creder capace di qualsiasi reato.
L'esser andata in persona alla posta, tornava a dir l'avvocato, era argomento esclusivo di reit! Se avesse scritto da s la lettera (ipotesi che l'avvocato si dichiarava ripugnante eziandio dall'addurre per esercizio dialettico) non poteva ignorare il pericolo di un arresto in pubblico. A donna, che ha tanto viaggiato, che in ogni paese del mondo ha letto di continuo giornali e udito racconti di ogni specie, non poteva esser ignoto che certe lettere spesso vengono recapitate alla polizia, che ne aspetta al varco gli autori.
Quanti clamorosi processi di questo genere si sono avuti, anche in anni recenti, raccontati alla distesa da tutti i periodici d'Europa, e che hanno servito di materia a tutte le conversazioni!
A lei non sarebbe mancato modo, se autrice della lettera, di mandar altri, anche con lieve ricompensa. Quanti si sarebbero mossi a soddisfarla in questo suo desiderio solo per meritare da lei un sorriso, un ringraziamento, un atto benevolo?
Ma poteva facilmente mandare una persona di basso affare, negare ogni connivenza con essa, se il delitto fosse scoperto: se il complice l'avesse accusata, nessuno gli avrebbe creduto, essendo ella tanto amata e stimata.
Chi  capace di mandare una lettera minatoria,  capace di compromettere un innocente; la via del delitto  lubrica; commesso il primo non costa molto commetterne altri.
Per l'avvocato diceva questo, per far una concessione all'accusa e mostrarle che, eziandio entrando con lei ne' dominii dell'assurdo, non si trovava terreno, che non vacillasse, luogo fermo dove posare il piede. E concludeva:
E allora che valore ha questo fatto che si presta a due opposte interpretazioni, tutte e due possibili e pi o meno probabili?
Esisteva o no una Violante Fellini?
L'accusa non l'aveva trovata; ma tra i documenti acquisiti al processo vi erano ormai i libri di un commerciante ne' quali fra i nomi delle clienti figurava appunto un tal nome.
Fu asserito che, mentre si leggeva ad alta voce in un caff un giornale, il quale riferiva l'arresto della Zumarra, e l'incidente della lettera indirizzata a Violante Fellini, un giovane, assai mal vestito, e di aspetto singolare esclam: Io l'ho conosciuta questa Fellini!
Allora l'avvocato entrava a parlare della cavallerizza Rita Cofanello.
Avea essa o no pregato Jole a recarsi per lei alla posta a ritirare la lettera?
Pu consentirsi, come pretende l'accusa, che la signorina Zumarra mentisca, dicendo avere avuto un tale incarico dalla sua compagna.
A quale  da credere fra le due donne?
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CAPITOLO 15.
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L'avvocato Avelloni era uomo prudentissimo e non gli pareva opportuno attaccare scopertamente la cavallerizza Cofanello. L'accusa sarebbe stata assai grave, e poteva gettare confusione nel processo; ma egli insinuava destramente certi dubbi dell'animo de' giudici, e si accingeva a provare che in quell'intrigo di lettera minatoria, di denunzie, di denegazioni e affermazioni fosse da cercare soltanto un puntiglio di donne.
Per tenere in carcere la Zumarra mancavano, secondo lui, gli estremi costitutivi del reato. La gentile contessa Usupow non aveva dichiarato che essa non soffr intimidazione di sorta, e non apprese il pericolo serio di gravi danni personali o patrimoniali, ricevendo la lettera?
Dunque non ci era stata, come pretendeva l'accusa, l'incussione del timore.
Citava il contegno tenuto dalla sua cliente.
Ella era stata colta alla sprovveduta; alle domande del Questore, del giudice istruttore aveva risposto con la massima semplicit; non avea messa in opera alcuna giustificazione. Ora i colpevoli, in generale, si riconoscono appunto al superfluo e all'ingegnoso delle giustificazioni che adducono; l'innocenza sola si presenta nuda, non munita di artefizi. Il reo, gi nel commettere il delitto, prepara la sua difesa.
Queste e altre validissime ragioni recava in mezzo l'avvocato, e, a dir vero, poco valevano a stornarle le rabbiose, pi che logiche, argomentazioni del rigido magistrato, che aveva l'ufficio di pubblico accusatore.
Ma a nulla approdarono l'ingegno dell'avvocato, la sua sottigliezza, la splendida difesa.
Il processo andava innanzi per la sua trafila, ventilato, discusso, lasciando i magistrati perplessi, esitanti fino al momento di dare il voto. Ma in quel momento, presi da rispetti umani, impauriti dalla decisione che stavano per adottare, concordarono inviar alla prova del pubblico giudizio la giovane donna, sebbene alcuni di loro non fossero ben chiari della reit di lei. Li avea vinti il timore che, sentenziando non esservi luogo a procedere, avrebbero sollevato uno scandalo, dato appicco di sparlare ai gruppi di maligni, che gi brontolavano si sarebbero fatte parzialit in favore di chi aveva alte protezioni, ed era di tal condizione: nel loro animo pusillanime trepidavano di recare sfregio e discredito alla giustizia, in quella che appunto si fossero studiati d'applicarla.
E di l a pochi giorni la Sezione d'accusa della Corte d'Appello pronunziava una sentenza che doveva strappar grida di meraviglia. Jole era rinviata alla Corte d'Assise, come autrice di tentativo d'estorsione, a danno della contessa Usupow.
Lascio immaginare che cosa si dicesse allora in tutta Milano.
Vi furono occhi che si bagnaron di pianto, poich in tutti i cuori non  entrato il crudele pervertimento, che fa quasi gioire per le altrui disgrazie; vi fu chi palpit, chi si commosse per la immensa catastrofe toccata a quella giovane, alla famiglia, agli amici di lei.
Ma i pi, gl'indifferenti, provavano ben altro sentimento.
Si sarebbe avuto un processo, e qual processo: dei pi curiosi, dei pi drammatici, de' pi strani. Chi sa che cosa avrebbe detto Jole alla pubblica udienza, e sarebbe comparsa come testimone la contessa Vera Usupow!
Se la immaginavano gi la bella donnina: la vedevano entrar nella sala delle Assise tutta vestita di nero, il velo sugli occhi, commossa e con voce tremante prestar il suo giuramento e far la sua deposizione....
Tutta Milano si sarebbe stipata nella sala di udienza per sentire il principe Crovelli, le Micaelli, la Cofanello, tutte le altre artiste e gli artisti della Compagnia.
Sarebbe stato insomma un grandioso spettacolo!
Le donne, in ispecie le intime amiche della contessa Usupow, non capivano nella pelle.
Alcune gi pensavano al vestito che si sarebbero messe in quel giorno.
La sentenza della Sezione d'accusa doveva per trafiggere, sopra tutti, due cuori: quello dell'avvocato Avelloni, che con tanto ardore patrocinava la causa, e si era deliberato a difendere Jole, e disputarla alla giustizia come una sua figliuola, e il cuore del principe Crovelli, che adorava Jole, che per salvarla avrebbe dato a stilla a stilla tutto il suo sangue.
L'avvocato appena ricevuta notizia della sentenza stava nel suo studio tutto conturbato, riflettendo al da farsi, allorch la porta dello studio fu spalancata ed entr il principe Crovelli.
Era pallido, contraffatto nel volto, aveva un segno nerastro intorno agli occhi, le labbra smorte; i suoi gesti, tutti i suoi moti, rivelavano la interna commozione, l'ansiet che lo struggeva.
A quella vista l'avvocato sent doppiamente il colpo, che gi lo affliggeva. Si alz, and incontro al principe e lo strinse fra le sue braccia, senza dir parola.
Il principe comprese e si contemperarono quei due grandi dolori.
L'atto dell'avvocato, che era molto pi innanzi di lui negli anni, rivelava al principe quanto affetto gl'inspirava, e come egli potesse fidare in quell'onesta, franca protezione.
E Dio sa se in quel momento sentiva di aver bisogno di conforti!
Non c' dunque... pi... speranza? balbett il principe.
Oh! ripigli l'avvocato, gestendo come se gi fosse al banco della difesa. C' molta speranza... Dio non pu abbandonare un innocente... e la giustizia umana deve finire per riconoscere i suoi errori...
S, s,  innocente! interruppe il principe con forza, come se dubitasse che nell'animo dell'avvocato non fosse entrata quella convinzione.
 inutile che lo diciate a me!... Sono tanto persuaso che  innocente, ch'io non potrei tenermi dal dare in uno scoppio di lacrime anche dinanzi ai magistrati, ai giudici, al pubblico, se per i molti equivoci accumulati contro di lei, fosse pronunziata una prima sentenza di condanna.... Sarebbe una s enorme iniquit! esclamava l'avvocato riscaldandosi. Io non voglio nulla, ben inteso, per difendere questa causa.... L'accetto come un obbligo di coscienza! Io stendo la mano di galantuomo a questa infelice come un uomo di cuore e di coraggio la stenderebbe ad una giovane, che vedesse vicina ad annegare nelle acque del Naviglio.... Ci batteremo, e continuava i suoi gesti un po' teatrali, dote della sua professione, e la voce gli si coloriva, ci batteremo fino all'ultimo come leoni... Metteremo sottosopra tutto: ricorreremo magari ai ministri, andr io stesso dal re... se occorre.... Faremo un appello, se sia necessario a tutti i giureconsulti d'Europa: esporr io il caso: andr in Francia, in Spagna, nel Belgio: parler nei Consigli degli ordini: non vi sar che una voce di esecrazione per il giudizio nefando... Ma, come v'ho gi detto, ho molta speranza... e vinceremo!
Il principe aveva ascoltato quello sfogo, immerso nella sua costernazione.
Ditemi subito il vero, egli mormor,  stata rinviata al giudizio?...
Alla Corte d'Assise! rispose gravemente l'avvocato, che avea ricuperato la sua tranquillit.
Il principe abbass gli occhi.
L'ambascia lo soffocava: gli ci voleva uno sforzo a contenere le lacrime che stavano per prorompergli.
In quel momento sub torture inenarrabili. Gli pass in un attimo dinanzi agli occhi la pi trista, la pi funesta visione: vide Jole, la bellissima Jole, sul banco degli accusati, in mezzo ai carabinieri, fatta segno alla idiota, efferata curiosit della folla, sottoposta a interrogatorii, a contestazioni umilianti.
Dette in un grido straziante e si port le mani alla fronte.
La sua ragione vacillava.
L'avvocato fattosegli accanto lo sosteneva e lo incuorava con parole piuttosto sospirate che pronunziate.
D'un tratto egli si risent, e voltosi all'avvocato, con piglio sicuro, rintuzzando ogni altro sentimento, gli domand:
Ditemi: che cosa ora dobbiamo fare?... Mi sono rimesso.... Avr tutto il coraggio che  necessario sino alla fine....
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CAPITOLO 16.
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Torniamo un po' addietro.
Abbiamo lasciato la contessa Usupow, che dalla finestra di una stanzetta attigua alla sua camera, guardava nel giardino insieme col ginnastico Pietro Foggo, e alla scarsa luce, che mandava il cielo in quella notte, tutti e due avevano scorto un uomo, che strisciava gi lungo un albero e quindi, aggrappatosi ad un'altra pianta, si veniva avvicinando alla finestra onde essi guardavano.
La contessa era sopraffatta dallo spavento.
Pietro Foggo aguzzava gli occhi e stava per slanciarsi di l dalla finestra per accertarsi chi fosse il nottambulo, il quale in tal momento si dava a simili esercizi.
Restate, gli disse la contessa sulle prime, dove volete andare? non potete sapere a qual pericolo vi esponete!
Io non ho paura di pericoli! rispondeva il robusto e agilissimo ginnastico, tenendo sempre stretto, avvinghiato il corpo snello e rigoglioso della contessa Vera.
Ma chi sa che costui non sia armato... replicava la leggiadrissima donnina.
In quel momento parve loro che l'uomo si buttasse in terra dall'albero sul quale si trovava, e fermatosi un istante sotto la finestra si allontanasse poi a gran passi per un viottolo.
Avrebber pure giurato che una porticina in fondo al giardino, che si apriva di rado, cigolasse leggermente su' suoi cardini, come se una mano esperta l'avesse spalancata e richiusa a un tratto.
Chi potr mai esser quell'uomo? mormorava, sempre raccapricciando, la contessa Vera.
Pietro Foggo si era rattenuto dal corrergli dietro perch non voleva perdere l'occasione, che gli si offriva, di mandare a esecuzione un suo disegno, e la quale non sperava gli si sarebbe presentata di nuovo, se non con molta difficolt.
Costui, disse,  forse un ladro, che voleva rubare qualche pianta, o qualche altro oggetto, da lui gi adocchiato nel giardino: forse voleva cercar modo di entrare in casa.... Ci ha visto, o ci ha sentito far rumore... ed  scappato.... Ma poi sono io qui... e voi potete star sicura, che nessuno vi pu torcere un capello....
Ci fu un breve silenzio.
La contessa Vera sentiva sul suo volto l'alito caldo che usciva dalle tumide labbra dell'acrobata.
Voi mi avete detto, susurrava Pietro, che mi avreste raccontato cose che io non sapeva a proposito di Jole.... Mi avete domandato di una giovane bruna, chiamata la Meraviglia delle Meraviglie, che  nel nostro Circo.... Spiegatevi....
Vera non rispose.
Ella pareva assorta in qualche pensiero.
Il ginnastico si era seduto sopra una sedia, presso la giovine signora, in maniera ch'essa era ormai quasi in potere di lui.
Non avendo risposta alla sua domanda, anch'egli si tacque.
E il silenzio torn a regnare fra loro, come pochi istanti prima.
D'un tratto Pietro Foggo si alz, e fece un atto, come se volesse scacciar da s una cattiva idea.
Vera si trov pure di repente lontana da lui.
In quell'istante, un debolissimo raggio di luna, penetrando a traverso le nubi, gett un barlume di luce nella stanzetta.
L'uno e l'altro si videro.
La contessa era vestita del suo accappatoio bianco che le lasciava scoperte parte delle vaghissime forme, ed era tutta in un grazioso disordine: l'acrobata, alto della persona, ben complesso, bruno di carnagione e di capelli, di una fisonomia vivace, espressiva, era tutto vestito di nero, e assai poveramente, ma la contessa non vide che la sua maschia bellezza.
Egli non ebbe allora che un solo pensiero.
Guardando quella donna seducentissima, gli balen alla mente tutto il male di cui essa era, ed era stata, o poteva esser cagione.
Quante lacrime non avea fatto versare: quanti cuori non avea gi messo in costernazione: quanti dolori, quanti cocenti disinganni, quali amare disperazioni essa non aveva cagionato!
Siete tutte cos, voi donne, che vi chiamate aristocratiche! disse in un subito, come se rispondesse a' pensieri che lo angustiavano, senza cuore, senz'anima, senza riguardi, e senza ritegni!... Non vi peritate a gettare lo sgomento, la desolazione nelle famiglie, unicamente per soddisfare i vostri pi strani e leggeri capricci.... Vi prostituite a tutti, in alto e in basso, e pretendete al nome di onorate! L'onore  accanto a voi, ma non in voi: l'onore  nella povera donna popolana, che vi serve, che passa le notti nel lavoro, che si logora la vista e s'impoverisce il sangue a fornire alimento alle vostre vanit.... Per che cosa voi vivete? per soddisfare passioni infami, per tradire, e affliggere tutti coloro che vi avvicinano.... A che cosa siete utili? La vostra scostumatezza impunita, la vostra oltracotanza, la vostra insolente prosperit sono il maggior oltraggio fatto alla virt.... La vostra esistenza  un assurdo....
La contessa Vera raccapricci a quell'improvviso, inaspettato cambiamento.
La vista di lei quali idee avea ridestato nell'acrobata!
Il fierissimo giovine le fece paura in quell'istante. Egli era entrato in un vero accessodi furore.
Scorgendo alla nuova luce che rischiarava la stanza, il volto della contessa, quel volto, met di sfinge, met di cortigiana; scrutando la fisonomia di quella donna che rivelava i bassi appetiti, e la spensieratezza crudele nel soddisfarli, senza riflettere a cui potesser nuocere, cui potessero rovinare certe inique sbrigliatezze, il ginnastico sent rinfuocolarsi tutta la rabbia con cui era venuto: il desiderio di vendicare Jole.
Voi, ripet alla contessa col furore con cui le aveva mosso le prime domande, appena si era trovato a faccia a faccia con lei, voi siete la causa che Jole  in prigione....
Io? rispose la contessa imperturbata, e quasi dimentica della condizione in cui si trovava, quasi non pensasse pi che era sola a quell'ora, in quella veste, vicina alla sua camera, con un uomo, e con qual uomo!
Abbiamo gi perduto anche troppo tempo! disse Pietro, sbrigatevi o ne fo una delle mie!
Egli era proprio ridiventato di colpo l'uomo del Circo, l'uomo volgare, che non ha stima se non della forza, della destrezza, e di tutto il resto si cura come non fosse. Per lui un bel salto mortale, una grande difficolt fisica superata, l'applauso di centinaia di persone nel momento in cui forse arrischia la vita, sono l'entusiasmo, la poesia, la ragione dell'esistenza.
Che divario tra Pietro Foggo e la vaga donnina che gli stava dinanzi! L'una vissuta sempre con tutte le mollezze e le eleganze, con un cuoricino di tortora, impavida ne' frangenti in cui la poneva la sfrenatezza delle passioni, ma pusillanime ad affrontare qualsiasi altro pericolo. Ella avrebbe lasciato che un uomo si uccidesse per lei, avrebbe compiuto con animo tranquillo le pi grandi stravaganze, ma urlava, se avesse veduto un ragno sul muro, se avesse dovuto saltare un fossatello. Invece Pietro, il ginnastico, era coraggioso, temerario, sempre pronto a giuocare la vita, abituato a ogni asprezza, a ogni disagio.
La contessa se gli era avvicinata di bel nuovo, e gli aveva posato una mano sul braccio. A quel contatto egli si sent rabbrividire. Essa aveva dunque giurato di farlo prevaricare!
Lo inebriava il profumo sottile, che emanava dalle vesti, dai capelli di lei; e il contatto di quella mano morbida, cos delicata sulla sua pelle ruvida e dura, gli dava fremiti di passione.
Si tacque, e, mentre il sangue gli saliva al capo in vampe di fuoco, egli protese un braccio e strinse a s la bella allettatrice.
Un nuvolone nero sospinto da raffiche di vento cuopriva la luna.
Rimasero al buio.
La giornata era stata caldissima: l'aria fresca, che cominciava ad asolare, metteva in loro un vero benessere.
Gli alberi del giardino stormivano.
Un usignuolo scioglieva i suoi gruppetti di note scintillanti.
Tutto li invitava all'amore.
La contessa Vera cedeva ad un sentimento che, suo malgrado, la invadeva tutta: non si sentiva pi padrona della sua volont.
Un fascino segreto, inesplicabile, indiscutibile l'attirava verso quell'uomo.
A poco a poco ella aveva appoggiata la sua fronte candidissima, che tante volte splendeva al bagliore de' diamanti che ella infiggeva fra i capelli in certe occasioni, sulla spalla dell'acrobata plebeo.
Ma nell'animo del plebeo si risvegliava a un tratto un sentimento di gran proibit.
Ti amo! disse trasportato dalla foga de' suoi pensieri, ma non debbo, non posso.... Ascoltami....
Dette un bacio sulla fronte di lei, come lo avrebbe dato ad una sorella; la allontan da s un poco, e tutti e due, appoggiati al davanzale della finestra, guardavano nell'oscurit del giardino, come se volessero scoprirvi qualche cosa, di cui fossero ansiosi.
Lo sapevo che tu non mi avresti resistito! diceva fra s la Contessa.
Passato il momento in cui la paura la scuoteva, o il capriccio la poteva in lei pi della ragione, ella non si curava del ginnastico come se non lo avesse mai conosciuto.
Egli, invece, venuto co' pi truci disegni, bollente di sdegno e di collera, si era, dopo i primi impeti, raddolcito; non avrebbe voluto sapere di Jole per potersi gettare a' piedi di quella graziosa donnina, farsi suo schiavo, ubbidirla in tutti i suoi ghiribizzi.
Vi chiedo scusa... torn a dire, non dandole pi del tu, poich alla fine si trattava di una contessa, e, sfumata la collera, incuteva una certa soggezione al plebeo, il quale era gi appassionato di lei. Dianzi sono stato troppo violento....  il mio carattere... e il carattere di noialtri plebei, quando la rabbia ci divora....
Voi non siete un plebeo... siete un artista! gli rispose la contessa, che in segreto ora si burlava di lui. Di una cosa vi prego: andate via di qui subito... Ci rivedremo.... Mi vien timore che da un momento all'altro ci possano scoprire.
Andar via!... E Pietro ripens che non avea fatto nulla di quello per cui era venuto; che avea tradito il giuramento fatto a s e al fratello di salvare Jole.
Non posso andar via, disse il ginnastico, se voi prima non mi raccontate tutto quello che sapete... le ragioni per le quali Jole  in prigione....
Vi dir tutto quello che so....
Vi scongiuro a dirmelo subito!...
E la voce di Pietro gi si faceva di nuovo un po' concitata.
Io vi giuro, rispose la contessa, che io sono innocente.... Come potete pensare che io avessi diretta a me stessa una lettera minatoria e fossi andata a presentarla alla polizia?... Non sapete che la prima vittima di quest'affare, per ora, sono io? Che in tutta Milano si maligna sul conto mio; che mi si attribuiscono avventure che non ho mai avute; che si dubita della mia virt?...
La sua virt! mormorava Pietro tra s, acceso di sdegno da quella ipocrisia. Essa parla della sua virt.... Come se poco fa...
Incroci le braccia sul petto e in tuono risoluto, sebbene a voce bassa, continu:
Parlate!... ve ne supplico... non mi spingete ad eccessi, de' quali dopo proverei grande vergogna....
Parler!... ora andatevene!
Pietro Foggo si mise vicino vicino alla contessa.
Un brusco gesto, che ella avea fatto, un accento insolito nella voce di lei, gli avevano rafforzato un dubbio, che gi altre volte gli si era presentato alla mente.
Le strinse un braccio per modo che ella mand un gemito e tutto commosso le bisbigli all'orecchio:
Contessa Vera Usupow, voi siete la sorellastra del ricchissimo cavallerizzo Dimitri Alfambikow, assassinato qui in Milano in via Fiori Scuri!...
Sent che ella tremava.
Vera volle rispondere, ma le parole non le uscivano dalle labbra.
In quell'istante vi fu un gran stormire di foglie nel giardino.
E Pietro vide il solito corpo, che strisciava lungo un albero e si avvicinava ai rami, che l'albero protendeva verso la finestra.
Voglio vedere chi ! disse.
E il ginnastico, abbandonando la contessa, che cadde priva di sensi, spicc un salto nel buio.
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CAPITOLO 17.
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Abbiamo lasciato il principe Crovelli nello studio dell'avvocato Avelloni.
Che cosa dobbiamo fare? domandava il principe.
L'avvocato Avelloni, come gi sa il lettore, era un uomo sulla cinquantina, piuttosto corpulento, elegantissimo, corteggiatore instancabile di facili donnine: uomo di grandissima dottrina e tenuto in alta stima nel foro.
Nominato senatore del Regno, e tra i primi, poco dopo l'annessione, avea sempre cooperato con la sua eloquenza veemente, immaginosa, a sostenere tutte le cause liberali.
E pi liberale di lui non vi era forse alcun altro in quel momento nel Senato. Le origini della sua famiglia, famiglia di gente proba, che di basso stato si era a poco a poco innalzata con rare virt; il suo cuore generoso, l'indole espansiva lo portavano a sostenere le idee professate da coloro che vogliono mitigate di molto le miserie del popolo e domandano sia fatta una volta anche agli umili, a' reietti, una parte dei gaudii umani.
Lo studio dell'avvocato Avelloni si componeva di cinque vastissime sale.
Le pareti erano tutte coperte di scaffali, gremiti di libri, molti con bellissime legature: qua e l, alcune statue erette su piedestalli, statue simboliche, raffiguranti Temi, e i vari attributi della giustizia, alcuni busti di illustri giureconsulti.
Nella prima sala sedevano cinque o sei uscieri e giovani di studio, nelle altre stavano di solito varii giovani avvocati, che attirava l la reputazione dell'illustre maestro; la simpatia, che egli eccitava tanto facilmente, in ispecie nei giovani.
Lei, principe, mi domanda, prese a dir l'avvocato Avelloni, che cosa dobbiamo fare? Le dir il titolo di reato pel quale la nostra gentile cliente  rinviata alla Corte d'Assise e che  logicamente dedotto dall'atto di accusa.... La minaccia a una giovine sposa di propalar colpe, a lei attribuite, attacca la estimazione e reca contumelia; costituisce un'offesa alla persona e quindi un vero danno personale: ed a chiarirla meglio, prosegu l'avvocato sorridendo con benevola compiacenza, mentre allungava una mano sul suo banco e pigliava il Codice penale, eccole, principe, gli articoli.... Ella stesso pu vedere.... qui.... Dei delitti contro le persone.
Il Principe dette un'occhiata a quelle linee e quindi alz subito il capo, affisando l'avvocato.
L'atto della lettera minatoria, soggiungeva l'avvocato, costituisce pure minaccia di gravi danni patrimoniali futuri, potendo dar motivo a discordie fra i due coniugi... essere anche causa della loro separazione.... con danno economico de' coniugi offesi.... Io non vedevo nel fatto l'idoneita ad intimidire: la Sezione d'accusa invece lo ammette.... Ma le ripeto ci che le ho gi asserito: i giudici non hanno operato per schietta convinzione, bens per timore, per un moto pusillanime.... Non hanno voluto chiudere il processo nel periodo istruttorio per non dar luogo a commenti, perch la pubblica voce non gridasse che si erano usate parzialit, protezioni a donna ricchissima, giovane, bella, famosa.
L'avvocato tacque un istante (poich  destino che, a momenti, debbano tacere anche gli avvocati).
Poi interruppe a un tratto il silenzio, dando in questa escandescenza:
L'ho con quell'a...sino del procuratore del re....
A maggior intelligenza del lettore  debito far notare che per gli avvocati il procuratore del re, o il magistrato che non si pronunzia in loro favore, specialmente se la causa  importante, sono per lo meno asini: e il procuratore del re, il magistrato debbono esser grati a questi illustri giureconsulti, se si contentano di rassomigliarli a quadrupedi, che non son poi de' peggiori, e non vanno pi in l.
Il principe, poco avvezzo a quelle intemerate, che nel mondo curialesco passano per innocue amenit, guard il celebre causidico con una certa ammirazione.
L'avvocato Avelloni, uomo di squisita politezza, ma focoso, nel suo studio non la guardava tanto pel sottile e dava volentieri la stura a quella mana, che contribuisce tanto a mantener limpido il fegato degli egregi avvocati e alla loro desiderata e s utile conservazione: la mana cio di sparlare, di sbottoneggiare, sui giudici e sul Pubblico Ministero.
Scusi, principe, la parola che mi  scappata.... Ma se lei conoscesse quella gente!... Ce ne sono di ottimi, ma ce ne sono di cos duri caparbii, ostinati.... Pazienza che non sapessero, ma non c' verso di far loro capire quello che debbon sapere.... Del resto nell'esercizio della nostra professione, noi ci riscaldiamo facilmente... e questo  un caso da far dar proprio ne' lumi un uomo anche pi pacato di me.
Non c' assolutamente rimedio? disse il Principe con voce esile, pallidissimo, e colto da immenso sgomento.
Ci sarebbe.... Un ricorso avanti la Suprema Corte di Cassazione contro la sentenza della Sezione d'accusa... ma la posizione morale della signora Zumarra... della mia egregia e graziosa cliente.... sarebbe pregiudicata.
Perch?
Perch.... ammetta pur l'ipotesi che il ricorso sia accolto con favore.... Che cosa ne succede?... Dovendoci limitare nel ricorso,verso la Corte Suprema alle sole questioni di diritto, si rimarrebbe con una sentenza della Sezione d'accusa la quale dichiara che consta del fatto, e si ha una sufficiente prova della colpabilit.... Avremmo un decreto della Corte Suprema, con cui tenuti i fatti come sono esposti nella sentenza d'accusa, si giudicherebbe che i medesimi, qualunque sia l'apprezzamento morale che possa farsene, non rivestono secondo la legge il carattere d'un delitto punibile.
Dopo una breve pausa, l'avvocato che pareva assorto in profonde riflessioni, soggiunse:
E non basta... avremmo un ritardo di mesi nel disbrigo dell'affare... e se l'esito del ricorso ci fosse contrario, avremmo da noi pregiudicata la questione e il rigetto disporrebbe gi male l'animo de' giurati... farebbe loro una trista impressione.
E allora? chiese il principe ansioso.
Mi duole il dirlo... ma bisogna andar direttamente al giudizio, alla Corte di Assise!... Cos ci restano salve tutte le questioni proposte; spero, sono quasi certo di strappare ai giurati un verdetto negativo... e in ogni peggiore ipotesi potremo proporre, dopo il verdetto, la questione attinente all'indole giuridica del fatto.
In quel momento dallo studio dell'avvocato fu udito un sibilo acuto.
Era il treno, che da Firenze e Piacenza arrivava a Milano. Da quel treno scendeva un uomo, alto di statura, con due basettoni rossi, senza baffi, di una corpulenza sformata, con occhiali d'oro, e vestito tutto alla foggia inglese.
Le ciglia, i capelli aveva biondissimi, di un biondo carico. Nessuno avrebbe in quel personaggio riconosciuto uno dei poliziotti pi capaci, che vivessero allora in Europa: il famoso Domenico Arganti, stato birro, bargello, poi, per la rarit del suo ingegno, divenuto miracolosamente commissario nella polizia toscana: Domenico Arganti, detto Lucertolo.
Poco dopo egli si presentava ad un albergo detto della Cervietta, che sorgeva in una delle viuzze di Milano, attiguo al Duomo e ora demolite.
Dette il suo nome e il suo passaporto.
W. J. Welton, commerciante, di Cardiff.
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CAPITOLO 18.
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Due giorni appresso il principe Crovelli tornava nello studio dell'avvocato Avelloni.
Jole avea ricevuto nel carcere la notificazione della sentenza, che la rinviava dinanzi la Corte d'Assise.
Suor Silvestra l'aveva preparata a quel colpo, ed essa lo ricevette rassegnata. Ormai sembrava del tutto cambiata: il carcere, il dolore per la malattia del padre, lo sbalordimento in cui l'avevano gettata tante impensate avventure, ammorzando la sua indole impetuosa, l'avevano ridotta a una specie di disperata atonia.
Le continue esortazioni, l'esempio di suor Silvestra aveano sollevato il suo animo a pensieri di religione, che del resto vi avea sempre albergato, eziandio tra i divaghi, le commozioni di una vita nomade e rischiosa.
Poi, fidente nella propria innocenza, aspettava il giorno in cui sarebbe principiato il suo processo come quello del trionfo.
Solo in certi momenti si scorava, quando pensava che per la prima volta nella sua vita avrebbe dovuto comparire in pubblico, non gi come regina, come artista e come donna, la cui bellezza e la cui destrezza meravigliosa destavano applausi ed eccitavano passioni ed ammirazioni, ma come una colpevole, che chiede merc, come una infelice, che ha bisogno della indulgenza di tutti.
Ma era d'animo fortissimo e anche di queste pensate ambascie si consolava, riflettendo che altres nella sua nuova condizione avrebbe avuto sul pubblico molto fascino: sarebbero stati per lei tutti i giovani, tutti i cuori pi leali. Gi sapeva quanto il principe si adoperasse per la sua causa, e le simpatie che egli e l'illustre avvocato, ch'avea accettato di difenderla, le avrebbero procurate.
E un'altra idea la sosteneva. Ella nutriva un certo presentimento che il processo non dovesse mai aver luogo; che da un istante all'altro dovesse accader cosa atta a stornare un tale avvenimento.
I fatti si eran precipitati con tanta rapidit che ella stessa, del resto, durava fatica a comprender bene le sue sensazioni, eccitate, confuse pur dalla prostrazione, dalla stanchezza fisica nella quale si trovava.
In generale, i prigionieri chiedono carta, penne, libri, che nel periodo in cui aspettano di presentarsi al giudizio d'ordinario sono loro concessi.
Jole avea chiesto una cosa straordinaria davvero e circa la quale non avea ancora ottenuto risposta.
L'inerzia, l'inazione abbattevano il suo corpo vigoroso, obbligato a un quotidiano e faticoso esercizio.
Le pigliava la nostalgia del Circo; le gambe, le braccia le si infiacchivano; sentiva il sangue martellarle nelle tempia.
Domand di aver un trapezio nella prigione, di poter far infiggere nel muro due campanelle e legarvi una corda; avrebbe voluto pure una grossa asta di ferro.
Un artista consola le sue amarezze e riempie la sua solitudine con le fantasie che gli prorompono dal vivace, fecondo ingegno, con le armonie o le melodie nelle quali trasfonde il calore dell'anima; lo studioso, chino sui volumi, s'appaga, cercando il vero nelle pagine immortali; gli acrobati, lontani dal Circo, segregati dal mondo: vagheggiando i lumi, le vesti variopinte, i salti, la folla, il loro nome, stampato a caratteri grotteschi e badiali, su tutti i muri, la loro immagine riprodotta, esposta ad ogni passo.
Ed hanno bisogno di esercitarsi in quegli atti di destrezza, di forza, che almeno ricordano ad essi ci che per loro  la ragione del vivere, se non la vita!
Nello studio dell'avvocato Avelloni ferveva il lavoro preparatorio per la causa.
L'avvocato ora si proponeva di dirigere la causa in guisa che l'accusa dovesse esser subito ritirata: ma ad ogni modo, voleva presentarsi armato fino ai denti, ben agguerrito di tutte le dottrine, facea ricercare i casi somiglianti negli annali giudiziari, raccogliere la storia di equivoci, di errori segnalati, che avevano fuorviato, in congiunture quasi identiche, le ricerche della giustizia.
Raccoglieva ansiose tutte le voci, tutti i consigli che gli pervenivano, avea notato, classificato da s tutto ci che si propalava in pubblico: da s faceva per cos dire, il processo del processo; e ne traeva nuove e rilevanti induzioni.
Il principe veniva a vederlo quasi ogni giorno recandogli le notizie, man mano che le aveva. Due giorni dopo l'arrivo di Lucertolo, il principe, come abbiamo detto, sedeva nello studio dirimpetto all'avvocato.
Da un pezzo confabulavano insieme.
Ma come  possibile?!... esclam ad un tratto l'avvocato Avelloni.
Non solo  possibile, ma  verissimo....
Sar dunque uno strano processo! Ne vedremo di tutti i colori, prima d'essere arrivati alla fine...
Creda, qui c' sotto un intrigo infernale.... una qualche vendetta di donna.... un segreto orribile, che dovremo sudar sangue per iscuoprire....
Quello che lei mi ha detto mi sorprende in modo che non posso crederlo.... se non a stento.... Mi perdoni; bisogna che io le parli chiaro.... Una signora giovane, graziosa.... aristocratica come la signora contessa Usupow ricevere di notte nelle sue stanza un acrobata....
Le ripeto,  positivo....
Senta, principe,  necessario che ella mi esponga con la massima precisione i modi che lei tiene per procurarsi le notizie che mi porta di tratto in tratto.... e relative al nostro processo.... Senza saperne le fonti, senza poter supporre se chi le d, abbia o no interesse a presentarle in un aspetto piuttosto che nell'altro,  impossibile tenerne conto in guisa che ci riescano vantaggiose.
Sta bene.... e io glie lo dir.... Io ho incaricato di far ricerche.... unicamente per scuoprire la verit, qualunque sia.... un giovane ufficiale impiegato nella Questura di Milano, il delegato Domenico Arganti; quello stesso che fu incaricato dei primi atti contro la signorina Zumarra....
Ella ha dato denaro a quest'ufficiale?
Ne ho dato.... e di pi ne ho promesso.... Egli ha bisogno di trovar cooperatori, di far molte cose, che richiedono spese ingenti.
Questo  naturale!...
Anzi, gli ho raccomandato di non esitar mai a far alcun passo che creda utile, debba pur costarci profusione di denaro....
Approvo.
Noti che il delegato Arganti non  stato mai convinto della piena reit della signorina.... Fin dal primo momento ha concepito i pi serii dubbi sul modo con cui si presentava il fatto.... Ma egli  un ufficiale subalterno, e non pu molto se non riesce a trovar prove, nel modificare le convinzioni de' suoi superiori....
Ho capito!
Questo delegato aveva in casa una donna giovane, di una forza erculea, di forme sviluppatissime, una donna colosso....
Ah!
Egli l'ha indotta a cercar di accostare gli artisti del Circo, farseli amici, entrar con essi in intime relazioni.... Costei, che  accortissima,  diventata subito famigliare coi due fratelli Foggo....
E ha saputo?
Che la notte, cinque o sei ore dopo che la Zumarra era stata arrestata, i due fratelli Foggo entrarono nel giardino che circonda il palazzo ove dimorano gli Usupow, e s'arrampicarono sino alla finestra della camera della contessa.... poteron metter piede nelle stanze e si trattennero con lei.
Io non ci credo.
O perch, rispose il principe all'avvocato, avrebbero dovuto inventar quella favola?
Chi sa.... A ogni passo che noi facciamo dobbiamo temere insidie.... Questo processo, come del resto tutti i processi di una certa specie,  pieno d'inganni.... A noi spetta studiare il modo di non incappare ne' lacci che ci vengono tesi....
Dunque, riprese il principe, un po' irritato, lei non sa bene chi sia questa contessa Usupow?
L'avvocato fu scosso dal tuono con cui parlava il principe.
Egli non ignorava che la contessa non era stata molto severa con quel giovane elegante; aveva spesso udito raccontare, in que' crocchi dove le storielle scandalose sono ricercate come documenti preziosi, de' loro incontri, di una passione che durava da un pezzo, e che aveva ridestato la curiosit de' pi diligenti e instancabili osservatori di certe avventure.
Ora, dal modo con cui il principe gli aveva rivolto la sua domanda, l'avvocato poteva inferire che il giovane fosse mosso da un grande, profondo odio, verso la graziosa signora.
Come era avvenuto in lui quel subito cambiamento?
Che il principe nutrisse per Jole una simpatia, un'affezione sincera, egli lo aveva gi facilmente compreso dalla premura che si era dato per lei, sin dal momento che ella era stata arrestata.
Ma, eziandio amando Jole, qual motivo poteva avere per odiar tanto la contessa?
In un attimo l'avvocato avea fatto tali riflessioni, e gi cercava per questa via un nuovo aspetto del dramma, nel quale egli pure doveva ormai avere una parte, e che certo gli era sino allora sfuggita.
Io, replic assai pacato, e scrutando attentamente il volto del principe, ansioso di conoscere l'espressione di tutti gli affetti che vi si dipingessero, io conosco assai bene, e da molto tempo, la contessa Usupow.... Appunto perch la conosco, non so vedere alcuna probabilit nel fatto che essa, di notte, abbia ricevuto nella sua camera i due ginnasti del Circo.... Uno.... potrebbe anche comprendersi, disse l'avvocato, con un lieve, quasi impercettibile sorriso, ma due uomini.... a quell'ora... che cosa andavano a fare in camera della contessa?... Dato anche ch'ella avesse avuto desiderio di parlare con loro, non poteva incontrarli di giorno, altrove.... senza pericolo? Una donna di alta condizione, conosciuta da tutta Milano, ammesso pure che, per un rigiro il quale non riusciamo a spiegare, fosse spinta a dover conferire con que' due uomini volgarissimi, non avrebbe saputo trovare altro mezzo per vederli, che d'invitarli a entrar di notte nel giardino, e scavalcare la finestra della sua camera?... Scusi, principe, qui siamo a dirittura nell'assurdo....
Il principe teneva il capo chino e taceva.
Mi dica francamente, proseguiva l'avvocato, in che modo ella ha ricevuto la notizia?... Ha parlato col giovane delegato Arganti, da lei incaricato delle ricerche?
No.... io non l'ho pi veduto da due giorni.... Ma egli ha la chiave di una porticina, che dal giardino mette nelle mie stanze.... Siamo d'accordo che ogni notte circa il tocco egli pu venire da me, quando abbia da comunicarmi cose di importanza.... Ieri notte tornando a casa, ho trovato il lume acceso.... i servitori hanno ordine di non aspettarmi.... Ho provato una certa meraviglia.... Sotto il lume era questa lettera, e il principe si cav di tasca una lettera che raccontava distesamente l'avventura de' due ginnastici con la contessa....
L'avvocato fece un nuovo gesto d'incredulit.
Chi, fuor che il delegato di pubblica sicurezza, pu aver lasciato sul tavolino questa lettera?
L'avvocato prese il foglio, lo spieg, lo lesse, lo guard e riguard con attenzione.
Sarebbe bella, brontolava fra s, che questa fosse un'altra frode.
Perch? domando il principe trepidando.
Perch il carattere con cui  scritta questa lettera....  un carattere falsificato!
Come?
S....
L'avvocato si alz, and a frugare tra una filza di fogli; e pose sotto l'occhio del principe un rapporto che era fra i documenti d'un processo criminale, rapporto firmato: Domenico Arganti.
Veda! continu l'avvocato, il carattere della lettera non  il carattere dell'ufficiale di polizia. Ora,  impossibile che egli, ricevuto un incarico s delicato, si sia servito d'altri per farle questa comunicazione....  chiaro che partecipando ad altri il suo segreto, egli comprometteva un'impresa al cui buon successo  molto interessato.... Una tale ipotesi  dunque inammissibile....
Allora?...
Vuol dire che un altro ha sorpreso i nostri segreti.... un altro, che ha non poco potere, non poca accortezza e non poca audacia, se ha osato entrare di notte in casa sua, trattenervisi per accendere il lume, e lasciar la lettera in luogo dove potesse esser da lei veduta facilmente. Il lume acceso ci dimostra che, non solamente noi abbiamo che fare con un uomo di grande audacia e destrezza, ma con un dilettante che si compiace di meravigliarci, di stupirci con la sua raffinata abilit....
Io andr subito a trovare il delegato Arganti.... Voglio uscir di ogni dubbio immantinente.... Ma ella sa con quanto ardore io prosegua questa causa, disse il principe, e non posso tacerle una circostanza grave, anzi gravissima.
Parli! Parli!
Il principe era divenuto tutto acceso nel volto: pareva non potesse spiccicar parola.
L'avvocato cap che il giovane voleva dir qualche cosa di molto rilievo e non osava.
Lei sa, riprese l'avvocato, che a me pu parlare come a un confessore.... Ella gi conosce chi io sono.... ed  inutile che le ricordi come noi abbiamo il segreto della professione!
Il principe stette sopra di s alcuni istanti, quindi proruppe:
Dir cosa che non avrei detto ad anima vivente.... che a lei non posso tacere nell'interesse della causa.... io sono convinto che l'autrice della lettera minatoria, per la quale  stata arrestata la signorina Zumarra, sia.... la contessa Usupow.
Se all'avvocato avessero detto che una delle statue del Duomo di Milano era scesa dalla sua nicchia ed era andata alla Posta a ritirare una lettera; se gli avessero detto che una di quelle statue si era messa a camminare a piedi asciutti sulle acque del Naviglio, non avrebbe nell'espressione del suo volto mostrato una maggiore incredulit.
Principe! disse, dopo un breve silenzio nel quale il suo confabulatore avea potuto giudicare come egli strabiliasse di quella improvvisa rivelazione, lei  vittima oggi di qualche tremenda allucinazione.... Le pare? io conosco la contessa da anni...  un'amabile sventatella...  una gentile donnina, che forse si compiace troppo della sua bellezza, d'esser ammirata, corteggiata... amata, se vuole: ma le posso assicurare che essa  incapace di un'azione cos abbietta, di una vilt....
Il principe rimase perplesso.
L'avvocato si aspettava una risposta acre, veemente: era stato pi esplicito che aveva potuto, appunto per cavar di bocca al giovane gentiluomo ci che gi supponeva gli dovesse covare nel cuore.
Le parole dell'avvocato eran quasi una provocazione a parlare, ma il principe restava muto, assorto in pensieri.
Dopo avere indarno atteso un poco, l'avvocato si avvis che era migliore espediente mutare sistema.
Volle entrare da s nell'argomento, in modo brusco, avanti che il principe si fosse messo sulle difese.
Si deliber d'interrogarlo come lo avrebbe interrogato un giudice istruttore, cui fossero stati palesi certi particolari della vita di quel giovane.
Lei, disse di colpo l'avvocato, affisando il principe, e parlando con piglio piuttosto severo, ha avuto una relazione amorosa con la contessa Vera Usupow?
Il principe rimase un istante confuso e si apprestava a far un segno di diniego.
Comprendo che il gentiluomo deve negare, ribatt l'avvocato, ma qui  un testimone, che deve servire alla difesa della signorina Zumarra; un testimone, la cui deposizione rimarr sempre un segreto.... Per se lei, che ha tanto a cuore di salvare la signorina Zumarra, non mi dice pel primo la verit, se mi reca nuovi ostacoli in questo processo di intrighi, di menzogne, il mio ufficio diventer sempre pi difficile....
Il principe stava in forse, non sapendo che rispondere, e propendeva a tacere.
Per l'avvocato ne sapeva assai, se non quanto lui, di quella tresca elegante: di tratto in tratto egli pure aveva bazzicato in casa le Micaelli, specialmente in un certo periodo nel quale avea dimorato in Milano una giovane bellissima, che si diceva vedova; alcuni asserivano vedova... degli amori di un ex-re, fanatico e superstizioso; ma essa ormai non misurava, n contava pi le cadute, neppur quelle dal trono.
Era una giovane appariscente, giovane di seconda giovent, verso quel poetico e ardente occaso dei trent'anni; aveva i capelli quasi biondi, la bocca rosea, la statura alta, le idee molto basse, la testa leggera e le forme squisite.
L'avvocato Avelloni, in cui un seguace del Gall avrebbe scorto il bernoccolo amatorio molto rilevato, ci s'era incaponito, visitava la vedova in casa sua; le mandava fiori e scatole di dolci, nelle quali, tra le pralines e le lingue di gatto, la ex-vedova dell'ex-re rinveniva, senza offendersene, un braccialetto, uno spillo, un anello.
E l'andava a corteggiare anche in casa le Micaelli, dove, come sa il lettore, capitavano tutte le donnine un po' tarate, purch ricche o agiate e molto belle; e vi capitavano talora, senza trovarsi smarrite, certe donnine molto aristocratiche, tirate l di sicuro da serii motivi.
Gli uomini che sfarfalleggiavano attorno a queste sirene, alcune delle quali aveano sostenute lunghe e tempestose navigazioni (e Dio sa in quanti mari), erano tutti uomini ricchi, alcuni intelligenti, tutti conosciutissimi; il fiore della societ forestiera, di passaggio o domiciliati in Milano, e i pi allegri epicurei, i pi sollazzevoli signori dell'alta nobilt milanese.
Il silenzio del principe avea raffermato l'avvocato nelle sue convinzioni.
Se l'amorosa relazione del principe con la contessa Usupow non fosse stata vera, egli l'avrebbe subito recisamente negata. Invece avea titubato, n gli era bastato l'animo di dare alcuna risposta.
Accettiamo la confessione come gi fatta, pens l'avvocato fra s. Forse  questo il partito pi opportuno.
E, dopo una breve riflessione, continu:
Lei, principe, ha avuto con la contessa Vera alcuni colloquii... assai prolungati... in casa le Micaelli. Questo l'ho osservato io, lo hanno osservato molti altri.... Alla contessa non  mai dispiaciuto, insisteva l'avvocato, di intrattenersi con lei.
Il principe non batteva palpebra.
Insomma, ripigli l'avvocato che non si dava per vinto, e con un certo fare sguaiatello, tutti sanno che lei fu il miglior amico della contessa... dopo il marito!
L'avvocato Avelloni guardava il soffitto come se vi cercasse un'idea, o aspettasse una risposta.
Or bene, continu, vedendo che la risposta non veniva, lei da qualche tempo ha concepito una forte passione per la signorina Zumarra.... Lei ha, in casa Micaelli, mostrato a questa giovane artista una deferenza, che agli occhi della contessa dovea sembrare esagerata.... Lei ha trascurato da qualche tempo quella signora.... Forse ha avuto con essa qualche diverbio, una scena violenta di gelosia....
Il principe si turbava.
Quell'uomo avvezzo a leggere nel pi intimo del cuore umano, avea indovinato la storia di lui.
Ho capito finalmente! disse l'avvocato traendo un gran respiro. Lei sospetta oggi che la gelosia abbia spinto la contessa Usupow a questo atto infame!...
Interpret il persistente silenzio del principe come un assentimento e ruppe di nuovo in queste parole:
 impossibile!... impossibile!... le dico... una donna come la contessa Usupow sarebbe stata capace di uccidere la sua rivale... non di una vilt.
Lasciamo stare per ora questo argomento, rispose il principe con freddezza, con un sorriso di incredulit. A un'altra cosa dobbiamo pensare.... La polizia trov, perquisendo la casa della signorina Zumarra, una fotografia... che si crede esser quella del misterioso assassino di via Fiori Scuri.
L'avvocato scatt sulla sedia.
Debbo farle un'altra osservazione, disse il principe. Se il delegato Arganti non ha scritto e portato in casa mia questa lettera, chi ne sar l'autore?
Mentre l'avvocato stava per rispondere fu bussato alla porta dello studio.
Avanti! disse l'avvocato.
Si fece innanzi un giovane, porgendo all'avvocato un biglietto. L'avvocato lesse:
W. J. Welton, commerciante di Cardiff.
Chi , chiese l'avvocato.
Un signore alto, grasso, con grandi basette rosse... par un inglese.
Fatelo accomodare... che aspetti un momento.
...
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...
CAPITOLO 19.
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Il principe dieci minuti dopo si accomiatava dall'avvocato.
Quando fu nella stanza accanto a quella dove l'avvocato l'aveva ricevuto, s'imbatt nell'inglese che gli ficc subito gli occhi addosso.
Si meravigli non poco di quella strana guardatura, ma occupato com'era da tanti e s gravi pensieri, pass oltre. Lo premeva il desiderio di recarsi al suo palazzo, di cercare chi avesse potuto entrarvi cos di nascosto, lasciando sul tavolino del suo salotto la lettera, che raccontava come i fratelli Foggo fossero di notte andati nel giardino della contessa Usupow.
L'autore della lettera sapremo pi tardi chi fosse; la lettera era stata scritta da una mano maestra: il carattere del delegato Arganti era stupendamente contraffatto.
Il fatto esposto era vero, come in parte sa il lettore, ma non compiutamente vero.
Abbiamo gi raccontato che una mattina nel Circo, Domenico Arganti, andato a attinger notizie, e sobbillare gli artisti per cavarne qualche cosa, che gli approdasse nelle sue ricerche, avea udito spiccatamente un colloquio tra Pietro e Teodoro Foggo.
Pietro dava in minaccie, se la Zumarra non fosse subito scarcerata.
Teodoro, che conosceva l'indole del fratello, deliber tra s di tenerlo d'occhio perch non facesse qualche grossa scappata, che lo compromettesse senza rimedio.
E cos alla lontana, quasi non parendo suo fatto, prese a invigilarlo: lo pedinava accortamente, e, per tutto dove andava, Pietro vide a ogni ora della giornata capitar poco appresso il fratello.
La sera verso le undici, dopo che erano stati circa due ore in un'osteria, seduti l'uno di contro all'altro, tracannando bicchieri di vino, Pietro, che pur bevendo si era tenuto serio e pensoso per tutta la sera, disse:
Sai, Teodoro... io stasera non ho voglia di dormire.... Non ho idea di tornare a casa... e far giorno in qualche caff, o passeggiando per Milano....
I due fratelli non si separavano mai.
Teodoro, che gi indovinava un poco quello che l'altro mulinava, subito rispose:
Fa' tu, ch non voleva contraddirlo, ma io avrei desiderato che tu tornassi a casa con me....
Eh... che vuoi?... replico Pietro, il quale si sforzava darsi sembiante di spensierato, stasera sono in umore di buttarmi proprio all'innamorato....
E trasse un sospiro.
Innamorato? esclam Teodoro, che non ne credeva una iota, e puntellando i gomiti sulla tavola, sporse innanzi il suo visetto appuntato, la sua testina schiacciata, quasi fosse una testa di serpente, e che formava un s strano contrasto con le sue spalle quadrate, da Ercole, con la sua persona asciutta ma ben tarchiata.
S, ho veduto stamattina a una finestrina di una casetta nel Corso Garibaldi una maschiotta....
Dunque?
Voglio andare a passeggiare sotto la finestra...
A quest'ora?
E a zufolarle:
Affacciati alla finestra, se ci sei,
E dammi un bicchier d'acqua, se ce l'hai!...
E il ginnastieo cantarellava quell'arietta facendo il tamburino con le dita sul marmo della tavola.
Basta... con gl'innamorati non si ragiona! esclam Teodoro, che faceva viso d'averla bevuta. Io ti lascio... perch casco dal sonno.... Addio, Pietro!
Addio, Teodoro!
E i due bravi e fortissimi uomini, che si volevano bene l'uno all'altro come difficilmente potrebbe idearsi, si strinsero la mano.
Poi Pietro si mise a guardar Teodoro, che moveva il passo verso la porta.
Una lacrima gli spunt fra le palpebre.
Teodoro in quell'istante volgeva le spalle a Pietro e avea anch'esso gli occhi umidi.
Era la prima volta che il fratello gli diceva una menzogna.
Addio!... dunque!... disse Pietro di nuovo.
Teodoro volse la testa.
Addio! ripet, agitando la mano, e in un attimo fu fuori dell'osteria.
Vide a poca distanza un portone aperto, che metteva in un andito buio. Entr, si appost nell'ombra: di l scorgeva benissimo la vetrata dell'osteria, coperta di tendine rosse, e che il riflesso de' lumi facea apparir tutta rossa nella oscurit della strada; e vedeva il lanternino appeso sopra la vetrata, che riluceva come una piccola stella.
Di qui, pensava, Pietro non pu sfuggirmi: mi dar nell'occhio appena esce dall'osteria.
La porta dell'osteria si apriva e chiudeva a ogni momento: chi andava, chi veniva, ma Teodoro era sicuro di riconoscere il fratello all'altezza della statura, al passo, agli abiti, a tutto.
Infatti, passata circa mezz'ora, Pietro comparve nella strada.
Guard a destra e a sinistra come se cercasse qualcuno, poi prese a destra e si mise per una stradetta assai appartata, che faceva capo ad una delle principali vie di Milano.
Teodoro era subito balzato fuori della porta e adagio adagio, tenendosi pi lontano che poteva, si era dato a pedinarlo. Stava sempre col batticuore di poterlo perdere di veduta allo svolto di una cantonata, e questo appunto gli accadde a un tratto.
Era tanta l'affezione, che regnava tra quei due uomini, che Teodoro rimase sgomento come una madre che avesse smarrito il figliuolo tra un'immensa calca, in una grande citt a lei sconosciuta.
E Teodoro stava pi in pena, poich s'era accorto che Pietro avea mentito con lui e pigliava una stradatutt'opposta a quella che avrebbe dovuto tenere se disegnava, come aveva detto, d'andar nel Corso Garibaldi.
Il povero ginnastico si mise a girare alla disperata, sicuro che alla fine si sarebbe abbattuto nel fratello. Non poteva passar la notte senza saper dove fosse.
E gir un pezzo senza costrutto, sdegnoso e addolorato.
Che Pietro fosse andato a tentare una qualche pazza impresa nell'edificio delle carceri dov'era chiusa la Zumarra?
Era arditissimo, risicato, di una bravura, che Teodoro era convinto non potesse trovar riscontro in alcun uomo vivente; arrivare dalla base al tetto di una casa non riusciva a Pietro difficile. Aveva un'agilit, una forza, che tenean del prodigio.
Ma come avrebbe avuto ardire di tentare, fosse pur di notte, una scalata nelle prigioni?
Per, riflettendo, s'accorse che le strade battute da Pietro lo conduceano altrove che alle prigioni, dalle quali anzi lo allontanavano sempre pi.
Dunque?
E si mettea il cervello a tortura.
Gli baleno un'idea: Dacch Pietro s' mosso di certo per salvar la Zumarra, chi sa non abbia pensato di andar a trovare, a sorprendere a quest'ora qualche persona, che egli crede possa aver tenuto mano in tale affare?
Il primo nome che gli venne alla memoria fu quello della contessa Usupow, ed era naturale. Il nome della vaga seduttrice era stato sulle labbra di tutti in Milano per quelle ventiquattr'ore.
Teodoro avea sentito parlare della vezzosa donnina, del marito di lei, di certe sue avventure, e del luogo dove abitava. Vi s'indirizz subito di fretta, quanto gli era dato, senza eccitare sospetti.
Giunse nella strada ove abitava la contessa. Era una strada quasi sempre deserta, fiancheggiata da giardini e di palazzine. Da poco tempo si trovava in quella strada, e se ne stava acquattato nel vano di una porta, quasi dirimpetto al giardino che circondava il palazzo, ove dimoravano gli Usupow.
Gli parve udire il rumore di un passo da lui conosciuto.
Sporse il capo, e vide strisciar lungo il muro del giardino, a passi lenti, in punta di piedi, suo fratello Pietro.
L'aveva indovinato! pens tra s Teodoro.
Era in sullo scocco della mezzanotte.
La strada, gi di per s remota, si porgeva pi sicura a tentarvi certe imprese, poich, in quella stagione, alcune delle palazzine erano disabitate: i proprietarii, o coloro che le avevano in affitto, viaggiavano, o cercavano aure pi miti in Brianza o presso i laghi.
Di repente, Teodoro vide il fratello Pietro a cavallo sul pinnacolo di un muro. Lo avea ad un tratto perduto di vista, poich era rimasto nell'ombra; quel salto, fatto con tanta rapidit, e senza il piccolo rumore, lo meravigliava. Era un prodigio dell'arte. Pietro pareva rimbalzato lass, come se avesse avuto i muscoli e la pelle di gomma elastica.
Poi scomparve: n Teodoro sent neppur questa volta rumore: si era gettato di l del muro, era caduto, secondo le pi perfette regole, in punta di piedi, e ora certo s'avviava a compiere i suoi disegni.
Va bene! pensava Teodoro. Ora tocca a me!... non voglio lasciarlo solo.....
E si recinse sui lombi con una corda la giacchetta che avea in dosso.
In pochi secondi era salito anch'egli sul muro, ma non dalla stessa parte da cui era salito il fratello; si lasci andar gi e cadde leggero come fosse una piuma.
Pietro gi si arrampicava verso la finestra dalla quale si proponeva entrare nelle stanze della contessa Usupow. Teodoro prese a andar quasi carponi, scansando ad arte ogni cespuglio, ogni arbusto, in cui urtando potesse far rumore.
Pietro era stato un momento inginocchiato sul davanzale della finestra socchiusa, ed era sceso nella stanza: Teodoro aveva veduto un lume, udito un grido, e pi altro.
Allora era salito su un albero e di l, aggrappandosi ad altri rami vicini e fitti gli uni cogli altri, si andava accostando alla finestra dalla quale era entrato il fratello, ansioso di stare alle vedette, di poterlo soccorrere, se egli si trovasse in qualche frangente.
Pietro Foggo, venuto in sospetto, si era buttato nel giardino per saper chi fosse l'uomo, il quale s'arrampicava agli alberi cos vicino alla finestra, e rimaneva sbigottito non trovando pi nessuno.
Teodoro, ratto come il lampo, si era calato dall'albero, avea saltato il muro e si era di nuovo nascosto nella strada.
Pietro rifrust tutto il giardino, poich non poteva persuadersi che costui fosse scomparso: e quando si fu chiarito che proprio non c'era, guard un'altra volta l'altezza del muro, e tra s esclam:
Ho capito.... doveva esser Teodoro!... Non c' che lui.... dopo me... che possa fare quel salto!
Per varii giorni i due fratelli ogni tanto si proverbiarono di ci che era loro capitato in quella notte.
Un giorno, andati a mangiare alla solita osteria, si erano messi a tavola in una retrostanza quasi al buio.
Si credevano soli.
E davano l'aire allo scilinguagnolo.
Di tratto in tratto ricordavano il giardino, la finestra, la contessa, le parole scambiate con lei.
T'assicuro, diceva Pietro al fratello, che mi c' voluto del buono a tenermi a dovere.... era tanto bella....
Poi tutti e due alludevano a una conversazione avuta con la contessa dopo quella notte.
Dunque  stata nel Circo anche lei? domandava Teodoro.
Di certo, ribatteva l'altro.  sorellastra di Sergio Dimitri... di quel portentoso Alfambikow che saltava quindici cerchi, che a Vienna ha accompagnato diverse volte l'imperatrice, che  una grande amazzone, nelle sue passeggiate a cavallo.... Ti ricordi tu dell'Alfambikow?... Una volta siamo stati con lui a Lisbona.
Me ne ricordo.... me ne ricordo.... Ricordo i suoi brillanti, i finimenti d'oro del suo cavallo Sole, la bardatura screziata di pietre preziose, che si dicevan regali di una dama della Corte di Pietroburgo.... Mi ricordo anche l'aria di mistero che aveva quell'uomo e la sua immensa bravura....
La sua sorellastra, che  oggi contessa Usupow, all'et di quindici anni lavorava nel Circo col fratello.... In dieci anni  molto cambiata.... ha mutato anche il colore dei capelli.... ma io l'ho riconosciuta....
Ecco perch veniva ogni sera alla nostra rappresentazione e ci si appassionava tanto....
Ti sovvieni che Sergio Dimitri fu assassinato.... qui in Milano....
Gi....
E non si  mai saputo da chi....
Stava in casa di quella Carlotta Delber....
Ah, ah! disse Teodoro.
E continuarono a confabulare fra loro.
Alla fine si alzarono e se n'andarono.
Poco dopo un uomo si rizzava, dietro ad una tavola, su di una panca sulla quale era fin allora rimasto disteso, nel punto pi oscuro di quel bugigattolo.
...
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CAPITOLO 20.
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L'uomo che si alzava cos a tempo di sulla panca, era Lucertolo, il quale, capitato nell'osteria dove sapeva bazzicare i due acrobati, s'era nascosto a quel modo, per udir bene tutto ci che dicessero, facendo vista di dormire nel caso che fosse scoperto.
Lucertolo non avea avuto posa da vari giorni: aveva corsa tutta Milano raccogliendo notizie, indizii; sapeva tutte le chiacchiere che si facevano sulla contessa Usupow, e sull'arresto della Figlia dell'Aria, sugl'intrighi e amori delle donne, il cui nome doveva esser pronunziato in quello strano processo.
Ma Lucertolo non aveva capito bene il colloquio dell'osteria.
I due fratelli Foggo erano americani, parlavano l'italiano come Dio vuole, e spesso s'esprimevano tra loro in un gergo quasi incomprensibile ad altri.
Il vecchio poliziotto credeva dunque aver udito che i due ginnastici fossero tutti e due la notte saliti in casa della contessa Usupow e avesser discorso con lei.
Per si rammentava bene di certe circostanze.
Io credo, aveva detto Pietro Foggo a Teodoro, che non  quella signora che ha messa la lettera alla posta, e ha mandato la Zumarra a pigliarla....
Credi? domando Teodoro.
S.... mi pare che sia troppo franca.... che neghi troppo recisamente.... E poi non ha fisonomia da donna capace di un simile tranello....
Caro Pietro, replicava l'altro acrobata, il pi provetto, le donne non mostrano mai nella fisonomia quello che vogliono e quello che pensano.... anzi, in generale, la loro fisonomia esprime sempre tutto il contrario!... Vedi, per esempio, con che fisonomia ilare si andavano sempre incontro la Zumarra e la Cofanello.... Eppure sai che in segreto.... non si volevano un gran bene.... Tu, Pietro, gi hai sempre avuto il capo alle donne....
Infatti Pietro era il bello della brigata: svelto, elegante; mentre Teodoro era pi rozzo, pi addurato nelle fatiche, sempre vestito di panni pi dimessi: uomo che non aveva altro orizzonte che il Circo, n vagheggiava di mirarne uno diverso.
Ah!... quella contessa Vera  una gran bella creatura! sospirava Pietro, e io me la sono lasciata sfuggire.... Colpa tua, e ammiccava Teodoro. Se tu non venivi l'altra notte a sfrascare fra gli alberi del giardino.... Buona idea! O che mi hai preso addirittura per un ragazzo, che se una sera non torno a casa tu debba andarmi cercando, come se ci fosse pericolo che cascassi nei pozzi, o rimanessi sotto le carrozze?
Teodoro taceva.
Sei un ingrato! disse sorridendo dopo pochi istanti.
Lucertolo si era intanto mandato alla memoria il nome della Cofanello.
Se, aveva subito pensato, tra le due ragazze covava un certo rancore.... chi sa....
E al vecchio poliziotto pareva di veder balenare dinanzi a s uno di quei lampi che all'uomo esercitato nella professione servono di guida sicura per andar oltre nelle strade pi oscure e meno agiate alla ricerca di un delitto.
Alzatosi, Lucertolo chiese all'oste il conto: e il forestiero, il quale veniva nell'osteria soltanto da pochi giorni, pagava cos bene, che l'oste ed il garzone l'accompagnarono sino alla porta profondendosi nelle pi smaccate reverenze.
Dove andava Lucertolo uscendo dall'osteria?
A noi basti il dire per ora che il principe Crovelli, tornato a casa, aveva interrogato i servitori se avessero udito qualche rumore la notte nel suo appartamento, ansioso di sapere chi vi poteva aver portato e lasciato la lettera.
I servitori, sebbene interrogati con ogni accortezza, non risposero nulla che valesse a infonder nel principe una certezza qualsiasi.
Essi non avevano udito alcun rumore; ci significava che la persona la quale a ora inoltrata aveva osato entrar negli appartamenti del principe, era sicura di s e non temeva sorprese.
Chi era?
Il principe sempre pi perplesso volle andare a domandarne al delegato Arganti. Forse egli poteva avere perduto la chiave della porticina del giardino o avere svelato ad altri il segreto del ritrovo convenuto.
Il delegato alle prime parole del principe strabili.
Guard la lettera: il suo carattere vi era perfettamente imitato. Egli stesso avrebbe potuto giurare di avere scritto certe parole se gli fossero state mostrate staccate: il contenuto della lettera gli rivelava l'impostura.
Ma chi poteva essere, egli pure pensava, la persona cos arrischiata da sfidar tanti pericoli, unicamente per dare prova del suo sangue freddo, della sua bravura?
Era vero o no che i fratelli Foggo si fossero di notte recati nel giardino della contessa?
Si trattava di una rivelazione o di una nuova insidia tesa loro per riavviluppare sempre pi le fila del processo, gi tanto intricate?
Se il fatto era vero, chi poteva aver interesse a portarlo a notizie del principe, nascondendosi?
Ci era forse tra i suoi servitori qualcuno che lo tradiva? che si era lasciato comprare?
Ma come? Perch? E al principe come al delegato non riusciva ad appurar lo scopo di quell'atto: cio del lume acceso nella stanza del principe e della lettera lasciata accanto al lume.
La contraffazione del mio carattere  stupenda, diceva, quasi ammirato, il delegato Arganti guardando la lettera.
E poi soggiungeva, dopo breve riflessione:
O  opera di un consumato malfattore, o.... di un impiegato della polizia che mi conosce.... Del resto, ella, principe, pu vedere quanto nei processi sia fallace la prova calligrafica.... Chi non direbbe questa lettera scritta da me?... Se i due fratelli Foggo sono andati di notte nel giardino della contessa Usupow, se si sono arrampicati nelle sue stanze.... lo sapremo.... Una donna, di nome Teresa, che avevo qui in casa, si  fatta accettare da due giorni nel Circo.... essa comparir come regina d'una trib di barbari in una pantomima....  una donna di forme colossali.... astuta; gi si  fatta amica dei due acrobati e sapr presto i loro segreti....
Va bene! disse il principe tutto assorto nelle sue idee.
C' un uomo ardito per che da qualche giorno si burla di tutti noi.... e dobbiamo scoprirlo.... Ecco la mistificazione di cui  stata vittima ieri la polizia di Milano nel suo stesso ufficio.... A lei la racconto.... scongiurandola del segreto.
E il delegato raccont al principe un fatto veramente strano e crediamo, nuovo negli annali della polizia.
Il delegato Arganti era andato in un sobborgo a fare alcune ricerche.
Si sapeva che egli sarebbe stato assente almeno per alcune ore della giornata.
E infatti sino alla sera non era andato negli uffici della questura.
Ma qual fu la sua meraviglia, trovando nella sua stanza molti oggetti mossi dal loro posto, aperto un cassetto dove egli teneva vari fogli con appunti, documenti concernenti il processo della lettera minatoria?
Cominci a farne scalpore; quale dei colleghi era entrato nella sua stanza o chi vi avevano lasciato entrare?
Per tutti sulle prime gli risero in faccia. Egli insisteva nei suoi rabbuffi, si scalmanava, accusava a vanvera questi e quelli.... Allora uno dei delegati pi anziani prese la parola.
Signor Domenico, egli disse, lei  addirittura uscito di cervello.... il da fare che si d pel processo della Zumarra lo ha gi ridotto sulle cinghie.... O non si rammenta che  stato in ufficio oggi dopo le due.... e si  trattenuto oltre mezz'ora nella sua stanza?
Io?
S, lei.... lei.... ripeterono altri. Lo abbiamo veduto tutti!
Il delegato Arganti non si poteva raccapezzare.
Egli era sicuro di non aver messo i piedi nell'ufficio in tutta la giornata; di certo i suoi colleghi volevano pigliarsi spasso di lui.
Non pot pi credere a una burla; le guardie, i semplici agenti testificavano di averlo veduto.
Egli riflett un istante: quindi domand:
Sentiamo: com'ero vestito?
Come adesso, tutto di nero.
Avete ragione, rispose allora, sono stato qui io.... verso le due.... ma dal disordine in cui trovo la stanza debbo presumere che ci sia stato qualcun altro dopo di me....
Nessuno, nessuno.... E poi non aveva lei la chiave?
Avevo la chiave.... e avevo lasciato la stanza chiusa....
Dunque?
Sara un'ubbia.... Basta, mandiamola a monte....
Il delegato torn nella sua stanza e si dette a pensare.
Qualcuno che lo somigliava o che sapeva a meraviglia contraffare il suo aspetto, era stato negli uffici della questura mentre egli era assente.
Chi poteva essere l'uomo s ardito che si valeva di chiave falsa per aprir la stanza di un delegato, e imprendeva a far le sue gesta proprio l in quel luogo, che inspira un salutare terrore ai pi indurati e pervicaci delinquenti?
Dopo aver raccontato tali cose al principe, il delegato soggiungeva:
Non c' dubbio: il temerario che  entrato nella mia stanza, che ha saputo mistificare tutta la polizia di Milano,  lo stesso che  entrato di notte in casa di lei, dove ha lasciato la lettera su una tavola, dopo avere acceso il lume.... O Milano ha ora tra le sue mura uno dei pi famosi, dei pi esperti delinquenti d'Europa, o un uomo di genio nella nostra professione che ne sa pi di tutte le polizie! Ad ogni modo io sono ansioso di imbattermi con lui.... E lo trover!...
Il delegato Arganti era ben lontano dal supporre che egli si preparava a cimentarsi contro suo padre!
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CAPITOLO 21.
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Abbiamo lasciato Lucertolo in una delle sale, dove di consueto aspettavano i clienti dell'avvocato Avelloni, quando l'illustre giureconsulto era occupato.
Andato via il principe, l'avvocato volle rimaner solo alcuni istanti.
Epilogava tra s tutto quello che aveva udito allora allora.
Singolare processo!... mormorava di tanto in tanto. Chi potr far su di esso tutta la luce?.. Io credo, nessuno.... La ragazza sar assolta.... forse.... ma molte cose rimarranno sempre un mistero!
Prese la penna, tir gi alcune note su un foglio di carta. Poi torn a meditare. Finalmente si ricord che qualcuno l'aspettava. Guard di nuovo il biglietto di visita che aveva sempre dinanzi e lesse: W. J. Welton, commerciante di Cardiff.
Che vorra da me quest'inglese? pens.
E data una strappata al campanello, disse al giovinotto accorso subito a ricevere i suoi ordini:
Fate passare quel signore!
Di l a un istante, ecco che Lucertolo entrava nello studio dell'avvocato.
Appena sulla soglia della porta, strisci una bella riverenza, poi si fece innanzi camminando quasi in punta di piedi.
Vestiva un abito nero che aveva press'a poco la forma di una giubba lunga, molto attillato e tutto abbottonato; pantaloni gialli di nanchina stretti alle gambe, piuttosto corti sul dinanzi del piede, dove lasciavano scoperte le calze bianche, le scarpette di pelle lustra. Portava grossi occhiali turchini legati in oro; e co' suoi basettoni rossi, la persona che avea piuttosto del maestoso, i gesti cerimoniosi, la esagerata compostezza di ogni atteggiamento, acquistava davvero il sembiante del personaggio che si studiava imitare: un grosso mercante inglese pieno di quattrini e di bonomia: con quella politezza soverchia con la quale gli uomini denarosi sogliono confondere, abbagliare i pi pusilli.
Signor avvocato! disse il finto inglese con lieve accento forestiero, mi rincresce disturbarla! Ma un affare di grandissima premura!... Il suo nome, tanto conosciuto....
Il celebre avvocato, abituato a quelle filastrocche di complimenti, e nauseato dalle ripetizioni che ne doveva subire, quasi ogni giorno, faceva cenno al cliente che entrasse in materia.
Prima di tutto sieda... disse l'avvocato. E mi parli quindi subito del suo affare.... Altri clienti mi aspettano... Senta...
In quel momento fu data una grande scampanellata.... 
Io sono venuto, continu Lucertolo, a chiedere il parere di un illustre criminalista come lei, su un fatto accaduto nel mio paese.... Si tratta di una terribile vendetta tra donne, che ha compromesso varie famiglie....
L'avvocato Avelloni inarcava le ciglia.
Bench in quel momento fosse bussato alla porta dello studio, l'avvocato non dava alcuna risposta.
Era assorto nel guardare il bizzarro personaggio che gli sedeva dirimpetto, meravigliato dalla coincidenza per la quale costui veniva a parlargli d'un fatto quasi analogo a quello di cui si occupava, poich egli gi vedeva nel processo della Zumarra la mano di una donna intrigante, vendicativa, gelosa.
Signor avvocato!... signor avvocato!... gridava il giovane di studio, bussando sempre alla porta.
L'avvocato si scosse.
Chi ? domand. Avanti!
C' una signora....
Dille che aspetti....
Insiste per parlarle subito....  turbatissima....
Fra pochi minuti....
 la contessa Usupow!...
A quel nome l'avvocato si alz di scatto, e anche Lucertolo involontariamente fece un balzo sulla sedia.
A un cenno dell'avvocato Avelloni, il giovane di studio spalanc la porta, e la contessa Vera Usupow, tutta vestita di nero, bella di un dilicato pallore, con gli occhi rossi di pianto, tremando, entr impetuosamente nella stanza, e appena ebbe fatto alcuni passi non si accorgendo della presenza di un'altra persona, credendo parlare soltanto all'avvocato, grid con voce affannosa:
Signore.... signore.... venite subito con me....  indispensabile che veniate.... Mio marito  stato avvelenato!
Eh?
Eh? esclamarono a un tratto, e con lo stesso accento di stupore l'avvocato e Lucertolo.
Tutti e due lanciavano alla signora, in quel momento, occhiate che avevano una ben strana espressione.
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CAPITOLO 22.
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Lucertolo, al vedersi comparir innanzi la contessa Usupow, che cercava da tanti giorni, a udire dalle labbra di lei un fatto cos atroce e inaspettato, non aveva saputo contenersi e avea dato in un'esclamazione di stupore.
L'avvocato Avelloni, non ostante la commozione a cui era in preda, aveva notato l'esclamazione del suo cliente e il gesto con cui l'aveva accompagnato.
E si era subito rivolto verso di lui.
Ma Lucertolo non era uomo da lasciarsi s facilmente sorprendere.
Signor avvocato, mormor, torner a parlarle del mio affare un'altra volta.
L'avvocato gli fece cenno che si allontanasse pure, mentre egli si accostava alla contessa, la invitava a sedersi ed a quietarsi.
La contessa si butt su una poltrona. Alz il velo e guard in viso l'avvocato che stava dinanzi a lei e la fissava.
I begli occhi della contessa erano bagnati di lacrime: le guancie pallidissime: e il nero delle vesti faceva spiccar quel pallore in modo gentile. Lucertolo, sempre camminando in punta di piedi com'era venuto, s'era mosso verso la porta, non volendo aver sembiante di curioso, o d'importuno, e prima di passare la soglia si volt indietro e strisci un'altra profonda riverenza.
Lasci l'uscio socchiuso, e quando fu nell'altro salotto, si ferm come per acconciarsi, ravviarsi la barba e i capelli, poi fece mostra di infilarsi la cappa leggera, che prese di sopra una sedia dove l'aveva posta poc'anzi.
E non si allontanava dall'uscio socchiuso: anzi cominci a guardare i libri che erano ammucchiati l presso in uno scaffaletto.
Faceva qualche passo pi in l, ma di tratto in tratto si  avvicinava all'uscio, obbedendo al suo irrefrenabile istinto di poliziotto. Si aspettava di prendere a frullo una parola, di saper qualche cosa che potesse giovargli, senza eccitare sospetti. Intanto diremo al lettore quello che era accaduto in casa Usupow.
Il conte era tornato quel giorno a casa nelle ore pomeridiane, dopo aver fatto per Milano una corta passeggiata.
Un quarto d'ora dopo esser tornato, il conte chiam il suo cameriere.
Costui accorse, lo trov mezzo steso su un sof, le vesti discinte, gli occhi semichiusi, la persona tutta abbandonata.
Un medico!... un medico!... disse con voce languidail conte, soffoco!
Il servitore spaventato usc, e corse difilato a chiamare un giovane medico, che abitava nella stessa strada.
Allorch il servitore tornava col medico s'imbatterono nel cortile del palazzo con la contessa Usupow, che scendeva dal suo coup.
Dal volto esterrefatto del servitore, dalla presenza del medico, la contessa cap subito che dovea esser accaduta una disgrazia.
Che c', Roberto? che c'... domand subito la contessa al servitore.
Il giovanotto rimase un istante perplesso; ma vide tale impazienza lampeggiare nel volto della signora, che incontanente soggiunse:
Il padrone... il padrone!... Sta male!... Bisogna non perder tempo!...
E, senza che egli dicesse altro, tutti e tre si misero per la scala.
La contessa entr la prima in camera del marito. E gett un acutissimo strido.
Il marito si era alzato dal sof facendo un supremo sforzo, e avea fatto alcuni passi per la camera, cercando forse di un qualche oggetto. Era caduto rovescio sul pavimento e si trovava in uno stato di disordine ignominioso.
La contessa corse subito verso di lui; gli s'inginocchi accanto; lo chiam per nome; il conte rispose con un rantolo. Allora, indirizzandosi al dottore, con le mani tra' capelli, gli occhi stralunati, in atteggiamento di disperata, ella esclam:
Dottore... dottore!... salvatelo!...
Il giovane medico non aveva bisogno di parole e gi si era apprestato a porgere all'infermo le prime cure dell'arte sua.
A un tratto dopo un lungo esame, che il dottore avea due o tre volte interrotto, e ricominciato, come se dubitasse di ci che vedeva, alz il capo e disse:
 un caso gravissimo.... Il conte  avvelenato.... E gli  stato somministrato un fortissimo veleno!
Mi fate inorridire! disse la contessa, che aiutava il dottore e il servitore a adagiare di nuovo il marito sul sof. Chi pu averlo avvelenato?
Il medico e il servitore dettero alla contessa uno sguardo, che non le fu difficile interpretare.
Costoro nutrivano un sospetto... un sospetto verso di lei.
La contessa fu per divenir pazza dall'angoscia.
N il medico, n il servitore aveano dato altra risposta che i loro sguardi.
Lo stato del conte peggiorava. Nella camera regnava un lugubre silenzio: il medico di tanto in tanto chiedeva una cosa o l'altra, che gli era subito fornita. La contessa occupata da' pi terribili pensieri, a ogni breve tratto faceva al medico qualche domanda.
Una volta il medico rispose:
Il caso  tale che io non posso rimaner pi qui, senza aver l'aiuto, il consiglio di un mio collega, e senza avvertire l'autorit del delitto... poich qui abbiamo un vero e proprio delitto.... La immediata denunzia sin che il conte vive, sin che possa esser raccolta dal suo labbro una qualche parola,  un dovere della mia professione.... Indugiando, rischierei di compromettermi, di trovarmi coinvolto in un processo criminale.
La contessa rabbrivid.
No, ella disse, no... voi non dovete uscire di qui... non dovete fare alcuna denunzia... manderemo Roberto a cercare di un altro medico....
Ma in due avremo doppiamente il dovere di denunziare il delitto.... Pensi, contessa, alla grave responsabilit che lei incorre, con l'impedirmi di fare quello che  mio obbligo di fare....
Per un istante ci fu un nuovo silenzio.
Il dottore si era seduto a un tavolino e scriveva:
Baster, disse parlando alla contessa, che io mandi ad avvisare la polizia....
Vi dico di no! rispose la contessa Vera che teneva tra le mani la testa del marito e lo guardava tutta assorta, mentre grosse lagrime le cadevano gi per le guancie.
La contessa contemplava la fisonomia simpatica, intelligente, ora tanto abbattuta dell'uomo che le era stato per tanti anni compagno, che, senza gran fuoco di passione, aveva nutrito sempre per lei un rispetto profondo, una benevolenza squisita.
Il conte non aveva mai avuto un sospetto su di essa, nutriva verso di lei una grande stima, come  proprio de' cuori generosi, l'avrebbe difesa in ogni frangente, avrebbe dato per lei i beni, la vita, sebbene non ostentasse il suo affetto e non la circondasse di un'ammirazione assidua e clamorosa.
Ma quasi a ogni istante, per tutti gli anni in cui erano stati insieme, ella avea sentito gli effetti delle delicate cure di lui e avea, nella dolcezza del carattere, nella affabilit, nella cortesia incomparabile dello sposo, trovato i gaudii morali che abbelliscono l'esistenza d'una donna.
E in quel momento pensava che c'era chi avrebbe potuto forse accusarla d'aver propinato il veleno a quell'uomo! Oh! s'egli avesse potuto immaginare che le si scagliasse una tale accusa, i tormenti che gi subiva ne sarebbero stati centuplicati.
E rifletteva che era lei con le sue avventatezze, con la vita spensierata che avea menato, era lei che dava agli altri un certo argomento, una certa autorit di accusarla.
Potr essere spensierata, leggera, disse tra s la bella e addolorata donnina, ma cattiva... cattiva poi sino a commettere un atroce delitto... no... no....
Chi poteva aiutarla? A chi poteva fidarsi?
Sapeva non poter pi ricorrere al principe dopo la scena accaduta fra loro.
E cercava... cercava un amico.
Alla fine le sovvenne del vecchio, elegante avvocato che tante volte le avea fatta la corte in casa Micaelli e altrove, che le avea susurrato tante parole di una elegante malizia.
Tutti lo dicevano un grand'uomo e un uomo di cuore e nutriva per lei, se n'era accorta, una vivissima simpatia.
Egli mi salver.
Questa fu la conclusione delle riflessioni che avevano tanto angustiato la giovane signora.
Voi, disse al medico, mi aspetterete qui... manderete a chiamare subito un altro medico... ma non darete alcun avviso alla polizia.
Il medico esitava.
Io esco... fra un quarto d'ora sar tornata.... Datemi la vostra parola d'onore che non farete altro che quello che io vi dico.
Il giovane medico era turbato: entrava sempre pi nel suo animo la convinzione che ella fosse colpevole.
Io vado a cercare, diceva la contessa con precipitazione, l'avvocato Tommaso Avelloni.
Mio zio!... balbetto il medico.
Oh!... Egli ci potr dare dunque i pi savi consigli. 
La vostra parola?... ripet la contessa.
S, signora, disse il dottore dopo breve pausa.
Ma, rifletteva fra s, il cercare d'un avvocato in questo momento non potrebbe esser un indizio di reit?
La contessa non aveva voluto udir altro: era uscita fuori della camera; aveva sceso le scale.
Nel cortile l'aspettava sempre il cocchiere seduto a cassetta del coup, perch non aveva ricevuto l'ordine di staccare. Con accento brusco, la contessa dette al cocchiere l'indirizzo dell'avvocato Avelloni, e nel cortile rimbomb il rumore delle ruote, rumore che si and estinguendo appena che i cavalli ebbero passata la soglia del portone. I vetri delle finestre tremarono, poi tutto torn in quiete.
Una scena straziante si svolgeva nella camera del malato.
Il medico, avvicinatosegli, sorreggendogli il capo gli domandava:
Signor conte: ha ella nulla da dirmi?...
Il giovane gentiluomo aveva inghiottito un antidoto che il medico aveva mandato a cercare e che Roberto, in meno di due minuti, aveva portato da una vicina farmacia.
Era alquanto sollevato, ma non proferiva se non interrotte parole.
Volgeva gli occhi qua e l, come se cercasse la moglie.
Signor conte! riprese il giovane medico che tentava un esperimento supremo. Ella  avvelenato....
Il malato fece un movimento; la fisonomia esprimeva l'orrore pi profondo.
La salveremo! disse il medico, che non credea gi a quello che diceva. Per era mio dovere avvertirla.... Suppone chi possa aver commesso il delitto?
Il conte si sforzava di parlare, ma non gli riusciva.
Ha sospetti? ha sospetti? insisteva il medico.
Ma il malato agitava le labbra senza poter pronunziar parola.
Allora il medico ebbe un'idea... gli present un foglio di carta, un calamaio, gli mise in mano la penna.
Il conte parve soddisfatto, e subito si dette a scrivere.
La mano gli tremava, per due volte la penna gli cadde sulla carta, e il medico dov raccoglierla e gliela porse di nuovo.
Alla fine il conte fece atto di scrivere.
E che cosa scrisse?
Il medico aguzzava gli occhi per ben vedere quei caratteri confusi, informi, inintelligibili.
Allorch il conte ebbe cessato di scrivere e lasci cadere la testa su un guanciale, quasi egli fosse del tutto spossato, il medico prese in mano il foglio e lesse, sebbene a stento, queste parole, malissimo tracciate: Dov' mia moglie?
Era questa dunque, pensava il medico, la risposta alle sue domande? E tali domande non avevano in lui risvegliata altra idea che quella della moglie? La cercava forse per designarla con un gesto, con una parola, in presenza di testimoni, quale autrice del delitto? La moglie si era forse sottratta ad arte dalla presenza di lui, sperando che in breve tempo egli perdesse addirittura la conoscenza e non potesse pi accusarla? O si era allontanata, affranta dai rimorsi, non pi capace di sostenere la vista degli strazi, che ella stessa gli aveva inflitto?
Il medico si butt a sedere sopra una sedia accanto al malato, e stette alcuni minuti con la testa appoggiata tra le mani immerso in penose riflessioni.
Era una calda e splendida giornata: la luce quasi abbagliante entrava nella camera da due ampie finestre, rispondenti su uno de' lati del giardino, che nessuno, in quei momenti di trepidanza, di immensa ansiet, aveva pensato a socchiudere.
Il medico cercava di ricordarsi la fisonomia della contessa, dal momento in cui essa aveva appreso la disgrazia sua, al momento in cui era uscita dalla camera.
Non gli era sembrato scorgervi alcun turbamento; al contrario, l'impronta del dolore vi era sincera.
Perch egli l'aveva dunque sospettata?
E anche Roberto, il servitore, aveva dinotato con certi sguardi che egli pure tenea per colpevole la contessa.
Come mai gi si trovavano in due istintivamente d'accordo per accusarla?
Quella sarebbe stata di certo la prima impressione, che tutti avrebber provato, subito che la notizia fosse divulgata.
E il medico andava oltre nelle sue riflessioni.
Roberto, disse al servitore, tirandolo in un canto, che cosa ha fatto oggi il conte?
Il servitore fedele, che da circa dieci anni non lasciava mai il suo padrone, che lo aveva conosciuto quasi fanciullo, raccont per filo e per segno come il conte aveva passata la giornata.
A che ora la contessa  uscita?
Alle due precise.
E il conte?
 uscito verso le tre ed e subito ritornato a casa.... Si sar trattenuto fuori poco pi di una mezz'ora.
Non sai se fuori di casa si sia incontrato nella contessa?
Chi sa? disse il servitore, stringendosi nelle spalle e con sembiante misterioso. La contessa  uscita in carrozza, il conte a piedi....
Bisogna chiarire questo mistero! disse fra s il dottore, e volt bruscamente le spalle al suo interlocutore.
Il giovane medico andava ora fantasticando che egli avea forse troppo precipitato nell'accusare la contessa, e si cominciava a pentire di quel sentimento forse ingiusto.
Ma una cosa rimaneva ad appurare: se il conte e la contessa si fossero incontrati fuori di casa, e dove si fossero incontrati....
Bisognava sapere, ad ogni modo, dove il conte aveva passata la mezz'ora in cui era stato fuori di casa....
Intanto come sa il lettore, la contessa era arrivata al palazzo dove aveva lo studio l'avvocato Avelloni, e si era presentata al celebre criminalista.
L'avvocato, rimasto solo con lei, le avea fatte varie domande: ma essa rispondeva, prorompendo in singhiozzi, esclamando:
Mio marito  avvelenato... mi accuseranno.... Bisogna che veniate con me.... Mi pare di esser pazza.
Il vecchio elegante, l'uomo di cuore, a veder quella donnina cos bella in tanta disperazione, si sentiva tutto commosso. Anche a lui tremava la voce.
Andiamo!... andiamo! disse, non c' tempo da perdere in questa orribile tragedia!
E per confortarla, strinse fra le braccia la signora, che continuava a singhiozzare, tutta tremante, e le dette un bacio sulla fronte, mormorando:
Coraggio, figliuola! coraggio!
Dio sa ci che costava dare quel nome di figliuola a una s seducente creatura, tutta vezzi, a lui che si piccava di giovinezza, di inspirare passioni; che avea ambito in altri tempi di poterla chiamare con nomi non meno carezzevoli, ma alquanto pi profani.
Pochi minuti dopo, l'avvocato Tommaso Avelloni saliva nel coup della contessa e sedeva accanto a lei.
A casa! disse la contessa al cocchiere.
E il medico, il conte, che ricominciava a soffrire atroci spasimi, il servitore Roberto udirono lo strisciar delle ruote, lo scalpito dei cavalli, quando il coup entr nel cortile.
Ecco la contessa... tornata! disse Roberto.
Il malato, all'improvviso, con meraviglia del medico, si alz, sorreggendosi su un gomito.
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CAPITOLO 23.
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L'avvocato Avelloni e la contessa Vera avevano appena scambiato tre o quattro parole durante il tragitto.
Ci saremo in pochi minuti! aveva detto la contessa appena i cavalli si furon mossi.
Ora siamo quasi arrivati! aveva osservato l'avvocato Avelloni un'altra volta.
La contessa pareva sopraffatta dal dolore. Teneva il fazzoletto alle labbra e singhiozzava.
L'avvocato Avelloni non poteva saziarsi di guardarla.
Ecco, egli pensava, a che pu esser condotta una donna per aver commesso una leggerezza. E sono s pochi quelli che riflettono quanto spesso paghi caro una donna un momento di leggerezza, di abbandono....
Immaginava la costernazione della contessa, i dolori, che dovea aver provato in s breve spazio di tempo, sin da quando, ricevuta la lettera minatoria, si era presentata dal questore.
E d'allora in poi, quante umiliazioni! quante lacrime avea dovuto divorare!
Di che non era accusata da vari giorni quella graziosa donnina per tutta Milano? Ognuno avea qualche cosa da raccontare su di lei. Chi l'avea incontrata in una certa strada, ad una cert'ora, e quindi credeva poterne inferire che essa andava a questo o quel ritrovo, gi combinato; chi l'aveva veduta uscire da una casa nella quale di sicuro era andata per incontrare o l'uno, o l'altro.... E si pronunziavano a caso, con inaudita crudelt, nomi di persone, si citavano date, tutti si scatenavano contro una debole donna. Sono, del resto, le prodezze e gli eroismi del mondo!
Ora l'avvocato prevedeva che alle accuse si sarebbe aggiunta quella che ella avesse propinato il veleno al marito.
Una tale infamia era impossibile, l'avvocato lo sentiva, egli che non aveva creduto un istante neppure alle voci che accusavano la contessa Vera di aver teso un tranello a Jole, alla giovane artista, e di avere scritto da s la lettera minatoria.
Ma come uscire da tale viluppo?
L'Avelloni, mentre stava seduto accanto alla contessa, diceva a s stesso che in quel momento era davvero necessaria tutta la sua energia, e bisognava aguzzare tutta la sua intelligenza.
Ogni atto, ogni parola di lui, dacch avea messo il piede nella casa dove si trovava un moribondo, avrebbe la massima importanza: la giustizia avr il diritto di chiedergliene conto.
Dovea, come accade spesso agli avvocati in certe circostanze, esser pi che un avvocato, un giudice, se non voleva compromettersi. Dovea cercare di scandagliare gli animi, di comprender subito e con chiarezza la verit, e operare secondo il criterio che aveva acquistato.
Un errore, un equivoco, poteva tornargli fatale.
Il suo cuore lo tirava a parteggiare per la contessa; ma se per un'ipotesi, che egli raccapricciava ad ammettere, ella fosse colpevole?
Qual macchia sarebbe rimasta sulla sua fama, fin allora illibatissima, se egli avesse compiuto qualche atto, che potesse esser tenuto come indirizzato a scusar la contessa, a fuorviare la giustizia, a mascherare il delitto?
Gi gli pareva aver commesso un'imprudenza nell'essersi lasciato trascinare fuori dello studio, dagli occhi tanto espressivi di quella bellissima donnina.
E poi, ragionava tra s, se il conte  avvelenato.... se i medici si raffermano in questo parere.... chi di noi pu pensare a indugiar d'un istante nelle denunzie, che  obbligo di fare alle autorit?
Scese dal coup tutto accigliato: per la cortesia, la politezza vincevano in lui l'asprezza, la rigidezza della professione, e ossequioso, aiut la contessa a porre pi a terra.
Vera appoggi una mano sul braccio del celebre criminalista, che rabbrivid al contatto di quella mano asciutta e nervosa.
Salirono la scala sempre taciturni, l'avvocato dando il braccio alla contessa, allorch il rumore d'una carrozza, che pareva avesse seguitato quella in cui essi eran venuti, li fece soffermare.
La carrozza varcava la soglia del portone e si fermava nel cortile, quasi accanto al coup.
Incontanente fu sbatacchiata una delle portiere, e dalla carrozza, di forma antica e a cui erano attaccati due cavalli bolsi, usc un uomo d'aspetto malinconico, alto della persona, con lunga barba bianca.
Era un famoso scienziato che tutta Europa conosce ed ammira anche oggi per le sue peregrine scoperte fisiologiche: era il medico, che il giovane, il quale avea prestato le prime cure al conte, avea mandato a chiamare.
L'avvocato Avelloni lo ebbe subito ravvisato.
Erano provetti amici, colleghi in vari consigli, commissioni; avean trascorso insieme i primi e beati tempi della giovinezza all'Universit.
Professore! disse con sussiego un po' ameno l'avvocato, senza lasciare il braccio della contessa Vera, e agitando la mano sinistra ad un saluto.
La contessa dette all'avvocato uno sguardo, come volesse domandargli chi era il personaggio test arrivato.
L'avvocato comprese e mormor:
 forse il miglior medico di Milano.
Lasciato subito il braccio dell'avvocato, la contessa scese alcuni scalini e movendo incontro all'uomo di scienza:
Signor professore, gli disse, tendendogli la mano, la ringrazio di esser venuto cos.... subito....  orribile quello cheaccade.... Mio marito....
E la contessa non seppe dir altro.
Le lacrime le caddero gi in gran copia, e fu presa da un tremito convulso.
Ma si fece animo.
Andiamo! ripigli con tuono di profonda ambascia. E tutti e tre uniti si avviarono verso la camera del malato.
Il giovane dottore, visto l'illustre maestro, gli corse incontro tutto affannoso, gli strinse la mano, quindi gli disse:
Bisogna che ci parliamo.... Le prego, soggiunse sotto voce, volgendosi all'avvocato e alla contessa, di lasciarci soli per pochi istanti.
Gi il vecchio maestro, dopo aver corrisposto alla stretta di mano del suo scolaro con affetto, aveva volto gli occhi verso il sof sul quale giaceva il malato. Di solito egli restava impassibile durante le pi ardue e penose operazioni, ma in quel momento atteggi la fisonomia ad una spiccata espressione di vero terrore.
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CAPITOLO 24.
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Da circa un anno era stata presa in affitto per una forastiera la villetta posseduta da una celebre ballerina, nella pi bella e amena posizione della Brianza.
Nessuno per vari mesi venne ad occupare la villa, che rimase sempre chiusa.
Molti si domandavano perch i misteriosi inquilini non arrivavano mai.
Finalmente una sera, sul far del crepuscolo, si ferm dinanzi la villa un landau, tirato da due cavalli.
I cavalli, il landau, coperti di polvere indicavano d'aver percorso molte miglia.
Una signora sedeva sola in un canto della carrozza, appoggiata a due cuscini di velluto scarlatto con frangie d'oro.
Il volto della signora serbava traccie di una grande bellezza.
La signora scese, e per avviarsi verso la villa si appoggi al braccio di una vecchia d'aspetto fierissimo che le era mossa incontro.
Cominciarono a parlare fra loro.
Il tuono della voce, la fisonomia della signora allora arrivata, esprimevano una malinconia profonda. Sebbene alta di statura e di complessione robusta, essa andava alquanto ricurva e raccolta in s, oppressa sotto il peso di un grave, incurabile dolore.
Quella signora era Carlotta Delber, che il lettore ha conosciuto nel Prologo del nostro racconto, e non ha pi riveduta; Carlotta Delber, madre della giovane che la notte stessa delle sue nozze col cavallerizzo Alfambikow era stata uccisa da un assassino rimasto sino allora sconosciuto, nella casa in via Fiori Scuri.
Carlotta Delber arrivava giusto a proposito per render sempre pi intricato il nostro dramma.
Essa e la vecchia entrarono nella villa.
Mi piace!... mi piace! disse con fievole voce Carlotta, guardando il magnifico ingresso, il giardino tutto screziato e splendente di fiori, che si stendeva di l del vestibolo, co' suoi grandi alberi, un grazioso chiosco, una fontana, onde scaturiva un altissimo zampillo d'acqua.
La vecchia apr un uscio e guid Carlotta in un salotto, che era quasi accanto all'entrata.
Ma  proprio una reggia! aggiunse Carlotta, sforzandosi di sorridere.
Il salotto era amplissimo, alto, sfogato: le pareti coperte di una stoffa color granato con vaghi rilievi in seta, un po' chiari nel fondo; una filettatura d'oro correva lungo la cimasa del soffitto e sullo zoccolo della parete, che era formato da legni, stupendamente intagliati, di un ricco e severo lavoro.
I sof, le sedie, le tende erano della stessa stoffa delle pareti, con intagli dorati; tre specchi riflettevano la lumiera a quaranta viticci, che pendeva dal soffitto, tutto dipinto a fresco; i vasi del Giappone, le statuette di Sassonia, i gingilli d'oro e d'argento sparsi sulle consolli. Da quattro giardiniere dorate uscivano rare e meravigliose piante del tropico. Vedevi inoltre un pianoforte, un'arpa, una chitarra.
Era stato quello il nido di due amanti, felicissimi nelle prime loro ebbrezze; un uomo giovane, poeta, ricco, pieno d'entusiasmi, questa ricchezza del cuore, aveva fatto costruire, adornare la villa per accogliervi la danzatrice pi celebre che avesse l'Europa. L'aveva rapita alle ammirazioni di monarchi, di moltitudini appassionate, e se n'era andato a viver solo con lei tra i fiori, la ridente quiete degli aperti orizzonti.
Poi l'uragano era piombato sul nido delle due colombe e le aveva disperse, e forse entrambe ferite.
A Carlotta Delber doveva di certo piacere quella dimora, cos fornita d'ogni delizia, e nella quale, ad ogni pi sospinto, s'incontrava una cos vaga disposizione di cose, e preziosi oggetti rivelanti le premure, gli affettuosi pensieri d'un innamorato.
La villa era stata abbandonata ad un tratto da coloro che l'abitavano, dopo una repentina catastrofe. E probabilmente ne dovevano esser partiti insieme, all'improvviso, i padroni e i domestici.
Nessuno aveva potuto o voluto dar mano a rimetterla in ordine; tutto era rimasto sottosopra, e la vecchia, arrivata soltanto poche ore prima della sua signora, aveva appena dato una spolverata generale, e molto alla lesta.
In un angolo del salotto si vedevano tuttora due poltrone, l'una s vicina all'altra, che non era difficile indovinare come vi si fosser seduti due innamorati, tanto pi che su una delle poltrone era rimasto sempre un fazzolettino da donna.
Carlotta lo raccolse e lo guard.
Parve le si risvegliassero nella mente idee molto tristi. 
Nella stanza accanto vi erano pure due poltrone molto accosto; le due persone che avevano per tanto tempo abitato la casa, di certo non sapeano star volentieri l'una lontano dall'altra.
Per qual ragione si eran d'un subito separati cos bruscamente?
Carlotta era molto spossata pel lungo viaggio. E si ferm nella seconda stanza, non volendo andare pi in l.
Speriamo, disse mentre sedeva, che trover qui un po' di pace.... o meglio un po' di raccoglimento. Giacch per me non ci  pi pace nel mondo.... E speriamo che potr presto compiere la mia vendetta.... Poi non ho altro desiderio.... morire!
La vecchia la guardava con occhio torvo, sinistro.
Ha avute notizie?
No.... no.... Per ora no.... L'assassino dei due miei poveri figli  rimasto sempre impunito.... e ha saputo sottrarsi a tutte le ricerche.
Le due donne tacquero.
Sembravano tutt'e due assorte in un profondo torpore.
Ma in verit erano in quel momento tutt'e due occupate da fierissimi pensieri.
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CAPITOLO 25.
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Carlotta Delber entrava poco appresso nella sua camera. Ella avea bisogno di un lungo riposo prima di mettersi all'opera per compiere la quale era venuta a Milano.
Dette mano ad aprire alcuni involti. Ad un tratto i suoi occhi si fermarono sulla pagina sgualcita di un giornale, nella quale eran chiusi alcuni minuti oggetti che aveva comprato in viaggio.
Parve che quella lettura l'attirasse.
Ella sedette, e cominci a leggere alla distesa.
La mano con cui teneva il giornale le tremava. Finalmente, come in preda ad una subita commozione, gett un grido, e il giornale vol sul pavimento.
Quali erano le parole che avevano tanto commosso Carlotta?
Sul foglio che aveva raccolto erano riferiti assai largamente i fatti che avevano cagionato l'arresto della celebre e giovane artista Zumarra.
Una donna del Circo ridotta in tale condizione! Subito a Carlotta Delber era venuto un brivido, ripensando i tempi nei quali ella pure avea fatto prodigi nei teatri, bella, applaudita, e appassionatamente ammirata.
E misurava tutta l'altezza onde era caduta quella giovane; dagli splendori de' teatri, dai delirii della folla, alla oscurit, alla solitudine d'un carcere; dalla gloria, dalla fama, alla clamorosa pubblicit d'un processo. Avvezza a comparire in pubblico scintillante di gemme, splendida nelle sue foggie di raso, di seta, rutilanti d'orpelli, venir dinanzi a un pubblico curioso e severo, in abbigliamenti dimessi, la testa china, accasciata, abbattuta, sul banco degli accusati!
Come mai la ragazza avea potuto trascorrere a tale estremo?
L'aveva mossa bramosia dell'oro, cupidit dell'altrui, gelosia, vendetta, un furor pazzo, inesplicabile?
Questi pensieri avevano traversato la mente di Carlotta ratti come lampo, mentre divorava cogli occhi il racconto diffuso del cronista. Ma un punto l'avea sopraffatta; quello dove si leggevano tali parole: Credesi che l'istruzione del processo per la lettera minatoria costringer il magistrato a riprendere l'istruzione di un altro processo, da anni interrotto, quello per l'assassinio de' due giovani sposi in via Fiori Scuri, rimasto sino ad ora tanto misterioso.
Come? Ella, Carlotta, arrivava presso Milano in quel momento: vi arrivava, strutta dalla smania di fare nuove indagini per scuoprire chi le avesse uccisa la figliuola ed il genero nella prima notte delle loro nozze, chi avea affrettato la vecchiaia di lei, chi le aveva spezzato il cuore e resa l'esistenza un atroce tormento, ed ecco che trovava cominciato un processo nuovo, che si diceva aver relazione con l'altro: trovava la pubblica opinione di nuovo eccitata pei fatti che l'avevano pochi anni prima gi tanto commossa.
Rivide la scena di sangue quale si era presentata a' suoi occhi in quella notte tremenda. La sua figliuola supina sul pavimento della camera con la veste di raso bianco, la veste nuziale, tutta insanguinata, e quasi accanto a lei un altro cadavere: il cadavere del bello e famoso cavallerizzo Sergio Dimitri Alfambikow! Poi il deliquio che l'avea presa, l'arrivo degli ufficiali della polizia, l'interrogatorio, il cappellaccio trovato, e lasciato di certo dall'assassino, che nessuno pot scuoprire come fosse entrato, o, ci che era pi meraviglioso, uscito dalla camera immantinente dopo aver consumato il delitto.
Era stanca, affannata, ma pure Carlotta non seppe tenersi; avea viaggiato per due giorni e due notti: si sentiva tutta spossata e indolenzita, ma il nuovo pensiero che l'occupava le conferiva nuovo vigore.
Chiam la vecchia.
La carrozza  sempre alla porta? le domand.
La vecchia s'accorse del gran turbamento di Carlotta.
S, signora, rispose.
Va bene... Dunque tu rimani qui.... Io... non so se torner neppure stasera. Non ti muoverai sin a che io non ritorni, e non ti dar pensiero, se tu non mi vedessi... magari per qualche giorno.
La vecchia guardava attonita la sua padrona.
Che cosa poteva esserle accaduto in s breve spazio di tempo?
Carlotta porse alla vecchia uno scialle assai grave e una valigietta e s'avvi per uscire dalla villa.
Camminava con passo concitato, sostenendosi con tutta l'energia del suo ammirabile carattere.
Le sembrava aver proprio riveduto innanzi a s in quel momento i cadaveri di Eufrosina e di Sergio Dimitri Alfambikow.
Avea le guance rosse, come chiazzate da un improvviso rifluire del sangue.
La porta della villa era sempre aperta; il cocchiere, che aspettava gli ordini non si era mosso dalla cassetta.
Padrona! padrona! esclam di repente la vecchia, che seguiva a poca distanza Carlotta, la quale era gi vicina alla porta.
Che hai? domand Carlotta, volgendosi.
Si fermi... un momento.
E la vecchia indic a Carlotta un uomo, orrido nell'aspetto, mal vestito, che ronzava a poca distanza attorno alla carrozza.
Lo vede quell'uomo?
Chi ? rispose Carlotta.
 un tale che ci seguita da circa ventiquattr'ore.
Ma sei pazza!
L'ho visto per la prima volta ieri sera ad una stazione.... Era dietro a noi e guardava lei con occhi da fare spavento.
Sar una tua ubbia!
L'uomo intanto s'accostava verso di loro.
Si cav il cappello e gettandosi quasi in ginocchio con voce lamentosa cominci a mugolare, chiedendo a distanza l'elemosina a Carlotta, chiamandola Eccellenza, Principessa, ecc., ecc.
Carlotta gli gett una piccola moneta d'argento, mentre si apprestava a salire in carrozza.
Il povero, come per mostrare la sua riconoscenza, si era buttato allo sportello, l'avea aperto, e si chinava quasi volesse col capo toccare la polvere.
Rapido, senza che alcuno potesse scorgerlo, appena Carlotta fu salita a mezzo nella carrozza, egli fece un brusco movimento.
I cavalli, senza che il cocchiere avesse lor tirato le guide, si dettero a una corsa sfrenata.
Il pericolo era imminente, inevitabile.
La carrozza stava per urtare in una grossa muraglia e andar a catafascio.
Carlotta, rimasta con un piede sulla predella, l'altro avviluppato negli abiti, si reggeva disperatamente con ambedue le mani all'interno della portiera.
I cristalli si erano gi fracassati.
Carlotta urlava: e i cavalli andavano cos forte; ella avea un piede talmente impigliato nei vestiti, che non potea pensare neppure a buttarsi gi nella strada, dove di certo si sarebbe sfracellata.
Di repente Carlotta vide il povero far un balzo, raggiungere i cavalli e mettersi loro dinanzi, pigliandoli per il morso. I cavalli lo trascinarono per un secondo, ma egli, imperterrito, tenne lor fronte; e quasi subito riusc a fermarli.
L'atto dinotava una forza, un sangue freddo incomparabili e che nessuno avrebbe supposti in quell'uomo.
Fu un vero colpo da teatro.
L per l, Carlotta, il cocchiere, la vecchia rimasero come se non credessero a quello che accadeva. Erano storditi nel vedere che il pericolo fosse cessato cos a un tratto, in modo cos impreveduto.
Al terrore, allo stupore succedette la gioia.
Carlotta scese e si volse subito verso l'uomo che le avea salvata la vita, e che non aveva ancor lasciato i cavalli.
Dimmi che cosa vuoi... io ti debbo ora tutto.... Quello che io posseggo t'appartiene!
In tal guisa parlava Carlotta. il cocchiere gi si era precipitato dalla cassetta e si occupava da s dei cavalli.
Il povero si comportava con grande dignit, come se non avesse compiuto alcuno sforzo.
Fece una riverenza a Carlotta, quasi fosse titubante a rispondere.
Chi sei? gli domand Carlotta, che se gli era sempre pi appressata.
Il povero sin allora aveva tenuto gli occhi bassi. Li alz un istante e Carlotta rabbrivid: quelle pupille lucenti, quello sguardo acuto, penetrante, le avevano cagionato una forte commozione.
Era un ricordo, un presentimento, un semplice e vano timore, eccitato in lei dallo stato di profonda irritazione nel quale si trovava?
 inutile, signora, ribatt sempre tutto umile, il sinistro mendicante,  inutile che mi domandi chi sono.... Il mio nome  oscuro e comune a segno, che non avrebbe per lei alcun significato.... Se vuol darmi qualche soccorso lo accetter di buon grado, ma non voglio una grossa somma di danaro ad un tratto: vorrei invece esser messo in condizione di guadagnarmi onestamente la vita: anche noi, aggiunse con voce piagnucolosa, anche noi miserabili abbiamo il nostro amor proprio.
Rimarrai qui in casa mia, sceglierai da te stesso l'occupazione, che pi ti piacer....
Il mendicante sorrideva per l'allegrezza.
Vorrei, aggiunse con ben simulata timidit, che la signora mi permettesse d'accompagnarla.... I cavalli potrebbero far di nuovo qualche brutto scherzo.... Io sono pratico....
E dette una singolare occhiata al cocchiere; il quale, uomo d'et gi inoltrata, debole, infermiccio, s'era molto spaventato per l'accaduto, e a malincuore si preparava di risalire a cassetta.
Carlotta, dopo la domanda del mendicante, s'era anch'essa data a guardare il cocchiere.
Lo vide pallido, avvilito, tremante; ed ella stessa concep timore che il triste caso, allora allora avvenutole, potesse ripetersi.
Riflett un poco, quindi indirizzandosi risoluta al cocchiere:
 meglio, gli disse, che voi, Giacomo vi riposiate.... Avete una mano ferita....
Giacomo aveva cercato di tener nascosta la mano destra, tutta insanguinata, nella quale una forte stratta data dai cavalli alle guide aveva levato mezza la pelle.
Il cocchiere mostr la mano, che, ancora essendo calda la ferita, non gli dava alcun dolore.
Egli aveva per accolto le parole della signora con non contenuta soddisfazione.
Potresti accompagnarmi tu? disse Carlotta al mendicante.
Oh signora! ripet costui portandosi una mano al petto. Qual degnazione ella avrebbe! e che onore sarebbe per me....
Carlotta ordin al cocchiere di cedere al mendicante i suoi abiti.
Costui non si fece pregare.
Entrarono nella villa e il mendicante ne usciva dieci minuti appresso, tutto ravviato, quasi maestoso, come se avesse drizzata la persona sin allora tenuta a bella posta incurvata.
Al vederlo ricomparire in tal'arnese, Carlotta prov una commozione, come quella da lei provata nel primo momento in cui gli sguardi di lei avean direttamente incontrato quelli del misterioso suo salvatore.
Il mendicante sal a cassetta.
Dimmi almeno il tuo nome di battesimo! esclam Carlotta prima di risalire nella carrozza, affinch io ti possa chiamare... quando occorra.
Io mi chiamo Zaffo! disse l'automedonte, cavandosi il cappello.
E fra s mormorava:
Ora tu sei tutto in mio potere!
Mentre schioccava la frusta, mettendo al trotto i cavalli, un ghigno di satanica compiacenza gli lampeggiava nel volto.
Tutto gli era a seconda.
Con un movimento accortissimo avea saputo spaventare i cavalli e preparare la loro fuga.
E nessuno ne avea preso sospetto.
Ma lui, questo Zaffo, chi era?
La carrozza, che portava Carlotta Delber, spar in un nugolo di polvere.
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CAPITOLO 26.
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La Compagnia equestre, come abbiamo gi detto, dopo l'arresto della Zumarra, aveva sospeso le rappresentazioni.
Ma Jole avea fatto sapere dalla carcere ai compagni, per mezzo del suo avvocato, che ella desiderava tornassero ai loro lavori; che ella era sicura della propria innocenza, e facendola desiderare al pubblico, che l'avrebbe cercata indarno nelle rappresentazioni, dov'era solita di levar tanto grido e ottener tanti applausi, le avrebber procacciato nuove e forti simpatie.
Per la malattia del padre di Jole, che aveva avuto sempre tanta parte nel dirigere la Compagnia, e certe ire sorde, che covavano tra gli artisti, l'abbattimento, o l'esasperazione in cui si trovavano molti di loro, impedirono che si potesse cos di un subito riaprire il teatro. Con la bellissima Figlia dell'Aria era scomparso l'ornamento, la gloria della Compagnia. Jole era cara a tutti, o almeno anche quelli che non l'avevano in grazia davano a divedere di amarla; Jole era ascoltata da tutti, componeva con molta autorit le dispute che sorgeano fra gli artisti. Poi metteva in loro uno zelo d'emularla, era la gioia, la contentezza di ognuno, bellissima d'aspetto, d'un carattere s dolce, di una bravura incomparabile!
Qua e l per Milano si vedevano sempre andare attorno gli acrobati, i cavallerizzi, i pagliacci, dondolando, con fisonomie scontente e quasi atterrite, come gente cui fosse venuto ad un tratto a mancare tutto ci che riempiva, confortava la loro esistenza.
Abbiamo gi incontrato in un'osteriuzza i due fratelli ginnastici, Pietro e Teodoro Foggo, che se la chiacchieravano tra loro, mentre Lucertolo, steso su una panca dietro un gran tavolone, li ascoltava, facendo mostra di dormire.
I due fratelli si trovavano ora di nuovo in quella stanzetta quasi buia.
Con essi sedeva la gigantessa, cio la donna che il giovane delegato Domenico Arganti avea messo loro a' fianchi per invigilarli e raccattare tutte le notizie della Compagnia.
Stavano l da poco quando entr nell'osteria Lucertolo, sempre vestito alla foggia inglese, e che s'era travisato con tal perfezione, che nessuno ne avea sin allora concepito il menomo sospetto.
S'avvi subito verso lo stambugio, che era accanto alla stanza principale dell'osteria, e nel quale erano raccolti i tre personaggi sunnominati.
Lucertolo avea gi trovato il verso di pigliar lingua con essi, e, oltre il salutarsi, quando si imbattevano l'uno negli altri, scambiavano le loro opinioni sui fatti, dei quali in tali giorni si occupava tutta Milano, cio l'arresto della grande artista Zumarra, gli amori della contessa Usupow, l'avvelenamento del conte, il tornare a galla del vecchio processo per l'assassinio di via Fiori Scuri, che sembrava ormai quasi dimenticato.
Lucertolo quella volta si fece pi ardito che mai. Si avvicin addirittura al tavolino, a cui erano seduti i due fratelli Foggo e la donna, e, dopo un saluto cordiale, rumoroso, tirato a s uno sgabello, si butt gi tutto d'un pezzo, soffiando.
Come sono stanco!... Che caldo!
E, cavatosi di tasca un pezzolone a disegni, si tergeva la fronte.
Amici! disse a un tratto. Oggi  un bel giorno per me: un giorno di gioia per la mia famiglia!... Ho ricevuto notizie che mi  nato un nipotino!... Festeggiamo dunque insieme il fausto avvenimento!...
Con qualche buona bottiglia! disse Pietro.
Appunto.... Ehi, Pasquale!
Comparve l'oste.
Avea il pi strano sembiante: era calvo, con gli occhi scerpellini, secco come un uscio, e arrancava da un piede.
Quelle bottiglie!... quelle bottiglie... esclam Lucertolo.
E in un attimo tutti e quattro alzavano il gomito.
Ma Lucertolo era pi occupato a far bere gli altri che a bere per s: anzi s'infingeva ad arte di bere, ma appena sorseggiava.
I due ginnastici tracannavano a tutta possa e gi il vino li arrivava. La gigantessa cominciava a guardar Lucertolo e far gli occhi imbietoliti.
Allora a costui parve venuto il destro di gettare le sue reti.
E ora, disse di colpo, hanno avvelenato il conte Usupow... Che affare sar questo!
Pietro Foggo si rannuvol.
Lucertolo non lo perdeva d'occhio.
Ma stia per morire?
No, no.... il pi celebre medico di Milano  arrivato in tempo per salvarlo.... Ma rimarr un pezzo assai abbattuto....
O chi gli avr ministrato il veleno?
Si dice che abbia fatte importanti... compromettentissime rivelazioni....
Pietro Foggo scattava sullo sgabello.
Per ora ci  un gran mistero....
O Pietro, disse Teodoro, io ho osservato una cosa, che probabilmente in questi giorni di confusione  sfuggita a tutti.... Non ti sei accorto tu che un uomo  sparito dalla Compagnia, e non si  pi visto da varii giorni?
No.... chi e?
 un certo Andrea.... che teneva i cerchi, le antenne, i nastri, quando lavoravano i cavallerizzi.... che alle volte si vestiva da clown.... Un uomo che parlava poco, assai misterioso, e che era l'anima dannata della Cofanello.... Ha una forza erculea: e mi ricordo che a Venezia, dove, mentre si stette, cerc di nascondersi il pi che poteva, ho sentito dire una sera.... cos a caso.... che egli somigliava molto a un tale che aveva commesso, pochi anni fa, un atroce delitto....
E adesso  sparito? domando Lucertolo.
Gi....  sparito.... e per me, in quanto  accaduto, ed ha messo a scompiglio la Compagnia, costui ci ha almeno un dito!
Non  cattiva la tua idea! disse Pietro, tutto pensoso, e senza badare a quel che risicava in tal momento, poich il vino lo imbaldanziva. Pu darsi che Andrea sia stato lo strumento della Cofanello.... Per me  lei, che ha scritta, e mandata la lettera minatoria.... Chi sa che questo Andrea, il quale ha corso, diceva, tanto mondo, non fosse stato col cavallerizzo Alfambikow, assassinato in via Fiori Scuri e.... chi sa che non abbia egli pure brigato di avvelenare il conte, per proseguire qualche suo pensiero d'infernale vendetta. Sai bene, Teodoro, che la contessa Usupow  la sorellastra di Sergio Dimitri Alfambikow.... e anche essa e stata nel Circo....
Si guard attorno come raccapricciato della sua imprudenza.
Ma Lucertolo s'era portato il bicchiere alle labbra e beveva sghignazzando, e la fisonomia atteggiata con sforzo ad una vera stupidezza facea sembiante non aver capito, n essere in condizione di capire.
La gigantessa aveva appoggiato la testa sul braccio nudo, adiposo, che tenea proteso sul tavolino.
Teodoro fece un cenno al fratello, come se volesse dirgli:
Ah! tu l'hai scappata bella.... Per fortuna costoro non t'hanno capito!
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CAPITOLO 27.
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Il fatto accaduto nell'ufficio stesso della polizia di Milano, che un uomo avesse osato entrare con chiave falsa nella stanza del delegato Arganti e rimanervi qualche tempo, senza che alcuno ne concepisse sospetto, era un fatto davvero inaudito, tale che la polizia, a ragione, metteva ogni studio nel tener celato, e che a mala pena il giovane Arganti si era lasciato andare a rivelare al principe Crovelli.
L'atto col quale Lucertolo pareva avesse voluto sfidare la polizia milanese, dimostrarle che v'era nella citt un uomo che da s solo era pi forte di tutta la polizia, era stato uno di quegli atti pi che arditi temerari, ne' quali si compiaceva l'esimio poliziotto.
Egli si era recato nella stanza del figliuolo con uno scopo: di razzolarvi qualche notizia tra i fogli concernenti il processo e valersene per menare a bene pi presto le ricerche, con le quali voleva meravigliare tutta Milano, facendone per cadere ogni onore sul figliuolo, cui le avrebbe comunicate quando gli paresse venuto il destro.
Ma il giovine Domenico Arganti non dormiva pi i suoi sonni tranquilli.
Anelava di battersi con l'uomo che avea avuto l'audacia di sfidare la polizia nel suo stesso uffizio, di andare di notte in casa del principe, e lasciarvi una lettera, nella quale avea saputo contraffar s bene il suo carattere.
Chi poteva essere?
Averlo nemico o amico nelle ricerche da lui gi incominciate per conto del principe, e relative al processo della Zumarra, era di somma importanza.
E di pensiero in pensiero, studiando il modo dell'operare di questo stranissimo uomo, il giovane delegato venne alla conclusione che sino allora era stata per lui pi impreveduta.
Bisogna far rilevare che gli uomini della polizia, come gli uomini di lettere (o almeno come dovrebber gli uomini di lettere) hanno uno stile. Certi agenti in un dato caso si comportano in modo diverso gli uni dagli altri: dispongono le cose, si valgono di questi piuttosto che di quelli espedienti, in guisa che gli addestrati nel mestiere al solo udire il racconto d'un'operazione, dicono:
 stato il tale, o il tale, che l'ha fatta.
Anche pei ladri, pe' delinquenti pi famosi, avviene lo stesso. Gli uomini incaricati di perseguitarli, esaminando il modo con cui hanno compiuto le lor gesta, li riconoscono allo stile: procedono spesso per eliminazione, dicono il tale o il tale non pu essere perch non suol operare cos, e di qui vengono ad affermare: dunque  il tale!
Il giovane delegato, a forza di riflettere e ripensare i due casi: l'entrata nell'ufficio della Questura, la furtiva scalata nella casa del principe, fu colpito da una subita idea:
Mi sembra, disse fra s, che questo sia proprio tutto il modo di mio padre! Ma come, continu, mio padre sarebbe venuto a Milano... e perch?... E dove si nasconderebbe?
Per nella polizia non bisogna mai dubitar di nulla, ma accettare tutte le ipotesi anche le pi strane e conformarvi le indagini.
Il delegato conosceva il carattere di suo padre, ed egli stesso era acutissimo.
Ah! cominci a ragionare, quel caro vecchio.... arzillo, buontempone.... chi sa non si sia messo in capo di volermi dare una lezione.... di farmi qualche bel tiro, sempre per modo di persuadermi, secondo la sua tesi favorita, che i vecchi valgono meglio dei giovani.... e se salta loro il ticchio, possono prenderci sempre di sottogamba.
Ma dove trovarlo?
Si dette a scartabellare il libro delle denunzie, sebbene immaginasse che suo padre, se era giunto in Milano, avrebbe accomodato le cose in modo da deludere destramente ogni indagine anche per questo rispetto.
E infatti quando ebbe letto ben bene, non cav alcun costrutto dalla sua lettura.
Se c', dicea tra s, di certo si sar travestito!...  il suo sistema: era forse la base di tutto il sistema nell'antica polizia.... Ma io lo riconoscer!
E il giovine Arganti fece incontanente il suo disegno. Si propose di visitare tutti gli alberghi, tutte le case dove si davano camere in affitto.
Pass due giorni in questa visita; indarno sal e scese tante scale; indarno fece prodigi d'astuzia nel muover domande, nel cercare d'aver notizie su questa o quella persona, sull'ora precisa dell'arrivo, per giudicare con qual treno e da che parte fosse arrivata, comecch gli andasse per l'animo che, eziandio da questo lato, Lucertolo avrebbe preso tutte le sue precauzioni.
Alla fine una mattina il delegato Arganti giunse all'albergo della Cervietta.
Per due giorni aveva rifrustato quasi ogni cantuccio di Milano con una diligenza, con un ardore da non si dire.
Non avea voluto lasciar nulla d'intentato; trascurar nulla, n aver a tornare sulle sue ricerche.
Ci avete qui dei forestieri? domand al padrone della Cervietta.
Ci abbiamo quattro o sei negozianti.
Di dove?
Due di Bergamo... uno di Verona.... due di Venezia.... e un inglese.
Un inglese?
S, un inglese grosso e grasso.... che  qui da vari giorni....
Descrivetemelo un po'! disse il delegato al padrone della Cervietta.
E il padrone obbediente gliene fece un'accurata descrizione.
La statura tornava, ma Lucertolo non era corpulento quanto l'inglese, non aveva basette bionde.
Ma.... ma.... brontolava tra s l'ufficiale della polizia....
Col suo istinto di bracco aveva gi subodorato qualche cosa d'equivoco in quell'inglese.
Non ci sarebbe mezzo di vederlo? chiese al padrone dell'albergo.
E perch no?.... Vo a sentire che cosa fa...
Torn in un attimo.
Dorme! dorme!... disse mettendosi un dito sulle labbra.
Aspetter! rispose il delegato.
E sedette ad un tavolino nell'anticamera.
Non lo voglio perder d'occhio! pensava.
Rimase un buon tratto di tempo l, tutto assorto e senza udire il pi piccolo rumore.
Era di buon mattino e gli ospiti del modesto albergo, coricatisi tutti piuttosto tardi, dormivano, come dicono i toscani, il sonnellin dell'oro.
Ma il palco della stanza nella quale si trovava il delegato, cominci a scricchiolare.
Qualcuno camminava nella stanza disopra.
Si sentiva un passo grave, lento; il passo di un uomo piuttosto tardo e che camminava in pantofole.
Si  levato!... disse il padrone dell'albergo sporgendo da uno stipite della porta il suo muso largo, di mastino.
Annunziategli, disse il delegato dopo breve riflessione, che c' una persona la quale ha bisogno di parlargli.... Non gli fate sapere chi io sono...
Il padrone sal, buss all'uscio della camera.
Chi ? rispose una voce grossa.
Il delegato Arganti si era appostato vicino all'uscio della camera. Con la sua finezza avea supposto che, se l'uomo chiuso nella camera era suo padre, egli lo avrebbe subito riconosciuto alla voce.
Ma la voce che ud non era quella di Lucertolo: bens una voce tutto diversa.
Dunque, o non era lui, o quell'uomo espertissimo non dimenticava un solo istante la parte che voleva sostenere.
Signor Welton.... diceva il padrone del piccolo albergo, c' un signore che desidera parlarle.
Ora non posso; che aspetti un momento.
Prima di uscire di casa, Lucertolo era occupato, come un attore prima di entrare in scena, a comporsi la fisonomia ed acconciarsi la persona in modo da non essere riconosciuto.
Nessuno lo avrebbe raffigurato, anche avendolo in pratica, per la destrezza con cui sapeva modificare le linee delle sue forme.
Egli avea le spalle asciutte e ben staccate dal collo, e vestito secondo il modo da lui studiato, le spalle gli apparivano tozze e il collo quasi incastrato tra di esse. Il ventre gli si arrotondava, il suo torace era dilatato, le sopracciglia e le basette bionde, il colore acceso del volto gli davano un sembiante nuovissimo. Era pur riuscito ad accomodarsi due lunghi denti sul dinanzi che sporgevano fuori del labbro superiore. Quando fu tutto in punto, tir il palettino dell'uscio che avea chiuso per didentro, e suono il campanello. Accorse il padrone.
Mi avete detto che c' un signore che aspetta.... Chi ?
Il padrone tacque, imbarazzato.
Quella perplessit non sfugg all'occhio esercitato di Lucertolo.
Dimmi subito chi !
Non volendo disgustare un cliente da cui si riprometteva cavare una buona somma, e tremando di procacciarsi disgusti con la polizia, il povero albergatore stette alcuni istanti in tra due, non sapendo se rispondere o che cosa rispondere.
Alla fine, fatto un animo risoluto, accostandosi a Lucertolo, gli bisbiglio all'orecchio:
Glielo dico, ma non commetta imprudenze....  un impiegato della polizia!
Lucertolo ricevette quest'annunzio senza batter palpebra.
E il suo nome?
 il delegato Domenico Arganti.
Lucertolo fu finalmente commosso.
Bravo figliuolo! mormorava. Mi ha scovato!... Viene di razza e fa onore al suo sangue!
E se ne compiaceva, come un vecchio artista a contemplare il lavoro nel quale un figliuolo ingegnoso mostra d'essere atto a proseguir la gloria del padre.
Fatelo passare!
E Lucertolo licenzi il padrone dell'albergo con un gesto molto dignitoso. Ma il padrone stava ormai sulle spine. Avea veduta la commozione di Lucertolo allorquando egli aveva pronunziato il nome del delegato Arganti. E ragionava nell'animo suo:
Chi pu essere questo inglese che la polizia ricerca con tanto accanimento?... Se egli ora tentasse di fuggire, se avvenisse uno scandalo nel mio albergo....
E, scendendo la scala, tendeva l'orecchio per cogliere il pi lieve rumore che venisse dalla camera del forestiere.
Ritrov il delegato nella stanza dove l'avea lasciato.
Egli andava in su e in gi e pareva concitato.
Il signor Welton, disse il padrone, la manda ad avvertire che ella pu passare.
In un istante il delegato Arganti fu alla porta della camera di suo padre.
Entrando, vide che l'inglese corpulento si era messo in maniche di camicia e faceva vista di radersi il mento dinanzi a uno specchio.
Venga! Venga! disse con la sua voce contraffatta, senza voltarsi, appena s'accorse che il delegato avea messo il piede sulla soglia della stanza.
Ma un'occhiata sola era bastata al giovane uffiziale della polizia per riconoscere il vecchio.
Rinchiuse l'uscio e slanciandosi al collo di Lucertolo, stringendolo fra le sue braccia, esclam:
Babbo! Babbo!
Le lacrime corsero sul volto del falso inglese, che stringendosi sul cuore il figliuolo, balbettava tutto trepidante:
Ah! d'ora innanzi non dir pi che la vecchia polizia val pi della giovane.... Tu mi hai scoperto... e hai fatto una bellissima operazione!
Lei per, babbo, soggiungeva l'altro, ci ha fatto un tiro de' pi famosi...
Che vuoi... bench vecchi, con l'aiuto di Dio si fa sempre qualche cosa....
E sempre qualcosa di grande... a questo io l'ho riconosciuto!
E il figliuolo affettuoso si mise, dimenticando tutto, a domandare notizie della mamma, dei fratelli.
Ogni tanto i due poliziotti si abbracciavano e si baciavano. Nell'amore della famiglia scordavano le ansie del loro mestiere.
Ora, disse a un tratto Lucertolo, parliamo, figliuolo, de' nostri affari....
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CAPITOLO 28.
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I due poliziotti parlarono fra loro per varie ore.
Si dettero scambievolmente tutte le notizie che avevano.
Alla fine Lucertolo fece un riassunto chiaro, compiuto, di tutti gli strani avvenimenti d'importanza per loro, seguiti da alcuni giorni.
Vedi, disse a modo di conclusione al figliuolo, come, invece di scorger pi nettamente la verit, ogni giorno crescano le dubbiezze.... Tutti questi fatti, l'uno pi grave dell'altro, cos complicati, formano un viluppo inestricabile....  compromesso l'onore di molte persone ragguardevoli... di famiglie che possiedono cospicui patrimonii.... Se tu ottieni la vittoria in questo affare, la tua carriera  assicurata.... Io lavorer per te e con te... ma bisogna che tu mi aiuti a tener celata la mia presenza in Milano....
Va bene.... Per dove potremo vederci?... Non qui, ch daremmo nell'occhio....
E neppure in altro luogo della citta.... Che vuoi?... veder un inglese con un poliziotto!...
E Lucertolo fece una smorfia indescrivibile.
Ecco: ci troveremo in una piccola osteria di campagna... a un miglio da Milano.
E il delegato Arganti dette al padre il preciso indirizzo della rinomata osteria ove doveano ritrovarsi.
La sera, all'ora fissata, Lucertolo era al suo posto.
Il figliuolo indugi qualche tempo ad arrivare, ma non era solo: era insieme con la Gigantessa.
Lucertolo guard il figliuolo con un'aria che volea significare:
E questa donna?
L'altro fece immantinente un gesto, e si capirono senza parole. Sedettero tutti e tre a una tavola e ordinarono un pranzetto assai frugale.
Nessuno li disturbava; in quella stanza non erano altre persone, e potevano parlare con la massima libert.
Questa  Teresa! disse il delegato Arganti a Lucertolo, non appena l'oste, ricevuti gli ordini, li ebbe lasciati soli.  una donna al servizio della polizia.... Essa ha preso famigliarit con gli artisti della compagnia equestre... e ci giover.... Oggi ha saputo qualche cosa, che pu essere di molta importanza....
Parla... parla.... interruppe Lucertolo.
Ci era nella Compagnia, impiegato de' pi umili, un tale che, in certe sere, soleva vestirsi da pagliaccio, e tener i nastri, i cerchi, le aste che saltano i cavallerizzi.... 
Dunque?
Da varii giorni il pagliaccio  sparito... costui  un pessimo arnese.... Sono andato a domandarne accortamente notizie... Ho saputo che ha cambiato pi volte di nome.... Nessuno sa precisamente come si chiami.... Tre nomi ha avuto di certo: Corella, Biasco e Zaffo...
Zaffo! esclam Lucertolo, i cui occhi sfavillavano.  questo un nome, che hanno preso pi volte varii delinquenti.... Anzi, a dir proprio, non  neppur un nome:  una parola del gergo che usano tra loro i galeotti.... Probabilmente costui ha passato qualche primavera in un ergastolo...
Infatti si buccina che egli, anni sono, abbia commesso un delitto....
E non aveva intimit con nessuno nella Compagnia?
Era schivato da tutti, ma tenuto perch uomo utilissimo, di una forza erculea, di una agilit senza paragone.... Aveva molta devozione per la cavallerizza Cofanello... Era l'anima dannata di lei... L'ha sempre servita come un cane. Si dice sia stato in mano di lei volgare strumento di basse vendette.
E allora?... ammessa la nostra ipotesi che la insidia tesa alla giovane artista, che  ora in prigione, sotto l'accusa di tentata estorsione.... muova dalla Cofanello... che sia lei, la quale ha architettato l'affare della lettera minatoria.... noi avremmo gi una traccia....
E capite, se potessimo metter le mani su questo briccone matricolato... sarebbe facile aver da lui rivelazioni... con denaro, con promesse d'impunit.
Ma mentre i due poliziotti se ne stavano confabulando con la Gigantessa, in una casetta di campagna, remotissima, a poche miglia da Milano, accadeva una scena tremenda.
Zaffo, lo sconosciuto Zaffo, il mendicante, che avea fatto credere a Carlotta Delber di averle salvato la vita, e generosamente avea accettato di guidare i focosi cavalli, quando, messili al galoppo, si fu allontanato di poco dalla villa si diresse per una strada che a Carlotta non parve fosse quella che doveva battere.
Tacque per un buon tratto, guardava e riguardava intorno a s per riconoscere i luoghi.
Alla fine, impaurita, perch cadeva la sera, disse al suo nuovo cocchiere:
Ma dove andate?
Prendo la strada pi corta... per arrivare meno tardi che sia possibile....
E i cavalli da lui guidati si dettero a una corsa delle pi impetuose.
A un tratto egli ferm la carrozza.
Si trovavano in una strada deserta, senza case, nell'aperta campagna.
Zaffo scese di cassetta.
Apr lo sportello della carrozza e sal accanto alla signora inorridita.
La imbavagli, le leg mani e piedi perch non si spenzolasse fuori: tir su il mantice, e risalito a cassetta schiocc la frusta, mettendo di nuovo i cavalli al galoppo.
Carlotta non sapeva pi che pensare.
Si accorgeva d'esser caduta vittima di una grande insidia, e tremava all'idea di quello che le sarebbe toccato. Dove costui la menava e quali disegni aveva fatti sopra di lei?
Dopo un quarto d'ora di corsa, Zaffo ferm i cavalli.
Scese e li guid a mano per una stradetta, che corre fra i campi.
Gi era buio. Soffiava un vento assai forte.
Carlotta Delber vide a pochi passi di distanza una casetta, nella quale due finestre a pian terreno apparivano illuminate.
Zaffo, aperto lo sportello della carrozza, prese di peso la donna e se la rec sulle braccia, mentre, al rumore dei cavalli e delle ruote, qualcuno che stava alla posta, verso una delle finestre, o dietro l'uscio, era uscito fuori di casa, e dava mano all'impresa.
In men che non si dice, Carlotta Delber fu portata in una stanza e adagiata sopra una sedia.
Di repente le furono attorno due uomini.
Carlotta non poteva parlare, e grosse lacrime le rigavano le guancie.
Guardando le due persone che le stavano vicino, si accorse che l'una di esse era una donna vestita da uomo, e aveva aspetto fiero, minaccevole, sdegnoso.
Dopo che l'uomo e la donna travestita, ebbero scambiato qualche parola, la donna, che era giovanissima, si allontan, e Carlotta si accorse che era uscita di casa, poich sent muovere i cavalli.
Allora l'uomo, gettata via da s la sordida barba che si era appiccicata al volto, e ricompostasi la sua naturale fisonomia, guard con un'espressione di ferocia Carlotta, che ormai era tramortita dallo spavento.
Egli le sciolse il bavaglio, e appena essa fu libera d'articolare una parola, mand con accento cupo un sol grido:
Antonio! e ripet, Antonio!
S, Antonio! esclam l'altro con un riso beffardo. Mi credevi tu morto?
La povera donna si divincolava sotto quello sguardo acutissimo, implacato, che pareva cercarle le pi intime latebre del cuore.
Maledizione su me! replicava Carlotta. Tutte le volte che vi ho riveduto, mi  capitata qualche immensa disgrazia!
E pensi tu che io ti abbia tirata qui ora per farti soltanto una dichiarazione d'amore?
Nella turpe fisonomia del saltimbanco si venivano dipingendo i pi abietti sentimenti.
Carlotta! egli disse, facendosi innanzi tanto che ella pot sentire il suo fetido alito, sai che ti ho sempre voluto bene?
E fece mostra di volerla abbracciare.
Va' indietro, serpente!
Eh!... non tanto orgoglio, ribatt l'altro. Qui sei mia, tutta mia... puoi urlare... nessuno ti sente.
E il saltimbanco si era cavato il soprabito da cocchiere, e restava in maniche di camicia, tutto scomposto, in disordine.
Carlotta! balbettava, i tuoi capelli quasi bianchi non mi levano la passione d'addosso. Ti avevo giurato che un giorno o l'altro saresti mia di bel nuovo.... Eccoci al momento di adempiere la promessa.... Non m'importa che tu sia alquanto attempata... sei tu... ebasta.
E il mostro allungava il braccio per ghermire la donna.
Essa si schermiva, vigorosa com'era, addestrata sin dall'infanzia negli esercizi muscolari, ma l'altro le faceva ressa, le dava la caccia.
A un certo momento egli le aveva posto le branche addosso, deliberato a stracciare di forza sul petto l'abito che cuopriva il colmo seno di Carlotta.
La donna allora di di piglio ad un palo di ferro che era appoggiato nel vano di un caminetto, e minacci il saltimbanco che se si avvicinava, glielo avrebbe dato sul cranio.
Egli gi si pentiva dell'imprudenza che aveva commesso a scioglierla.
Ma non doveva sfuggirgli.
Sappi, disse, che questi sono gli ultimi momenti della tua vita.... Io voleva possederti prima di ammazzarti.... Tu vuoi anticipare la tua fine, e sia....
Trasse fuori panni una pistola e un lungo pugnale.
Carlotta si vide perduta.
Ella sapeva con qual uomo avesse a fare; ne aveva pi volte sperimentata la crudelt; sapeva che il sangue non gli faceva paura.
Pens di ammansirlo con uno stratagemma.
Si tolse il cappello che aveva tuttora in testa e ridottasi in un canto della stanza, fece in modo che la veste le si aprisse sul dinanzi, discoprendole il bel collo, bianco come neve, e alcune linee del seno; dalle maniche rilevate oltre il gomito spiccava il braccio rotondo, candido come il marmo di Paro.
Zaffo a quella vista non pot pi ritenersi; il sangue gli corse nelle vene come lava, infiggendogli qua e l acute punture; perdette il lume degli occhi: il pugnale e la pistola gli caddero di mano.
La passione ormai dominava, sferzava la belva con tutti i suoi tormenti.
Si butt in ginocchio dinanzi a Carlotta.
Quanto sei bella! sospirava gemendo, mi par di rivedere Eufrosina la notte delle sue nozze... quando fu assassinata accanto a suo marito...
Ti par di rivedere Eufrosina, la mia figliuola... nella notte in cui fu assassinata?... Ma dunque tu l'hai veduta in quella notte... Sei tu... sei tu forse che assassinasti lei e il marito?
S sciagurata, rispose Zaffo, impassibile, tranquillo, s, io li uccisi.... per risparmiare uno de' pi orrendi delitti.... non sapevi tu che il cavallerizzo Sergio Dimitri Alfambikow....
Udirono un fischio nel silenzio della notte.
Zaffo rabbrivid, mormorando.
E costei!
E di nuovo rivolto a Carlotta:
Devi morire.... e subito, rugg, non c' pi tempo da perdere.... Questo fischio mi avverte.... Sii mia per innanzi di morire....
E le accerchiava la vita con le sue braccia di acciaio.
Sar tua, mormor Carlotta, sbiancata in volto come la cera, ma tu devi continuare il discorso che mi avevi cominciato su Sergio Dimitri.
Carlotta non pensava pi alla morte da cui era minacciata.
Dunque, continu Zaffo, che gi faceva scorrere le sue mani sulla morbida pelle di Carlotta, che ardeva per la febbre, il cavallerizzo Sergio Dimitri Alfambikow era tuo figliuolo....
Carlotta trasecolava.
Com'era tua figliuola Eufrosina.... Sergio era il bambino nato da' tuoi amori con Zumarrow, il padre della Zumarra.... la Figlia dell'Aria... Ti ricordi che il bambino fu trafugato la notte stessa della sua nascita e non se ne seppe pi nulla?... L'avevo trafugato io....
Dimmi il resto.... ma con chiarezza e verit.
Una candela posata sul pavimento illuminava la stanza.
Zaffo cominci un racconto, ma parlava precipitato, sospettoso, tendendo ad ogni istante l'orecchio.
Voleva far capire che l fuori della camera c'era qualcuno, il quale aspettava, vicino o lontano, ch'egli compiesse l'opera di sangue che gli era stata affidata.
Non aveva egli accettato di uccidere Carlotta?
Il racconto di Zaffo era terribile.
Il vecchio Zumarrow dirigeva una compagnia equestre.
Viaggiavano tutti insieme nell'America del Nord.
Erano ormai trascorsi pi di venti anni.
Carlotta Delber, bellissima, ne aveva allora appena sedici: era una ragazza in sullo sboccio, corteggiata da tutti.
Lo Zumarrow viaggiava solo, senza la moglie.
Fra lui e Carlotta aveva divampato una grande passione.
Carlotta ebbe un figlio, e la notte stessa in cui nacque era stato trafugato per ordine dello Zumarrow, dall'uomo che noi conosciamo gi coi nomi di Antonio, di Andrea, di Corella, di Blasco e di Zaffo.
Ma Zaffo aveva commesso un'azione atroce.
Egli si era perdutamente innamorato di Carlotta.
Carlotta Delber, che a quarant'anni serbava tuttora le traccie di una bellezza ineffabile, era stata in sull'aurora della vita cos seducente, che nessuno avrebbe potuto resistere a tante attrattive.
Una notte, mentr'ella dormiva, il giovane Zaffo avea trovato modo di entrare nella camera di lei.... Ella avea sostenuto una fierissima lotta e avea dovuto soccombere. Il giovinastro era temerario, arrischiato: n alcuno avrebbe potuto levarlo da un pensiero che gli si fosse fitto in mente.
Dove portasti il bambino la notte in cui lo trafugavi? domandava Carlotta quando Zaffo arriv a quel punto del suo racconto.
Lo portai in casa d'un medico col quale si era indettato lo Zumarrow.... Pi tardi so che egli stesso and a riprenderlo.... E per molti anni non se ne seppe pi nulla.... Come egli facesse la sua splendida carriera, come accumulasse in pochi anni s bella fortuna, sarebbe lungo a dire.... Il positivo  che tutti lo credevano russo e che in Russia egli ha una famiglia: un padre, una madre, fratelli.... che hanno ereditato il suo patrimonio. Il vecchio Zumarrow lo avea fatto adottare da una povera famiglia, sostituendolo a un altro fanciullo morto: ricchissimo come , nel momento delle sue felici e immense speculazioni nella California, gli assegnava un mezzo milione.... Il ragazzo divent artista.... come voi, come sua madre; voi eravate stata una delle pi brave cavallerizze di Europa; egli fu addirittura il pi bravo cavallerizzo del mondo.
Carlotta piangeva.
Che dolorosa esistenza era la sua! Quanto pi triste, pi spaventosa nelle sue catastrofi di qualsiasi romanzo! Chi avrebbe potuto immaginare, senza taccia d'inverosimiglianza, le cose tanto disparate e terribili che a lei erano accadute.... Quel giovane bello, famoso, Sergio Dimitri, era dunque suo figlio!... ed essa lo aveva unito in matrimonio colla propria figliuola.... E senza la mano dell'assassino che aveva tolto loro la vita la notte stessa delle nozze, il suo figliuolo e la sua figliuola sarebbero stati marito e moglie.... Se lo avessero saputo appresso, non sarebbero l'uno e l'altra impazziti dal dolore?
E Carlotta quasi, in quel momento attenuava la colpa dell'assassino che l'aveva salvata da un tale rimorso.
Poveri suoi figliuoli! Quali conseguenze dovea aver per essi una colpa della loro madre!
Ma il vecchio Zumarrow?
Aveva egli consentito all'assassinio del proprio figliuolo?
Carlotta! disse Zaffo che non voleva pi aspettare, io ho parlato abbastanza: voglio ora la mia ricompensa.
E, diventato belva di nuovo, quell'uomo deforme stendeva il braccio e attirava a s Carlotta che ormai aveva ridotta seminuda.
Essa, fin allora smarrita, angosciata, lo aveva lasciato fare.
Il contatto di quella mano fredda sulla sua pelle, infuocata dalla febbre, la fece rabbrividire.
Va', va'! disse Carlotta respingendolo da s.
E, alzandosi con uno sforzo disperato, scopr sempre pi le sue turgide forme.
Era bianca come la neve, il candido tessuto della pelle era qua e l traversato di vene azzurre che rivelavano la ricchezza del suo sangue.
 inutile tu resista, disse Zaffo soffocato dalla commozione. Se' mia, devi esser mia... prima di morire....  stabilito, lo sai, che tu non debba uscir viva di qui.... Gi  preparato, a pochi passi di qui, il luogo dove seppelliremo il tuo cadavere....
E perch io devo morire?... balbett Carlotta.
Perch  necessario alla salvezza mia e di altre persone....
Carlotta guardava qua e l cercando uno scampo.
Sar tua, disse finalmente a Zaffo, ma ad una condizione....
L'altro scrollava il capo.
E ti giuro che questa volta manterr la promessa....
Zaffo stava in atto d'interrogarla.
Voglio sapere in qual modo l'assassino de' miei figliuoli entr nella stanza in via Fiori Scuri, chi l'aveva mandato, lo scopo del delitto.
Zaffo fece cenno a Carlottache aspettasse un istante. Fu alla porta di casa, usc fuori ed aguzz gli occhi nell'oscurit.
Una persona gli si avvicin.
Hai finito? disse la persona che si era mossa allorch Zaffo avea aperto l'uscio di casa.
E tali parole furono pronunziate con voce tremante, delicata, una voce di donna.
No! No! rispose l'altro tutto brusco. Non c' verso di ridurla a fare quello che vogliamo noi....
Rifiuta di firmare il foglio?
Per ora... s.
Colto all'improvviso, avea esitato alquanto nel proferire una tale menzogna.
Acciecato dalla sua sfrenata passione, non avea detto a Carlotta di una parte de' disegni coi quali era venuto.
Infatti si trattava, sotto minaccia di morte, di persuadere la donna a scrivere una lettera nella quale dichiarasse che l'assassinio di via Fiori Scuri era stato compiuto per ordine del vecchio Zumarrow, che in tal guisa avea voluto disfarsi di un figliuolo nato da una colpa e sfogar un suo antico rancore contro Carlotta. Altre infamie di tal natura dovea contenere la lettera. Non appena l'avesse scritta, Carlotta dovea esser menata in un orticello dietro la casa e gettata in un pozzo profondissimo dove sarebbe morta subito.
Chi sa quando l'avrebbero ritrovata, poich in quella casetta tanto appartata non abitava alcuno, e allorch fosse scoperta, tutti potevano credere trattarsi d'un suicidio.
L'uccisione di Carlotta, avea dunque per scopo di far ricadere sul vecchio Zumarrow l'accusa dell'assassinio commesso in via Fiori Scuri, di rovinarlo per sempre facendone conoscere la relazione rimasta sempre misteriosa, con Carlotta Delber e presentarlo quale assassino del proprio figliuolo.
Una tale trama era ordita da chi gi contro il vecchio Zumarrow avea ordito quella della lettera minatoria, per la quale la sua figliuola Jole si trovava in carcere da tanti giorni ed egli delirante negli spasimi di una malattia.
Ma che cosa aveva fatto il vecchio Zumarrow per attirarsi un simile odio, e chi era la persona che lo perseguitava di una s implacabile, feroce inimicizia?
Questo sapremo nello svolgersi del nostro racconto.
Basti il dire che la persona la quale si adoperava con tanto accanimento a procurar disgrazie al vecchio Zumarrow e alla figliuola di lui, era in quel momento l fuori della casa dove Carlotta si trovava alle prese col saltimbanco.
Era la persona che aveva detto con una vocina quasi carezzevole e titubante all'ignobile saltimbanco:
Hai finito?
Il saltimbanco ormai non aveva il capo che ad una cosa, a possedere Carlotta.
Dopo che ebbe sciorinato la sua bugia, soggiunse, parlando a bassa voce alla persona che lo avea interrogato:
Torno subito in casa... spero di persuaderla.... Con le cattive o con le buone si persuader.
I due confabulavano fra loro nell'oscurit.
Che se la persona, la quale aspettava che il saltimbanco compiesse l'uccisione della donna, avesse potuto vederlo in volto in tale istante, gli avrebbe perduto ogni fede.
A poca distanza dalla casa erano sempre la carrozza, i cavalli con cui era venuta Carlotta e che doveano servire per ricondurre solo gli assassini.
In un attimo Zaffo fu in casa e richiuse la porta dietro di s.
Trov Carlotta sempre pi accasciata e sempre pi provocante nella formosa sua nudit.
Se le accost.
Carlotta lo guardava con gli occhi vitrei, immoti.
Il leggero abito da estate che indossava si era facilmente scompigliato; le spalle nude di lei uscivano spiccanti con una curva maestosa dai loro involucri di trina e di seta.
Pareva che gli occhi di Carlotta nuotassero in un mare di volutt.
Zaffo la tocc con un dito su una spalla, poi vi stese cupido la sua ruvida mano.
Ella non si mosse, non fece alcun atto, non lo respingeva pi.
Il saltimbanco credette che ella gradiva il suo omaggio, che si lasciasse sedurre.
Accost le sue labbra fetide, le sue guancie irsute, alla bocca fresca e rosea, alle morbide gote della donna.
Costei non oppose alcuna resistenza.
A un tratto dette in un gemito, che egli interpret come un gemito di soddisfazione.
Fuori di s dalla gioia, pazzo, inebriato, quello strano uomo gi faceva tra s i pi strani concetti.
Volea togliere a uno a uno tutti gl'indumenti di cui erano ancora avviluppate le meravigliose forme della donna.
Ma la persona che lo aspettava di fuori?
Singolare contrasto: Carlotta Delber si trovava sola, in mezzo a quella campagna, tra due persone crudeli, infami, una delle quali aveva sete del suo sangue, l'altra del suo sangue e del suo onore.
Ella si trovava dinanzi ad un assassino che voleva farle violenza prima di ucciderla.
Zaffo si credeva solo, sicuro: per maggior precauzione and alla finestra ed accost le imposte.
La donna non facea alcun segno di muoversi, n si sarebbe mossa per qualche tempo, senza una subita commozione. Essa era invasa da una specie di catalessi. Tutti i suoi sensi dormivano intorpiditi. Lo spavento le avea fatto perdere la nozione delle cose, il sentimento.
Il saltimbanco ebbe un'idea originale.
Volle cominciare dal cavarle gli stivaletti.
Presa in mano la gamba, tornita come quella della Venere di Milo, e rabbrivid al solo contatto.
La gamba, piuttosto grassa, muscolosa, modellata in maniera ammirevole, gli pesava nella mano.
Si dette a sfibbiare lo stivaletto.
Se ne stava tutto chino, intento nell'opera sua: gli occhi gli abbarbagliavano, gli martellavano le tempia; sentiva un'onda di fuoco andargli della testa al cuore.
Ad un tratto, senza alzare la fronte, dette in un grido di raccapriccio.
Un'ombra, un'ombra d'uomo si disegnava dinanzi a lui sul pavimento, e oscillava ai riverberi della candela, come se volesse avvolgerlo, investirlo.
Chi era entrato nella stanza?
Si volt bagnato da un sudore freddo: le labbra incollate l'una all'altra, ghiacciato dallo stupore.
...
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...
CAPITOLO 29.
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...
La persona che era entrata cos all'improvviso gli mise una mano sulla spalla.
Ancora Zaffo non l'aveva potuto vedere in viso.
Avea fatto per la stanza alcuni passi, leggera come una piuma, senza che in quel silenzio neppur si udisse un piccolo rumore.
Zaffo balz in piedi dopo aver dato di mano al pugnale che era in terra vicino a lui. Ma non appena ebbe squadrata la persona che gli si trovava dinanzi, si rasseren.
Non era un nemico, un intruso: era la stessa persona che avea fin allora aspettato fuori della casa e con la quale avea gi confabulato poco prima.
 cos, disse a Zaffo, che tu fai l'opera tua?
Per anche la persona sopravvenuta in quel momento parve meravigliata per la grande bellezza delle forme di Carlotta, che rimaneva tuttora immobile, le vesti cadenti da ogni parte, affascinante nello splendore di quella sua rigogliosa nudit.
Come se non potesse o non volesse pi comportare quella vista, la persona, che il lettore ancora non conosce e che era giunta cos inaspettata, prese uno scialle che era stato buttato poc'anzi sopra una sedia, e ne cuopr il vaghissimo corpo della signora.
Costei fece un movimento; protese le braccia, poi si scosse tutta, si alz e si diresse verso la persona che era divenuta terza fra lei e il saltimbanco.
Sembrava non accorgersi del disordine delle vesti e figgeva gli occhi con una singolare espressione in volto alla persona per la quale Zaffo mostrava nutrire un profondo rispetto.
Zaffo, vergognoso di essere stato sorpreso in quella condizione, a' piedi di Carlotta, se ne stava tutto confuso, col pugnale in mano, senza pur batter palpebra.
Carlotta dopo aver scrutato ben bene il volto della persona a cui s'era avvicinata, esclam:
Sei tu, Rita, sei tu?
La persona cos chiamata vestiva abiti da uomo e gli abiti le andavano cos bene, e si era acconciata con tale arte che di uomo avea tutto l'aspetto e chiunque vi si sarebbe ingannato.
Udendo pronunziare il nome di Rita, arross, non pot raffrenare un impeto di commozione.
Rita, cosa vuoi da me?...  la seconda volta che c'incontriamo! disse Carlotta.
E cominci a andare in volta per la stanza come una leonessa ferita: era invasa da uno sdegno, da una furia di vendette, da una collera senza limiti.
Si avvide della sua nudit e in un attimo si raffazzon le vesti sulle spalle e sul petto.
 lei, riprese Carlotta parlando al saltimbanco e scotendolo per un braccio,  lei che ti aveva dato l'ordine di ammazzarmi?
Zaffo non rispondeva.
Animo feroce ma vile, si trovava imbarazzato, perplesso fra le due donne.
Tu non mi ammazzerai! gli bisbigli all'orecchio. Tu mi farai uscir salva di qui.... Ed io sono tua! soggiungeva Carlotta, esaltata, in preda al delirio.
Il saltimbanco quatto quatto si accostava alla porta d'ingresso.
Le due donne, Carlotta e l'altra, pareva si volessero divorare con gli sguardi.
Rita! grid di nuovo con voce rimbombante Carlotta, ti rammenti quando eri gelosa del cavallerizzo Alfambikow e volevi rapirlo alla mia figliuola... e cercasti un giorno in campagna di farla cadere, mentre traversava su un ponticello di legno un precipizio.... Se io non avessi indovinato un tuo gesto e non ti avessi rattenuta, urlando... il povero angelo avrebbe lasciato la vita in quel luogo orrido....
Rita ebbe un ghigno sinistro: si sarebbe detto che i suoi occhi mandassero lampi di tristi passioni.
Feci male, prosegu Carlotta, a non gettarti io quel giorno con le mie braccia robuste in fondo al baratro dove volevi buttare la mia figliuola.... E chi sa... forse tu pure, continu scorgendo il crudele sorriso che sfiorava le labbra di Rita, chi sa che tu pure non abbi avuto mano nell'assassinio de' miei disgraziati figliuoli.
L'altra non rispose e guardava Carlotta imperterrita in atto di sfida.
Tu non uscirai di qui... o non ne uscir io! disse Rita tra i denti con accento cupo, solenne, appena intelligibile.
Le due donne si guardarono attorno come se tutt'e due, mosse da uno stesso pensiero, cercassero di Zaffo. Ma il saltimbanco non era pi nella stanza. Si trovavano sole.
Nella campagna deserta non un grido, non un rumore, salvo quello del vento sonante tra le foglie e che annunziava co' suoi boati l'imminenza della tempesta.
La candela fitta sul pavimento stava per consumarsi e gittava bagliori scoppiettando.
Era Rita Cofanello, la grande artista del Circo, che travestita da uomo stava dirimpetto a Carlotta.
Mi  necessario, disse risoluta e come se volesse troncar ogni altro colloquio importuno, che tu muoia!
Rita si chin verso terra a un tratto e raccatt la grossa pistola carica lasciata l da Zaffo.
Carlotta teneva gli occhi fissi in quelli di Rita, seguendo ogni movimento di lei, e stava per slanciarsele addosso, volendo impedirle che esplodesse la pistola.
Ma a un tratto la candela che gi era ridotta quasi all'estremo, cadde, si spense.
Carlotta sent afferrarsi per la vita e qualcuno, mormorandole all'orecchio che tacesse, la portava via camminando in punta di piedi.
In pochi istanti Carlotta si trov all'aria aperta.
Colui, che la guidava, le fece fare ancora pochi passi... poi ella ud scalpitare i cavalli.
Erano di certo i cavalli che l'aveano condotta poche ore prima in Brianza.
Si sent sollevare sulla carrozza: poi fu chiuso lo sportello; un uomo sal a cassetta, i cavalli furon messi a una corsa sfrenata.
A Rita Cofanello era sembrato di udir gente camminar per la stanza, e non sapea che pensare.
Il rumore de' cavalli, che si allontanavano, la fece avveduta che era stato ordito qualche tradimento contro di lei.
Zaffo! chiam nell'oscurit.
Ma nessuno le rispose.
Pi e pi volte ripet il nome del saltimbanco.
Sempre senza avere alcuna risposta.
Non aveva fiammiferi per farsi lume, e Zaffo, lasciandola l a quel modo, lo sapeva.
Cos al buio, andava a tastoni, cercando arrivare alla porta di strada.
Incespicava, urtava negli oggetti, nei muri, e il dolore le cavava di bocca orribili parole.
Alla fine sent l'aria fresca che le batteva il volto.
Era dunque vicina all'aperto.
Dette pochi passi, ma si accorse che invece di trovarsi sul pratello davanti la casa, e che metteva nella strada, era nel giardino.
Ebbe un bell'aggirarsi, come disperata, le ci volle un buon quarto d'ora prima di ridursi sulla strada.
Ma sola, nel cuor della notte, non conoscendo il cammino, dove poteva andare?
Non sapeva farsi ragione del tradimento di Zaffo.
Teneva sempre in mano la pistola carica, che, nel suo andar qua e l al buio, era stata in gran pericolo di esplodere, recando a s grave danno.
Deliber tornarsene in casa e aspettar la mattina, sebbene la molestasse il pensiero di dover trovarsi di giorno, cos lontana da Milano, in abiti da uomo.
Quali spiegazioni poteva dare, se fosse riconosciuta?
Sedette sugli scalini della porta, desolata e irritata dell'abbandono, ripensando allo scopo pel quale era venuta in quel luogo e che le era fallito per opera di un volgarissimo saltimbanco.
Si accorava pi che d'ogni altra cosa, della condotta di esso, che possedeva tanti de' suoi segreti e poteva comprometter lei, e mandar a male i disegni di vendetta, che per anni ed anni ella avea penosamente maturati.
Perch l'aveva tradita?
Come mai, cos di repente, era divenuto amico, alleato di Carlotta Delber, che sino allora gli aveva ispirato tanto odio?
Non si era macchiato le mani nel sangue della famiglia di lei? non era venuto l con la determinata intenzione di ucciderla?
Che cosa era avvenuto tra Carlotta e il saltimbanco?
Si ricord dello stato di disordine nel quale l'aveva trovata.
Carlotta avea di certo sedotto quell'uomo.
Ora egli sarebbe diventato un formidabile strumento nelle mani de' suoi nemici.
La Cofanello altera, impetuosa, dissoluta, ebbe subito un'idea:
Io, pens, sono disposta ad usare gli stessi mezzi... Pur che arrivi in tempo!... Disputer Zaffo a Carlotta....
L'uomo immondo si trovava cos ad esser bramato, invidiato da due donne: l'una delle quali, Rita Cofanello, giovane, celebre, aveva avuto e poteva avere de' principi a' suoi piedi.
La casetta di campagna apparteneva ad una vecchia megera, che soleva darla in affitto di tanto in tanto a coppie felici, che venivano a trascorrervi delle mezze giornate.
Era isolata: coperta dagli alberi: rimota dalla strada maestra.
Persone prudenti, o nella necessit di nascondere il pi che fosse possibile le loro liete avventure, solevano riparare a quella casetta; libertini di tutte le et, mariti randagi, che vivono di contrabbandi fuori del tetto domestico, sposine sguaiatelle, che cercano riempire il vuoto... dell'anima con affetti pi fervidi di quelli che loro inspira il sacramento, contratto con tanta devozione; e poi tutto il drappello de' pellegrini d'amore: ragazze che cuciono, che fanno fiori, che cantano o ballano, o vivono soltanto per fare... quello che nessuno pu dire.
Rita si era tutta ingolfata ne' suoi pensieri, mulinava fra s disegni di vendetta.
In un subito si alz inorridita.
Si avvicinava, o le pareva si avvicinasse gente!
Tese l'orecchio.
E giunse a lei chiaro, spiccato, sulle ali del vento, sebbene di tanto in tanto fosse interrotto, il suono di due voci.
Una voce d'uomo e una voce di donna.
Sar gente che passa sulla strada maestra... rifletteva, a quest'ora non verranno qui di certo.
Le voci suonavano sempre pi vicine.
Rita non respirava pi; il cuore le martellava in petto, come se volesse schiantarsele.
Oramai le due persone erano entrate nel viottolo che faceva capo al pratello davanti la casa.
La ragazza si alz e and tentoni a nascondersi in una stanza, acquattandosi dietro alcuni mobili.
Nella sua commozione avea dimenticato la precauzione, che sarebbe stata pi necessaria, quella di chiudere la porta.
I due, che discorrevan fra loro, eran gi arrivati a pochi passi dalla casa.
Guarda!  aperto! disse la donna, che aveva una voce molto sonora.
Meglio cos! potremo entrare senza sforzi, o senza salire dalle finestre! disse l'altro.
Ed entrarono.
Cominciarono a andar per la casa, facendosi lume coi fiammiferi, cercando indarno una candela o una lampada.
Quando furono nella stanza dove pochi istanti prima si eran trovati raccolti Carlotta, Rita e il saltimbanco, scorsero a terra il mozzicone di candela.
L'uomo si chin e lo prese.
Senti... la candela  sempre calda... in casa ci  qualcuno... o sono usciti da poco.
Ecco un velo di donna! disse la compagna dell'uomo, alzando un velo, lasciato su una sedia da Carlotta. Che ci sia davvero gente?
Tutt'e due raccapricciarono.
L'animo pi intrepido, pi coraggioso diventa quasi pusillo in certe occasioni. Il rimanere al buio da un istante all'altro in una casa, non ben conosciuta, dove non si sa chi si nasconda,  fatto da gettare nella massima perplessit persone di indole superstiziosa.
Pietro, disse a un tratto la donna, mi  parso di sentir qualcuno muoversi... laggi.
E ammiccava nel cantuccio della stanza.
Ma il mozzicone di candela, che aveano riacceso, gi scottava le dita a Pietro in modo ch'egli dov lasciarlo andare.
Pur s'accost verso il luogo dove la donna asseriva di aver udito rumore.
Il lucignolo gettava gli ultimi sprazzi di luce.
Al riflesso di uno di quegli sprazzi, Pietro pot vedere dietro la spalliera d'un canap, mezzo nascosta e mal nascosta, una fisonomia che gli parve ravvisare.
Fece alcuni passi innanzi, ma ormai la stanza era tornata al buio.
Pietro andava tentoni, verso dove avea veduto la persona che si celava, domandando:
Chi sei? chi sei?
Il canap fu rovesciato e cadde con molto strepito, urtando Pietro, che vi era arrivato molto da presso, in un ginocchio, e causandogli il pi acuto dolore.
Egli non grid per non spaventare la donna che aveva con s; e perch gli era gi balenato in mente il modo di cavar sicura vendetta da chi lo avea offeso in tal guisa.
Dobbiamo al lettore una spiegazione.
I due, giunti nella casa di campagna, a quell'ora, erano l'acrobata Pietro Foggo e Teresa, la Gigantessa.
Fra loro se l'erano subito intesa; a Pietro era piaciuta quella donna cos forte e atticciata; lei si era lasciata andare a voler bene al giovinotto, robusto, tale che avrebbe saputo proteggerla in ogni circostanza.
L'uno e l'altra per doveano tener occulta la loro relazione a Teodoro Foggo, che nutriva pel fratello una gelosia feroce, e che avrebbe messo tutto in opera per stornarlo da quella passione verso la Gigantessa, non solo, ma sarebbe stato capace di accoccare qualche brutto tiro alla donna.
Erano sulle prime del loro fervore, ansiosi di trovarsi insieme inluogo sicuro. Pietro avea ingannato Teodoro col pi sottile pretesto ed egli avea fatto vista di rimaner tranquillo, consentendogli di non tornar a casa per quella notte: si erano incontrati con la Gigantessa in luogo appartato e di l si eran messi nella campagna, avviandosi alla casetta, che confidavano trovar deserta in quell'ora, e aveano gi combinato il modo di entrarvi, bench fosse chiusa.
Pietro sarebbe saltato sulla finestra della cucina; la finestra era debole, e avrebbe facilmente ceduto, appena sospinta; di l sarebbe andato a aprir la porta e sarebbe passata anche la Gigantessa.
Aveano per commesso un'imprudenza non portando lume, e ne doveano pagare il fio, poich, ritrovandosi al buio, n conoscendo bene la disposizione delle stanze, si erano esposti a un grande rischio e a una bella paura.
Aveano contato poter impadronirsi della casa e restarvi almeno sicuri, non disturbati, sino alla met del giorno appresso.
Contenendo lo spasimo, che gli tormentava una gamba, Pietro si strascic verso la porta d'ingresso, ricordando benissimo la strada che avea fatto per venire dall'entrata nella stanza dove gli era tocco quell'infausto accidente.
Vieni con me, Teresa! mormor.
E in parte guidava la Gigantessa, in parte si sosteneva a lei.
Che hai? essa gli domand, tu zoppichi!
Ho urtato nel mobile che  caduto... non  nulla.... Ma ho visto una persona, che si era nascosta dietro.... Bisogna stare all'erta.... Da un momento all'altro ci posson fare un brutto giuoco.... Mettiamoci vicini alla porta.... Si deve ormai vedere chi .... nessuno potr uscire senza passare per le nostre mani.... Voglio far pagare a costui il dolore che sento....
Hai visto un uomo?...
S, e un uomo che mi pare di conoscere.... una fisonomia che non m' nuova, ma non mi riesce di raccapezzar bene....
Allora ci  forse nascosta anche una donna.... Siamo venuti qui a disturbare.... se ce ne andassimo?
Me ne sarei andato subito! rispose, se quel furfante non mi avesse rovesciato addosso il canap.... ora mi duole troppo il ginocchio.... Dobbiamo dargli insieme una lezione....
Aspettarono invano, appostati sulla porta, per circa un quarto d'ora.
La casa era quieta: nessuno si moveva pi.
Dove sia andato?
Dove sieno andati! si domandavano fra loro a voce bassa.
Aspetteremo la mattina! ribatteva Pietro. A giorno non ci sfuggiranno.... Quando ci vedo, so di poter fare almeno per quattro....
Quella doveva esser la notte dei terrori.
A un tratto udirono a un trenta passi di distanza dalla casa lo strepito di una rissa.
Una voce di donna gridava:
Ahi! Ahi! Lasciatemi!
E un uomo rispondeva. con monosillabi:
No!... no!... qui!...
Eran fuggiti di casa, bisbigli la Gigantessa. Te lo aveva detto che erano due! Ora si bisticciano.
La voce della donna mi par di conoscerla, osserv Pietro.  la voce di una donna della Compagnia...
L'uomo cominci a scagliare imprecazioni contro la donna, che probabilmente voleva scappargli.
Per bacco! esclam Pietro, questa  proprio la voce di mio fratello.
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CAPITOLO 30.
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Ed era Teodoro in carne ed ossa.
Aveva fatto secondo il suo solito: si era condotto come nella notte in cui, dando vista a Pietro di lasciarsi abbindolare dai pretesti che gli recava per non tornare a casa, lo aveva pedinato sino alla dimora della contessa Usupow, scavalcando il muro, saltando anch'egli nel giardino, quando il fratello vi fu saltato.
Teodoro aveva gi fiutato la tresca fra Pietro e la Gigantessa, e, col suo carattere geloso, se n'era subito adombrato.
La sera in cui s'accorse che il fratello avea talento di andar girovagando pi dell'usato, e che metteva innanzi ogni tanto qualche partito per rimaner solo, gli si strinse a' panni e non gli si spiccava pi d'accosto.
Ma Pietro, adocchiato un compagno che passava, gli era corso incontro, lasciando in asso Teodoro, e dicendo che avea da confabulare coll'altro per cose di gran rilievo.
Teodoro, sebbene si accorasse di quella ipocrisia, subodor che il fratello era tirato da un infocato appetito verso la Gigantessa, che avevano di concordia stabilito di far qualche scappata, e non li volle perder d'occhio.
Si mise a seguitare il fratello destramente, per non farsi scorgere, e lo vide accozzarsi allo svolto di una straduzza con la Gigantessa: di l insieme andarono in un'osteria e ne uscirono mezzi brilli, Pietro dando il braccio a Teresa.
A poco a poco l'aria fresca, mettendo in loro nuova lena e come raddrizzandoli sulle gambe, cominciarono a camminare pi di buon passo, e giunsero nell'aperta campagna.
Per Teodoro diventava pi difficile il tener loro dietro senza essere scoperto al rumore del passo e destar sospetto, battendo la medesima strada.
Egli nulla sapeva della casetta misteriosa, e, strada facendo, era stato mille volte perplesso, non sapendo indovinar la ragione che spingeva i due, in tal ora, per luoghi s remoti.
Il cielo di tratto in tratto si faceva pi oscuro, ed egli li sentiva piuttosto che non li vedesse.
Trasecol quando, dopo essersi fermati dinanzi la casa, i due vi entrarono.
Che razza di viluppo era quello?
Se ne stava appostato tra certi cespugli da una mezz'ora, e aveva udito il fracasso fatto dal canap nel cadere, allorquando sent camminare adagio adagio sulla sabbia e i sassi, vicino alla casa.
Qualcuno era uscito, e per non farsi sorprendere, se n'andava via in punta di piedi.
Ma la persona che usciva fuori di casa con tanta precauzione, quando ebbe dato pochi passi si mise a fuggire, come se avesse avuto il pi accanito nemico alle spalle.
Teodoro, gi inquieto per lo strepito che avea udito, sentendo uno fuggire a quel modo, fu preso da spavento che il fratello fosse incappato in qualche sinistro.
E bench non vedesse bene la persona che fuggiva, le mosse incontro e la ferm.
L'altra si dibatteva, voleva svincolarsi, ma Teodoro la teneva ferma con le sua dita d'acciaio, con le quali l'avea ghermita per un braccio.
Il lettore sa che la persona la quale fuggiva era Rita Cofanello, travestita da uomo.
E, sentendo i panni da uomo, Teodoro l'apostrofava con parole violente, e la squassava, la scuoteva, come se avesse appunto avuto che far con un uomo.
Rita avea sempre in mano la grossa pistola da Zaffo lasciata sul pavimento e che ella aveva raccolto, risoluta a servirsene contro Carlotta, e sbramare finalmente la sua sete di vendetta.
La zuffa tra Rita e Teodoro prosegu alcuni secondi.
Pietro e Teresa erano accorsi sulla porta, e, riconosciuta la voce di Teodoro, Pietro con un grido sonoro lo aveva chiamato a nome.
In quel momento tuon fra loro lo sparo di un'arma da fuoco.
Teodoro aveva urtato il braccio di Rita in modo che la pistola avea esploso, ed egli, che non si aspettava il colpo, dette in un grido pi forte degli altri, raccapricciato. Al qual grido, mentre egli si accingeva a cacciarsi sotto lo sconosciuto nemico, e ridurlo a un brutto estremo, rispose un lungo, doloroso gemito di donna.
Teodoro! urlava sempre nel buio la voce di Pietro.
Pietro! rispose l'altro.
Teresa  stata ferita.... Sei tu, infame, che hai tirato il colpo?
Si preparava in quel memento un'orribile tragedia.
La Gigantessa era stata ferita alla mano sinistra e i proiettili le aveano a dirittura lacerato un dito.
Nonostante la robustezza di lei, il dolore era cos intenso che era svenuta, cadendo gi, quasi accasciata sopra di s.
Pietro, al buio, cercando invano di accendere i pochi fiammiferi che gli eran rimasti, si chinava sulla donna, le domandava dov'era ferita.
E nel medesimo istante avvampava di sdegno contro il fratello.
Dopo lo sparo della pistola, e il gemito della donna, la Cofanello, atterrita, aveva balbettato parole sconnesse, come colta da un subito delirio.
Teodoro, all'udire quella voce femminile, rabbrivid.
Rita non si reggeva pi in piedi e gi vacillava.
Le parole minacciose di Pietro al fratello l'aveano a dirittura tolta di sentimento.
E vacillava.
Teodoro la raccolse tra le sue braccia.
Sent il seno della giovane donna, che ansava; il cuore di lei, che batteva contro il suo.
Il sangue gli dette un tuffo: in un istante parve a Teodoro di esser un altro uomo.
La sua indole mite, temperata, schiva di passioni, si era trasformata d'un colpo. Sorgeva in lui un uomo nuovo, ardente, appassionato, impetuoso.
Teodoro, Teodoro, dove sei? gridava di nuovo Pietro con voce vibrante di collera.
Costui ora odiava il fratello.
Il buio, l'ora, il luogo appartato, le due donne l'una ferita, l'altra, causa del ferimento, rimasta pur essa senza forza, le due donne, ciascuna delle quali affuocava ora il cuore de' fratelli con un opposto affetto: tutto avrebbe in quel momento inspirato a chi si fosse trovato l, terrore ed angoscia.
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CAPITOLO 31.
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Teodoro, tutto occupato a sostener la ragazza, vestita da uomo, che avea fra le braccia, non rispose alle grida di Pietro.
Ma la ragazza, sempre pi colta da spaventi, ormai cadeva in un vero deliquio.
Cos Teodoro l'ebbe tutta in sua bala.
Chi sara? pensava fra s. E che mistero  quello di stanotte?
Pietro ebbe anch'egli un momento d'inquietudine indicibile.
Era forse Teodoro, che si trovava in casa, quando egli e la Gigantessa erano arrivati? Ma che vi faceva allora con l'altr'uomo, che Pietro avea veduto nascosto dietro il canap, e che gli avea cagionato un s acuto dolore, rovesciando il mobile, e urtandolo nel ginocchio?
Pietro sapeva che Teodoro era buono, che gli voleva bene come alle pupille de' suoi occhi, ma anch'egli lo avea sempre amato e ora l'odiava. Se Teodoro, per un caso qualunque, avesse pur cambiato a un tratto i suoi sentimenti verso di lui! Teodoro era fortissimo, capace di violenze, se irritato, e se tra loro due fosse nata una disputa....
Non si era mai scordato, Pietro, di un diverbio feroce, che avevano avuto tra loro un quattordici anni prima. Si erano avventati l'uno sull'altro come due fiere, si erano rotolati per terra, egli ne avea avuti gli occhi, il volto, tutti pesti, e si era alzato con la bocca schiumante di sangue.
Per due giorni Pietro avea dovuto restare a letto, con le ossa che gli crocchiavano, e tutto livido. Teodoro l'avea voluto assistere, ma serio, burbero, senza dir verbo. Una sera, sul crepuscolo, vedendolo pi pallido del solito, Teodoro gli si era gettato al collo, dando in uno scoppio di pianto.
Aveano pianto, pianto tutti e due per pi di un'ora; poi tra i singhiozzi, si eran giurati di amarsi sempre, senza che nulla potesse venire a turbare la loro armonia.
Ti vorr bene come un padre! avea detto Teodoro.
E avea tenuta la promessa.
Egli non avea amato il fratello, ma l'aveva quasi nutricato di vezzi; non si era raffreddato un momento nel cordiale affetto per lui.
Caduta in deliquio la Cofanello, Teodoro, che se la teneva stretta sul petto, pens ad avvicinarsi alla casa.
Dall'esplosione del colpo di pistola erano appena corsi alcuni secondi.
Sollevando la Cofanello come se fosse una piuma, Teodoro ai fece innanzi, e rispose a Pietro, che taceva in una penosa trepidanza:
Pietro, sono io! Porta un lume!
Teodoro parlava in tuono amichevole. Pietro si rassicur.
Non abbiamo lumi! replic.
Dirigendosi all'oscuro dove sentiva la voce, Teodoro in un attimo fu presso al fratello e adagi la ragazza sugli scalini della porta, accanto alla Gigantessa, che il dito fracassato facea spasimare.
Che c'? domand Pietro. Eccoti prima di tutto la mano.
E i due fratelli si strinsero la mano nel buio, dopo essersi cercati.
Chi  con te? ribatt Pietro. Dove  venuto il colpo di pistola?
Ti avevo seguitato... Tu sai... Pietro... che quando non torni a casa la sera io non posso andare a letto....
E infatti Teodoro era come quelle mamme, avezze a ricever sempre la buona notte dal figliuolo, e che non possono risolversi a coricarsi, se per caso una volta il figliuolo torna alla dimora pi tardi dell'usato.
Stavo nascosto, prosegu Teodoro, fra certe piante a pochi passi di qui.... Poi ho sentito nella casa un rumore.... Due o tre minuti appresso mi  passato vicino un uomo che fuggiva.... L'ho fermato, ma per fermarlo  stata necessaria una lotta.... Teneva in mano una pistola, che nello azzuffarci ha esploso... e ha ferito Teresa... perch l'ho udita lamentarsi.
Dunque tu non eri in casa?
No.
E chi c'era allora con l'uomo che fuggiva e che tu hai fermato: con l'uomo che ora hai portato qui?... E perch non parla? e non si muove?
La Cofanello, fuori di s, non sentiva i due che parlavano.
Se ella avesse potuto immaginare che si trovava in potere de' due artisti della Compagnia, dei due fratelli Foggo!
Il bello , soggiunse Teodoro, che l'uomo, il quale fuggiva,  una donna!...
Come?
 una donna vestita da uomo!
Ma che dici mai? o che siamo venuti a far qui stanotte per nostra disgrazia?...  la notte delle avventure, dei miracoli.... Se potessimo vedere chi e?... Io non ho pi fiammiferi....
Cerchiamo un lume! disse Teodoro.
Dove?
Lasciami fare.
Teodoro entr in casa; e adagio adagio and da una stanza all'altra, cercando le porte, infilandole con precauzione, tastando i muri.
Finalmente arriv nella cucina.
Mise le mani su un tavolino, su un armadietto, cerc, frug, trov un lume. Ma come accenderlo?
Teodoro non disperava.
Ritto in punta di piedi, strisciando con le dita sull'orlo della cappa del camino, sent un mucchietto di fiammiferi, tutti coperti di polvere, e che erano l chi sa da quanto tempo.
In un secondo ebbe acceso il lume.
Subito si avvi per andare a ritrovar Pietro.
A un tratto il lume rischiar la porta sugli scalini della  quale erano, quasi supine, le due donne, e Pietro ritto in mezzo a loro.
Tu, Teodoro, sei un grand'uomo! egli esclam, vedendo arrivare il fratello. Incontanentemente Teodoro abbass il lume verso la donna, vestita da uomo.
Pareva per un istante avesser dimenticato la Gigantessa.
Guardiamola bene!
E si chinarono ansiosissimi.
Pietro le alz il capo.
I due fratelli, appena l'ebbero guardata in viso, impallidirono, n ebber pi forza di spiccar parola.
La riconosci? domando Pietro a Teodoro.
Teodoro tremava.
L'aveano riconosciuta: era Rita Cofanello, la celebre cavallerizza, chiamata nei cartelloni del Circo, la Meraviglia delle Meraviglie.
Che era venuta a fare in quella casa, a tale ora, in abiti da uomo?
Questa  di sicuro un'avventura amorosa! esclamava Pietro, irriflessivo, di primo impeto. Essa  arrivata qui di certo con un amante, che dev'essere tutt'ora nascosto in casa!
Una tale ipotesi non garbava a Teodoro, che s'era in un subito infiammato di una viva passione per quella donna, prima d'averla riconosciuta.
Egli non pensava pi che al momento in cui l'aveva accolta fra le sue braccia e alla forte impressione che ne aveva provato.
Un amante! egli borbott. Tu rimani qui: vado subito a cercare!
E preso il lume entr in casa, gir per tutte le stanze, rifrust ogni cantuccio, ma indarno.
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CAPITOLO 32.
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Torn a Pietro, tenendo in mano un velo nero: il velo lasciato da Carlotta.
Sai che cosa debbo dirti? esclam Teodoro. Non ci era qui un'altra donna....
Strano davvero!... Che facevano qui due donne sole.... una vestita da uomo?... Ci sarebbe da supporre...
Chi  cotesta donna? domand la Gigantessa, alzandosi un poco e ammiccando verso la Cofanello...
 la Meraviglia delle Meraviglie! rispose Pietro.
La Gigantessa ebbe un grido di stupore.
E a grande stento, aiutata da Pietro, si rizz in piedi.
Tutt'e tre non sapevano farsi ragione di quello che accadeva.
Dov'era andata l'altra donna, che si trovava nella casa?
Come mai la Cofanello aveva in mano una pistola carica, e nel salotto, Pietro avea trovato in terra un pugnale?
La Cofanello si scosse: tornava in s.
Guard le persone che la circondavano e fece un gesto di grande sorpresa; quasi non credeva a' suoi occhi.
Ma non poteva pi nutrir dubbio; essa avea dinanzi as i due ginnasti, gli acrobati della Compagnia, i fratelli Foggo.
Avea pur ravvisato la Gigantessa, che gi le era capitata dinanzi una o due volte nel Circo, e che non era difficile il ravvisare.
Bench sapesse che, esplodendo la pistola, costei le aveva lacerato il dito, la Gigantessa non fece atto di risentimento.
Era in apparenza tranquilla, e si fasciava da s la mano offesa con un fazzoletto. La cavallerizza, ardita com'era, non si smarr d'animo.
Balz in piedi e cercando il cappello, mormor:
Buona notte!... io me ne vado.
E si avvi per allontanarsi.
Signorina! disse Teodoro, risoluto a non lasciarla andar sola. Dove vuole andare a quest'ora?... Io l'accompagno!
No... No!... rispose la Cofanello, che non si era accorta del nuovo sentimento, che essa ispirava nel ginnastico e che gi lo torturava.
Teodoro se le avvicin:
Signorina! le bisbigli, fidatevi di me.... La mia forza, il mio coraggio, la mia vita v'appartengono. D'or innanzi sono vostro!
Parlava con tale accento, la guardava con tale espressione, tutto trepidante, commosso, che la cavallerizza si avvide come ella avrebbe avuto in quell'uomo uno schiavo fedele.
Ripens al bisogno che ella aveva di protezione, di qualcuno che la difendesse contro le insidie di Zaffo, che ella gi preparavasi a disputare a Carlotta....
Accetto che mi accompagniate!... ella rispose, con freddezza e piglio altero.
Teodoro non respirava. L'idea di far tanto cammino, di notte, con quella bella ragazza, di parlare con lei, di attirarla a s con appassionate persuasioni, lo eccitava.
Pietro strabiliava. Egli avea sempre odiato la Cofanello: insieme col fratello avevano giurato di vendicare l'innocenza di Jole, che essi indovinavano fosse stata da costei calunniata e fatta precipitare in un'insidia tremenda.
Teodoro!... voglio parlarti, disse Pietro, toccando il fratello in una spalla.
Eccomi subito! riprese l'altro, ed entr in casa dietro al fratello, ma di mal animo e ingrugnato.
Ti rammenti che cosa avevamo giurato?... Di salvare la Figlia dell'Aria, che  in prigione, di smascherare la sua nemica... e tu ora sei diventato il suo cavalier servente....
Non dir nulla contro quella donna... ribatt Teodoro, a denti stretti e irritato.
Pietro cap che non era momento di discorsi, o il fratello avrebbe dato in qualche violenza.
Sciagurati tutti e due... s, siamo sciagurati! soggiunse Pietro con energia. E la causa di questa vilt, di questo scompiglio sono io; io con le maledette mie tresche, i miei dannati amori... Se stasera fossi tornato a casa....
Addio, Pietro! interruppe Teodoro.
E, senza dir altro, usc e si profferse alla Cofanello come pronto ad accompagnarla.
Non aggiunsero una parola, non dettero una occhiata alla Gigantessa, e di buon passo incontanente si dilungarono.
Dopo un istante, Teodoro tornava indietro.
Siamo intesi! disse al fratello. Di tutto quello che  accaduto stanotte, nessuno di noi ha veduto o saputo nulla.
Sta bene! rispose Pietro. Ti do la mia parola.
E l'altro gli volt subito le spalle e and a raggiungere la Cofanello, che lo aspettava.
Ormai tra i due fratelli, che avevano vissuto in tanta concordia, era sorto un demone; la malaugurata passione di Teodoro per la Cofanello li doveva disunire per sempre; Teodoro il quale sin allora non aveva amato che il proprio fratello, chiudendo il cuore ad ogni altro affetto.
Un giorno forse Teodoro e Pietro sarebbero diventati terribili nemici!
L'occhio della polizia, che vede tutto, anche quando  creduto pi lontano da coloro che lo temono, vegliava sui misteri di quella notte.
La Gigantessa pensava tra s:
Bisogna che cerchi di rimaner libera al pi presto possibile e vada a raccontare a Domenico i casi di questa notte!...
Ed erano tali da metter una polizia accorta, illuminata, in condizione da trovare il bandolo di s arruffata matassa.
Con l'aurora di quel giorno avrebbe dovuto scendere un raggio di speranza nella prigione di Jole!
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PARTE SECONDA.
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ZAFFO.
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CAPITOLO 1.
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Ormai erano trascorse due settimane dacch Jole era in prigione.
Il processo contro la bella e famosa artista teneva sospesi il Tribunale e la Curia. Se ne parlava sempre: nei caff, nelle strade, nei teatri, nelle conversazioni.
I nomi di Jole Zumarra e della contessa Usupow erano sulle labbra di tutti.
Un fatto era venuto ad aguzzare, irritare la pubblica curiosit: il tentato avvelenamento del conte.
Per uno di quei prodigi che la scienza riesce a compiere talvolta, egli era stato salvato, ma il delitto rimaneva, e per referto di medici era stato denunziato alla giustizia, la quale cercava il colpevole.
La polizia e i magistrati di Milano aveano di che occuparsi in quel momento.
Tre delitti, consumati in breve lasso di tempo, erano rimasti misteriosi.
Il duplice assassinio di via Fiori Scuri;
La lettera minatoria indirizzata alla contessa Usupow;
L'avvelenamento del conte.
Nessuno prevedeva che questi tre delitti potessero esser collegati tra loro.
Il conte era stato interrogato dal giudice istruttore.
Egli avea detto ricordarsi che il giorno in cui gli era stato ministrato il veleno, era uscito di casa nel pomeriggio e si era fermato nella bottega di un liquorista per pochi minuti.
Mentre chiedeva da bere, gli si era accostato un uomo di aspetto assai sgradevole, e anzi gli si era accostato tanto che lo aveva perfino urtato. Vedendo passare un amico, il conte si era allontanato un istante dal banco, lasciandovi sopra il bicchiere, per andar sulla porta a salutare colui che passava.
Se egli rivedesse l'uomo, forse lo riconoscerebbe!
Si fecero subito ricerche nella bottega del liquorista.
Il veleno somministratogli, dovea aver lasciato traccie nel bicchiere: ma eran passati due giorni, e comecch accadesse, o per malizia, o per caso, nulla si rinvenne.
Allora pi che mai si diffuse la infame voce che il veleno fosse stato propinato al marito dalla contessa, e si allegava che, soltanto a scusare la moglie, a fuorviare le indagini, egli avesse raccapezzato quella storiella.
E la calunnia era difficile a sventare, poich, secondo il solito, si andava spargendo alla sordina, zufolando all'orecchio di questo e quello: le donne laceravano la riputazione della contessa, come una tigre avrebbe azzannato la pelle morbidetta di un agnello, capitatole tra le unghie, ma in apparenza tutte le si porgevano amiche, fingevano di averle gran piet, di spasimare per lei.
L'intrigo col principe Crovelli, la lettera minatoria, il veleno: la graziosa donnina era incappata proprio bene! Una testina sventatella, un cuoricino leggero, un animo troppo facilmente aperto a instabili, spensierati affetti, non aveano mai espiato s duramente i loro leggiadri e fugaci errori.
Il conte era subito partito: lo annoiavano gl'interrogatorii; lo molestavano le domande continue degli oziosi; l'attenzione, della quale si vedeva oggetto, per tutto dove andava. E con lui era partita la moglie, la quale pochi giorni appresso era tornata in segreto, senza far saper nulla, altro che all'avvocato Avelloni, n egli stesso capiva la ragione per la quale fosse tornata.
L'avvocato si trovava ormai in una condizione assai singolare.
Egli era il difensore di Jole, e l'amico, il confidente di colei, per la quale Jole era stata rinchiusa in prigione.
Poi studiava il processo e pi lo trovava intricato, e meno intendeva il motivo della lettera minatoria.
Di tratto in tratto veniva a trovarlo il principe Crovelli.
Sempre irritato contro la contessa, prorompeva in sfuriate verso la donnina giovane, amabile, che pur avea tanto vezzeggiato: la chiamava rea, e sola rea di tutto quello che era accaduto.
La contessa instava coll'avvocato Avelloni perch gli procurasse modo di incontrarsi col principe e gli avea dato autorit di parlargli a questo scopo in nome di lei. Assicurava che avea da dirgli cose di molto rilievo.
Ma il principe, alla sola proposta, era andato su tutte le furie, e l'avvocato, volendo lasciar passare la vampa, si era quietato, ed aspettava che gli si offrisse un miglior destro. Ormai non sapeva spacciarsi da quelle premure, da quelle assiduit, che avea cominciato a consacrare alla vaga donnina: essa lo aveva ammaliato.
Si accorse che in certi giorni pensava pi a lei che al processo di Jole.
Jole perdeva dunque, per opera di donne, tutti i suoi amici e sostenitori.
Pietro si era immelensito nell'amore per la Gigantessa; Teodoro imbestiava per la Cofanello; l'avvocato Avelloni cedeva agl'incanti, ai filtri sottili della bionda e irresistibile fata, dal collo candidissimo, e dal piedino affilato.
Il padre di Jole non era guarito, anzi andava ogni giorno peggiorando; si era scatenata su di lui una malattia infiammatoria, che gli aveva messo il cervello a soqquadro; si scuoteva sovente in un delirio furioso, e i medici consigliarono, perch non si offendesse da s, gli fosse messa la camicia di forza.
Ma che cosa era tornata a fare in Milano la contessa Vera!
Il Circo, per espresso desiderio di Jole, si era riaperto; gli artisti erano tornati ai loro esercizi.
Pietro se ne stava da s in disparte con la Gigantessa: Teodoro, con meraviglia di tutti, si mostrava ligio verso la Cofanello, dalla quale non si spiccava mai: e quasi non rivolgeva pi la parola al fratello.
Un giorno le mura di Milano furono tappezzate da immensi avvisi in bizzarri e svariati colori.
Il segretario del Circo annunziava l'arrivo di un fenomeno, di un portento, di un'artista mondiale, colossale, che avrebbe eseguito sul famoso cavallo Porsenna esercizi prodigiosi, sorprendenti, eclatanti, inarrivabili.
Cosa pi atta di tutte a solleticare la curiosit, si annunziava che la giovine artista, per ragioni difficili a dirsi, non si sarebbe presentata nel Circo, se non mascherata.
I giornali presero a raccontare ingegnose storielle.
Una giovane americana, di famiglia cattolica, entrata da giovinetta in una Compagnia, era piaciuta a un principotto tedesco, che l'aveva sposata, l'aveva sorpresa in flagrante delitto, era stata chiusa in un convento, dal quale era fuggita, tornando alla sua professione.
Portava una maschera, per non comparire al pubblico in costume di funambula, ed esser riconosciuta qual gentildonna, che aveva uno dei pi bei nomi d'Europa.
Altri asseriva che la cavallerizza mascherata era una giovane nobile, che, contrariata in un grande amore, era scappata dalla casa paterna, e ora faceva quella professione per sostentare s e l'amante, che era un poeta, povero e malaticcio.
E se ne squattrinavano cos di tutti i colori.
Con tali strattagemmi era tenuto a bada il pubblico.
Mentre i frequentatori del teatro aspettavano il presentarsi della cavallerizza mascherata, Jole si struggeva di mille affanni, tra speranze, paure, trepidazioni, nella prigione.
Un dopo pranzo, suor Silvestra l'aveva lasciata, dicendole che non tornerebbe a vederla se non trascorse alcune ore.
Ma ecco, un'ora appresso, entrare di nuovo nella prigione la monaca con passo concitato, con gesti di forsennata, come qualcuno la inseguisse.
Jole le and incontro.
Non le vedeva il volto, perch teneva il cappellone, che hanno le suore di carit, tutto tirato sugli occhi.
La prigione era stata rinchiusa.
Avvicinatasi alla monaca per domandarle che avesse, Jole indietreggi subito, presa da orrore.
Nella monaca, entrata cos furtivamente nella prigione, ella aveva riconosciuta la contessa Vera.
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CAPITOLO 2.
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La contessa Vera! esclam Jole, scrutando la monaca. Voi qui! aggiunse.
La seducente donnina aveva alzato la testa. I suoi capelli biondi, ricciutelli, erano tutti coperti dalle candide ali del cappellone di suora, in mezzo alle quali spiccava dolcemente il visetto roseo, dai delicati contorni, dal vivo incarnato, sul quale parea balenassero gli occhietti ridenti e fuggitivi.
La monaca si mise un dito in croce sulle labbra, come per far cenno alla ragazza che tacesse.
Con l'altra mano snocciolava i chicchi della lunga corona, che le pendeva dal fianco.
Era la pi gentile e garbata monachina, che si potesse vedere; tutta atteggiata a compunzione; fisonomia d'angioletto vispo che stesse ogni momento in bilico di scivolare e traboccare gi dal paradiso.
Tremava, tutta confusa e esaltata per l'atto difficile, arditissimo, da lei compiuto.
Con grande sforzo della sua tenace volont, adducendo a pretesto il chiasso che si faceva intorno al suo nome, le peripezie che di recente le erano intervenute, era riuscito bel bello a farsi accogliere nel convento delle Suore di carit. Si diceva anelante di riposo, desiderosa di trovare nel ritiro la smarrita pace della coscienza.
Si era cattivata l'amicizia di suor Silvestra, la quale aveva tanta indulgenza per le donnine un po' deboli, un po' leggere; suor Silvestra, che, sebbene vivesse con la rigidit e la purezza di una santa, pur non potea al tutto lasciarsi cader di mente che era stata giovane, vezzosa, e per alcuni anni ballerina delle pi applaudite e corteggiate.
Un immenso dolore l'aveva gettata nel chiostro, come gi abbiamo accennato; v'era entrata con l'animo straziato, e la fede, l'austerit dei costumi, gli atti soavi della carit l'aveano ritemprata.
La contessa Vera stava da qualche tempo attorno a suor Silvestra, aspettando che ella le offrisse il destro di mettere ad esecuzione il disegno che andava accarezzando.
Si era procacciata un vestito da monaca che le andava a pennello.
Quel giorno, saputo da suor Silvestra che ella si sentiva assai male, e non sarebbe tornata alle prigioni, se non verso sera, parve alla contessa non dover lasciar fuggire la propizia occasione.
Si accomod il vestito da monaca, e difficile sarebbe stato a chicchessia il ravvisarla: trepidando sul buon successo della sua impresa, si avvi alla prigione di Jole nell'ora in cui gli altri giorni era solita, dopo pranzo, andarvi suor Silvestra.
Le guardie la lasciarono passare; il custode le fece riverenza e si affrett ad aprir la prigione alla Madre.
Non  a dire la sorpresa di Jole nel vedersi dinanzi cos impensatamente la sua implacabile nemica, o meglio la donna, che ella teneva per tale.
Le occorse alla mente che fosse venuta per ucciderla.
A quale scopo si sarebbe acconciata in quegli abiti, se non per assicurare l'impunit al suo delitto?
E si apprestava a difendersi.
Ma la contessa era venuta con ben altre idee. Sebbene volubilissima nelle sue passioni, le era entrato nel cuore un affetto ardente, che non le lasciava pi requie, per il principe Crovelli.
Questo, da che il principe l'avea dispregiata, respinta da s.
Era la prima volta che un uomo non si piegava innanzi a lei e si ribellava all'assoluto dominio che era avvezza ad esercitare.
Tra tutti i guai che le erano piombati addosso, e che avrebbero sgomento il pi forte animo, non avea dimenticato un solo istante l'affronto ricevuto.
Il suo pi fermo proposito era di riconquistare il cuore del principe.
Violenta, come sempre, avea concepito il pi strano disegno: ricuperar l'amore di lui per mezzo di Jole, della sua rivale!
La sorpresa che Jole aveva provato al veder entrare la monaca nella prigione, si accrebbe allorch costei cominci a parlare.
Jole si aspettava una voce concitata, parole aspre, un diverbio, una lotta.
La contessa Vera, subito accorta della disposizione d'animo della ragazza, le avea piuttosto susurrato che detto:
Non abbiate paura.... non sono venuta per farvi alcun male.... Riflettete che basterebbe un solo vostro grido perch accorresse gente e io fossi scoperta... Se mi trovo qui, vuol dire che mi ha spinto un motivo assai grave.... Non vi meraviglino questi abiti.... Come avrei potuto arrivare altrimenti fino a voi?...
Che cosa volete? domando Jole con piglio imperioso.
Vengo a far un appello al vostro cuore di donna.... Voi sola potrete comprendere....
E siete voi.... voi che venite qui a parlarmi di cuore? disse Jole indignata.
Perch no?
Credete non sappia ch'io sono precipitata in questa prigione.... anche per i vostri intrighi? Non siete voi una delle disgraziate per le quali mio padre  oggi vicino alla morte?... Ma guai a voi, se....
Jole era commossa a segno da non poter pi parlare.
Sbagliate! rispose la contessa, tutta umile e che pareva altra donna. Per circa due ore, nessuno verr di sicuro a sturbarci. Potremo dunque discorrere a tutto nostro agio.... e vi mostrer in quale errore siete caduta....
Non m'importa: non m'importa: da voi non temo che insidie: non crederei a nulla di quanto voi mi direste: crederei anzi tutto il contrario!... Potrei gridare.... far accorrere qui i custodi.... farvi arrestare.... Sarebbe un bello scandalo per tutta Milano, se si sapesse che la contessa Vera Usupow  stata sorpresa nella prigione della Figlia dell'Aria, vestita da monaca.
Vera rabbrivid a quella minaccia.
Ma non abbiate paura.... Una donna del Circo avr la generosit di salvare una gentildonna che l'ha tradita... Parlate con franchezza: e ditemi in breve, qualunque sia, lo scopo della vostra visita....
Voi mi accusate a torto, rispose Vera, dopo una breve pausa. Vi giuro: se io avessi sospettato che la lettera minatoria da ma ricevuta poteva recar a voi, alla vostra famiglia s gravi conseguenze l'avrei distrutta.... Meglio, del resto, io non avessi mai recapitato quella lettera nelle mani della polizia!
Ma siete voi proprio innocente? chiese Jole, alla quale il tuono di sincerit con cui parlava la contessa era entrato addentro nell'animo. Non potea farsi ragione che quella donnina, di aspetto gentile, co' suoi occhietti bagnati di lacrime, mentisse in tal momento.
Sono innocentissima! ribatte la contessa Vera. E se voi avete sofferto dal giorno del vostro arresto, sappiate che i miei dolori non furon meno cocenti dei vostri.
E le raccont a filo a filo quello che aveva patito: le ingiuriose calunnie, le paure, l'inopinato caso del marito avvelenato.
Non tutti per vi hanno dimenticato, soggiunse Vera parlando a Jole. Vi  chi vi difende con grande energia.
Chi?
Vera le descrisse l'arrivo di Pietro Foggo in casa sua, dove era salito di notte, arrampicandosi a una finestra del giardino.
E in pubblico, che cosa si dice di me? domando Jole ansiosissima. Si dubita del mio onore, mi si crede capace di aver scritto una lettera per estorcervi tremila lire?
La contessa rimase alcuni istanti dubitosa.
Non temete di dirmi la verit.... anche se acerba, incalzava Jole. Sono preparata a tutto.
In pubblico, riprese Vera, si dicono di voi le cose pi pazze e pi maligne.... Vi  chi vi crede colpevole.... Le donne sono accanite nell'accusarvi.... Giovane, bella, famosa, voi eravate pericolosa per molte.... oh, s, una rivale....
La contessa aveva proferito quest'ultima parola con veemenza, con accento vibrante di collera.
Jole si accorse del cambiamento avvenuto nel volto e nella voce di colei che avea gi riguardata per sua nemica.
Oltre il ginnastico vi  un'altra persona che vi difende.... prese a dir Vera, con accento che si studiava addolcire di bel nuovo.
Lo so!
Sapete che il principe Crovelli  tutto occupato a preparar la vostra difesa? balbett Vera, quasi tali parole le avessero scottato le labbra.
Vi ripeto. Lo so.
La Figlia dell'Aria era divenuta cupa, severa.
Guardava la contessa in atto di sfida.
Con l'acutezza propria della donna nel saper discernere certi sentimenti, le avea letto nell'animo le rinascenti gelosie.
E in lei si ridestavano i sospetti.
Quella era la donna che l'aveva condotta all'ignominia della prigione, che l'avrebbe trascinata nel ludibrio di un processo: ed ella avea potuto poco prima crederla innocente: ed era venuta l a render pi acuto il suo supplizio, con le rampogne della sua gelosia!
Il momento era bene scelto per mettersi a parlare di rivalit, di amori, a un cuore come il suo, contristato da tante afflizioni.
Ma alla fine Jole era donna, e si disponeva ad accettare la lotta. Se la contessa Usupow era davvero innamorata del principe, essa ora le preparava un acerbo castigo: voleva infliggerle le pi crudeli torture.
S, disse Jole con voce languida, il principe mi ama!
Le guancie di Vera si fecero di porpora.
Ella si sentiva soffocare: le riusciva incomportabile l'umiliazione, che pure, venuta l, si era risoluta ad affrontare.
Ma la passione di donna che, offesa nel suo amor proprio, era determinata a voler riacquistare il perduto amante ad ogni costo, la vinse; un orgoglio era dominato da un altro.
Pel modo con cui Jole si diportava verso di lei da alcuni istanti la contessa avea capito che ella era tornata a nutrire un certo malvolere.
Vedo che voi diffidate di me, disse, porgendosi pi umile che poteva. Non riesco a contenere gl'impeti del mio carattere; ma vi assicuro di nuovo che non ho intenzione di farvi alcun male.... Io sono pi infelice di voi.
Jole, meravigliata, le affissava gli occhi nel volto.
Come volete ch'io vi creda?
Vera dette un sospiro.
Le lacrime cominciarono a rigarle il viso; sarebbe stato arduo il dire se piangesse per stizza, per affetto, per gelosia.
Io amo! replic Vera. Sono tormentata da una passione che mi distrugge: ho il cuore straziato....
E che debbo io farci? instava Jole, pur sapendo il colpo che assestava, con la sua simulata indifferenza, nell'animo della bella donnina.
Voi potreste essermi cagione di un immenso conforto....
Io? in che modo?
Non vedo pi l'uomo cui avevo consacrato la mia pi grande affezione; un'affezione colpevole se volete, ma della quale io non posso guarire.... Egli mi ha abbandonata.... Io sono costretta ad una vita di lacrime, di disperazione.... Voi, con una parola, avreste modo di ricondurlo a me....
Jole le dava occhiate altere, sprezzanti.
La contessa in quel momento si sentiva proprio l'animo esacerbato da tutti gli strazii; sosteneva il supplizio che danno le forti e mal corrisposte passioni.
Con un brusco movimento aveva afferrate le mani di Jole tra le sue e se le era accostate alle labbra.
La ragazza aveva fatto atto di ritrarle come colta da ribrezzo al contatto di quelle mani cos gentili, che ella stava dubbiosa avessero architettato la sua rovina.
Ma le lacrime di Vera caddero ardenti sulle mani che stringeva, e la Zumarra si sent commossa.
Ah! tutt'e due amiamo! disse Vera, profittando destramente di quella commozione, e gettando le braccia al collo della ragazza. Tutt'e due amiamo! e una di noi bisogna sacrificarsi?
Chi amate? disse Jole senza pensare a quanto la domanda fosse allora inopportuna.
La contessa piangente, tanto vaga nel suo abito da monaca; Jole pallidissima, con un vestito tutto nero, che rifioriva la sua bellezza quasi divina: le due donne, le due rivali, cos abbracciate nel carcere formavano un quadro, degno che si desse a ritrarlo il pennello pi delicato.
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CAPITOLO 3.
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Io amo il principe Crovelli! disse Vera studiando nel volto della rivale l'impressione che vi si dipingeva a queste parole.
E l'amo anch'io, disse Jole di rimando, imperterrita, staccandosi dalle braccia della contessa. Egli vi ama?
La contessa non rispose.
No, prosegu Jole. Voi siete reietta da lui. Voi, nobile, in grande stato, voi, che gli avete dato tutto il vostro cuore, gli inspirate disgusto; egli ama me, oggi disprezzata da molti, gettata in una prigione, infelicissima: egli si adopera a provare la mia innocenza. E da me non ebbe mai speranze, o lusinghe.... Fra la gentildonna e la saltatrice, ormai egli non sta in forse....
Ma se sapeste quanto egli mi ha amato! soggiunse la contessa con accento melanconico; se sapeste quante ore egli aspettava per vedermi solo per un istante; se vi leggessi le sue lettere, veementi, calde di passione.... Egli era il pi obbediente e sommesso degli uomini. Sovente gli ho veduto all'occhiello per due giorni lo stesso fiore, che a me era caduto dal petto in teatro, o in un salotto.... Il mio capriccio era la sua legge. Oggi mi odia....
Perch? domand Jole con piglio malizioso.
Perch sospetta che io sia stata la causa che voi vi trovate in questa prigione. Ora un tal sospetto  assurdo. 
Chi sa! mormor Jole.
Chi sa? replic la contessa tutta accesa. Osereste anche voi di calunniarmi?
E se io osassi?... Non avrei diritto di pensare che voi, gelosa, abbiate tentato sbarazzarvi di me?...
La contessa Vera, con gli occhi bassi, presa da un fremito, faceva sforzi inauditi per rattenere la collera, cui tali parole stavan per dare il trabocco.
No, ripigli, dopo un breve silenzio, voi non potete calunniarmi.... A voi non  ignoto che avevate nemiche pi forti di me, per esempio, nel Circo.... fra le artiste vostre compagne.
La contessa avea buttato l quell'osservazione cos alla ventura, inconsapevole di apporsi tanto al vero: ma Jole fu scossa da una tale perspicacia.
Era nella contessa un presentimento, oppure avea ella appreso qualche cosa?
Volle tastarla.
Chi m'assicura, ella disse, che voi non vi siate messa d'accordo con le mie nemiche?
La contessa ebbe un gesto di sdegno.
O allora, com' che siete tanto bene informata?
Vera tacque; ella cercava ravviare nella mente i pensieri che la andavano sempre pi turbando. Non volea dar in escandescenze: era studiosa di temperarsi, volendo giungere al segno cui mirava.
Io conosco, disse, parlando con molta lentezza,  le difficolt, le insidie, le emulazioni che si trovano nella vostra professione.... Cotesta professione fu un tempo la mia!
Voi siete stata nel Circo? chiese Jole ammirata.
Io sono la sorellastra di Sergio Dimitri Alfambikow!
La Zumarra non seppe pi contenersi.
Ella avea udito raccontare frastagliatamente la storia del bel Sergio, del portentoso artista, sospiro delle dame, delizia dei pubblici, fulgido astro dei Circhi.
Le erano venuti all'orecchio curiosi particolari intorno alla nascita di lui, che avea serbato sempre in s; ma da un dialogo colto a frullo una sera fra due donne, che le avean prodigato tanta affezione, mentre ella si trovava, pochi anni prima, in una citt degli Stati Uniti, avea compreso che Sergio Dimitri e lei erano figliuoli dello stesso padre, sebbene Sergio portasse un altro nome.
Come dicemmo, ella non aveva mai lasciato trapelar nulla per non recar dispiacere al vecchio Zumarrow.
La relazione della contessa le avea quindi recato un grande stupore.
Che cosa avete? le domand Vera, avvedutasi del turbamento di lei.
Nulla. Ma dite: siete voi dunque... la sorellastra di Sergio Dimitri Alfambikow?
S.
Le due donne serbarono un lungo silenzio.
Qui... fra le mie braccia, cara Vera! esclam a un tratto Jole, muovendo incontro alla contessa.
Vera non si raccapezzava onde fosse cagionato quel subito mutamento.
Pur si gett nelle braccia della rivale, e, con la sua indole appassionata, la strinse a s, la colm di carezze da folle e di baci.
Le due donne, giovani, bellissime, ardenti, ora si amavano, quanto poco innanzi si avevano in dispetto.
Ma tra loro, la pi meravigliata era Vera.
Dimmi che vuoi, che desideri da me, proruppe Jole, cambiando al tutto tuono e sembiante, dettami leggi: io t'obbedisco.
Io voglio, rispose Vera, in cui la smania di ricuperar l'amore del principe poteva pi d'ogni altro sentimento, voglio che tu mi scriva una lettera, che io far recapitare al principe, nella quale tu dichiari ch'io sono innocente di ogni insidia tesa al tuo onore; che tu mi stimi e mi vuoi bene....
E porgeva a Jole un lapis d'oro e un cartoncino bianco, che cavava da un inviluppo sul quale Jole doveva far l'indirizzo.
Jole prese il lapis e si assett per scrivere.
Poi, alzando la testa, e guardando la contessa, che le teneva gli occhi addosso ansiosa, trepidante:
Ho, disse, un'altra idea!
Parla.
Ti preme che io sia assoluta, che trionfi la mia innocenza?
Puoi immaginare!
Sei disposta ad un sacrifizio?
A mille.
Dunque senti: tu devi prestarmi il tuo abito da monaca, e indossare gli abiti miei....
E....
Tu rimarrai qui; io uscir dalla prigione; nessuno mi riconoscer... Poche ore mi basteranno per poter parlare con certe persone, confonderle, smascherarle....
Non andrai a vedere il principe? disse Vera, spronata dalla gelosia.
Te lo giuro.
Vera mise mano a spogliarsi.
In un attimo le due donne furono l'una dinanzi all'altra, scoprendo le incomparabili bellezze, di che risplendevano i loro corpi d'una perfezione, d'una armonia che sfidava ogni descrizione poetica.
E mentre davano mano ad acconciarsi ciascuna dei nuovi panni, Vera mormorava a Jole:
Eccoti la chiave di casa mia.... La casa non  ora abitata da alcuno.... Troverai altri panni per svestirti quelli da monaca.... Eccoti il danaro che ti pu occorrere.... Ma se torna suor Silvestra?
La monaca  tanto buona!... Sulle prime ella sar attonita....
Figurati che mi conosce....
Jole trasecolava.
E di dove pensavi che io fossi venuta?... Sono venuta dal convento.... Ero l da varii giorni... Immagina la sorpresa di suor Silvestra nel vedermi!
Ella  persuasa della mia innocenza! continu Jole. Tu le dirai che abbiamo ricorso a questo estremo espediente per cercare di combattere nemici potenti, accaniti....
Quando tornerai?
Tra poche ore... Avvertir suor Silvestra con un biglietto.... Bisogna che non c'incontriamo alle porte della prigione nello stesso momento....
Questo sarebbe poco male.... Sono diverse le suore che vanno e vengono... io gi mi ero informata.... Esse godono un'immensa fiducia e un immenso rispetto.... Nessuno pensa a interrogarle, a scrutarle.... Sono amatissime....
Ma in questa prigione non  entrato mai altri che suor Silvestra.
 vero.... Per la monaca si accomoder...  tanto delicata e pietosa!... Io la far piangere; con poche parole l'avr intenerita. Dunque, va'!...
Le due donne si abbracciarono e si baciarono.
Addio! disse Jole.
Buss alla porta, le fu aperto: travers il corridoio con gli occhi bassi; il volto non avrebbe potuto vederlo nessuno, poich le rimaneva chiuso fra le cadenti ale del cappello e i lini bianchi, che si era stretti, pi che non sia l'uso, attorno alla fronte.
In pochi istanti Jole fu fuori della prigione.
L'aria libera, che non respirava pi da tanto tempo, il moversi all'aperto, la luce, la gente che le passava d'accanto, i rumori della strada, cui non era pi avvezza, le dettero a un tratto una specie di vertigine, e fece alcuni passi, quasi barcollando.
Ma subito si rinfranc.
Forse qualcuno la teneva d'occhio; un momento di perplessit poteva metterla in gran rischio.
E studi il passo.
Vera, rimasta sola, si dette a pensare alla imprudenza, che in un istante di esaltazione si era lasciata andare a commettere. Pure il trovarsi l, nel carcere, aveva una tal quale attrattiva per la sua indole un po' romanzesca, e facilmente allettata da tutto ci che fosse strano e bizzarro.
Un'idea l'aveva incuorata a quell'atto.
L'era venuto in mente che, risaputo dal principe, egli avrebbe smesso i sospetti contro di lei e si sarebbe riconciliato.
Non poteva dipendere da quella breve fuga di Jole dalla prigione il buon esito del processo, la confusione de' nemici della ragazza?
Sarebbe allora stato tutto suo il vanto di averla salvata: Jole e il principe avrebbero dovuto sapergliene grado.
La gentile donnina ripensava tutti i casi cui era andata incontro in s breve lasso di tempo: conseguenze di una sua leggerezza.
D'una ventura precipitando in un'altra: dagli interrogatorii giudiziarii, dalla visita notturna del ginnastico accanto alla propria camera, dalla scena del marito avvelenato, dalla pubblicit pi scandalosa, era arrivata a trovarsi chiusa in una prigione!
E non era il peggio che le potesse accadere, poich, come sapr pi tardi il lettore, ella avea gi avuto l'idea di esporsi ad un cimento de' pi arditi e inopinati; e forse non vi avea rinunziato: probabilmente aspettava il ritorno di Jole per andare a tentare il nuovo pericolo di cui le era venuto il capriccio.
Jole era partita da circa una mezz'ora, e la contessa pens di coricarsi. Se qualcuno fosse entrato, ella si sarebbe tutta coperta, imbacuccata: e chi avrebbe sospettato che si trovasse l un'altra donna?
E mand subito ad effetto il suo divisamento.
La contessa era tanto spensieratella, che non ostante la singolare condizione in cui si era posta, non ostante i timori che dovevano assalirla, si addorment a poco a poco, come se nulla fosse.
Dorm circa due ore.
Il giorno gi era in sul declinare, allorch ud un lieve passo avanzarsi pel corridoio, che metteva alla prigione.
La porta cigol sui gangheri.
E nella prigione entr quieta, senza far il pi piccolo rumore, quasi fosse un'ombra, una monaca. Guard verso il letto. La luce era gi scarsa, tutto si vedeva confuso, indeterminato.
Buona sera! disse una voce soave.
La porta della prigione era stata riserrata.
Nessuno rispose; allora la monaca in punta di piedi si accost al letto.
Sent l'alito caldo, affannoso della persona, che dormiva.
Suon in quell'istante l'Ave Maria della sera.
Era l'ora della pi mesta preghiera; dei mesti, ineffabili amori, quando l'anima par si sciolga da ogni vincolo terreno e si libri verso il cielo, dove scompaiono gli ultimi raggi, come se si facesse dolente per raccogliere i sospiri degli uomini.
Era l'ora in cui l'uccelletto si ripara sotto l'ala protettrice che si stende sul nido, e il bambino si stringe al petto della madre, e la pace par che cada sul mondo con le rugiade, e l'anima si desta a piangere, con la lenta squilla, il giorno che muore.
La monaca si gett ginocchioni.
E le sue labbra mormoravano la pi umile e fervente preghiera.
Stette varii minuti in quell'atteggiamento.
Poi si alz, e facendosi di nuovo verso il letto, tocc lievemente la giovane donna, che dormiva sempre, su una spalla.
Vera, scossa cos di repente, senza pensar ad altro, volt il viso verso la monaca.
Suor Silvestra aguzzava gli occhi.
Non poteva credere a quello che vedeva.
Tu... tu... qui? mormor, dopo un istante.
Non si mostrava irritata, ma parlava con accento dolcissimo, carezzando la fronte di Vera.
O che miracolo  questo?
La buona ancella del Signore stimava tutti i fatti umani cos piccola cosa nei loro effetti e nelle loro cagioni: avvezza a riputare che tutto accadesse, non gi per industria o accorgimento degli uomini, ma per volere di Dio, che cos aveva ordinato.
La contessa Vera balz fuori delle coperte, e seduta sul letto, nuda, con un di quei gesti avventati, che le erano proprii, stese le braccia attorno al collo della monaca.
Ma la delicata suor Silvestra fu sdegnata di quella famigliarit, scandalizzata dal disordine nella quale la contessa non si peritava di presentarsi a lei.
Le ricompose i panni addosso: fece in guisa che si adagiasse di bel nuovo: e, pi con cenni che con parole, la sgrid per lo scompiglio in cui le si era offerta.
Poi presero a confabulare fra loro.
Ma che avete architettato? domandava suor Silvestra.
Per lei non esistevano tribunali, giudici, diritti nella societ di punire, di segregare le creature di Dio. Uno solo per lei era il giudice e il tribunale: non aveva timori, poich sua vaghezza perenne fosse un mondo migliore del nostro a' cui gaudi si volgeva e aspirava nel segreto della coscienza. Pur che non la mettessero alle strette di dire una menzogna, suor Silvestra era stata sempre disposta ad agevolare la difesa delle donne che capitavano nel carcere.
Ella, e le altre suore, anime immacolate, che pur albergano sentimenti di squisita piet verso le anime in generale cos aliene dalle loro; candide colombe che passan sicure tra le insidie, e spiegano libero il volo sopra gli abissi, solevano raccomandare le prigioniere agli avvocati, che venivano a interrogarle, a prepararle al processo nei parlatori delle prigioni.
 noto che la monaca, con una flemma, con un raccoglimento indescrivibile, assiste terza a questi colloqui.
Poverina! Poverina! gliela raccomando! Mi par cos buona! Sono le parole che spesso gli avvocati sentono ripetersi da questi angioli della carit e che li fanno in varie occasioni rabbrividire, poich essi son consapevoli della corruzione profonda, che certe donne sbalestrate pei loro delitti nel carcere, occultano e mascherano a quelle suore s oneste e probe.
Dunque la ragazza  fuggita.... vestita da monaca? esclamava suor Silvestra, parlando cos a mezza bocca, pel timore di essere udita.
Qualcuno, fuor della prigione, poteva stare in orecchi.
Alla suora dava martello, forse pi della fuga, che le due donne si fossero servite di abiti da monaca per compiere il loro ingegnoso stratagemma.
Da ci le derivava uno scrupolo, poich le andava per la mente potesse esservi profanazione.
E, senza domandar altro, se ne stava perplessa, avvisando che avrebbe interrogato su quel caso di coscienza il suo confessore.
Poteva ella prestarsi a tener loro mano?
Le due donne erano s graziose: Jole le avea dato saggio di tanta bont per tutto il tempo della sua prigionia: la contessa era un po' scervellata, scapestratella, ma il cuore in fondo non era guasto; con l'accomodarsi a secondarle ella forse guadagnava due anime a Dio.
Ma ultimo pensiero le occorse questo: che urgeva difendersi dagli uomini, prepararsi a scansare ogni imprudenza.
Innanzi a tutto non voleva mentire: sapeva che la pi leggera offesa alla verit, comecch il suo animo non vedesse offese di tal genere che potessero esser leggiere, l'avrebbe condannata a un continuo rimorso, a lacrime, a penitenze: le avrebbe tolto la pace.
Pur bisognava riparare affinch le suore non si accorgessero nel convento della sparizione della contessa, e nessuno degli addetti al carcere entrasse in sospetto; Jole doveva tornare fra poche ore: era d'uopo disporre tutto perch non trovasse ostacoli al suo ritorno, e perch Vera potesse ridursi al convento, senza che altri s'accorgesse dell'accaduto.
Preghiamo! disse la monaca, perch ci sia inspirato il consiglio migliore.
Dopo un breve spazio di tempo, cessata la preghiera, ella fece alla contessa alcune raccomandazioni, e la preg di osservarle.
Ma gi si udiva un gran rumore di porte che si aprivano e si chiudevano nel corridoio; di gente che andava e veniva, di dialoghi in rozze voci.
Era l'ora in cui portavan la cena ai prigionieri.
Fra poco entreranno qui! disse la monaca.
Essa per non tremava, quasi la riconfortasse una fiducia suprema.
Assett le coperte intorno al volto di Vera in modo che nessuno, entrando nella prigione, potesse scorgerla.
A Vera batteva il cuore come se volesse uscirle dal petto.
Gi qualcuno era dinanzi la porta: la chiave scricchiol nella serratura e la porta fu schiusa.
Allora la monaca si fece innanzi, e disse imperterrita:
Date pure a me!
Voi qui, suor Silvestra?... Sempre qui... disse una donna grossa, atticciata, con voce chioccia, che era accompagnata da altre persone, speriamo che le vostre preghiere otterranno la grazia della signorina!
Tutti adoravano Jole nella prigione.
Dobbiamo sperar sempre in Dio che non abbandona mai, cara Berta! ripet suor Silvestra.
La donna prese il crocifisso attaccato alla corona che pendeva al fianco di suor Silvestra e se lo accost alle labbra con gran divozione.
I lumi che portavano le persone le quali accompagnavano la donna battevano coi loro riflessi sul lettuccio dove giaceva la contessa Vera.
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CAPITOLO 4.
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Che cosa accadeva intanto fuori della prigione?
Jole stim che il pi savio partito fosse di non levarsi subito gli abiti da monaca e di presentarsi come suora della carit nella casa in via Fiori Scuri, dove gi dimorava, e dove era tuttora suo padre, affranto dalla malattia e fuori di s.
Vi giunse, sal le scale con ogni precauzione, si ferm dinanzi la porta del quartiere, ove avea trascorso giorni cos lieti, ben lontana dal presagire, mentre tutto le arrideva, quelle tristissime venture che leeran toccate.
Si mise in orecchi e non sent alcun rumore.
Le stanze erano quiete; di tanto in tanto qualcuno si muoveva e andava qua e l, ma in punta di piedi, come per non disturbare l'ammalato.
Le parve che il momento fosse opportuno per entrare: non dovevano essere in casa che i servitori, a lei tanto affezionati, e rimaner pi oltre per le scale, era di assai pericolo, poich cominciava gi a farsi buio.
Tir adagio adagio il campanello.
Il vecchio servitore che li aveva accompagnati da anni in tutti i loro viaggi trasse ad aprire!
Jole lo riconobbe al passo.
Quando ebbe aperto, scorgendo la monaca, chin il capo in atto di riverenza.
Passi, madre, egli disse, che cosa desidera?
Jole alz il capo.
Allora il vecchio servitore divenne tutto rosso nel volto, si mise a tremare.
Era stato colpito dalla strana somiglianza della monaca con la sua giovane padrona, per la quale egli, che l'aveva vista nascere, ed era stato al servizio anche di sua madre, ogni giorno versava lacrime e si disperava non potendo ottenere la certezza del tempo in cui sarebbe liberata, e se liberata!
Rabbrividiva ogni qualvolta gli fosse detto che la sua padroncina dovea subire un processo, comparire in pubblico dinanzi alla folla, accusata del delitto pi volgare.
Chi avrebbe osato pronosticar tal fine a una ragazza cos bella, in tanta stima a tutti, corteggiata a gara dai pi nobili e dai pi in auge, che avea veduto raccolto intorno a s il fiore dei cavalieri in ogni citt d'Europa e d'America; a una ragazza cui soprabbondavano gli omaggi, la fortuna e la virt?
Sono io... taci! disse la monaca, ponendosi un dito sulle labbra, e richiudendo la porta dietro di s.
Il servitore rimase come impietrito.
Avea riconosciuto la voce da cui era solito ricever comandi, impartiti sempre con tanta affabilit; aveva riconosciuto la sua padrona!
Cessata quella prima impressione di stupore, fece atto di volersele inginocchiar dinanzi, cadere a' suoi piedi.
Vedendola in quell'abito da monaca, nell'angelica espressione che i lini candidissimi conferivano al volto di lei, gi di per s tanto delicato, il buon vecchio stava in forse se si trattasse di una celesta apparizione. Ma i dubbii che gli sorgevano da superstizioni a lui care, da quelle superstizioni in cui  nutricata in ogni paese l'infanzia dei popolani nelle famiglie dove la fede piglia vivi e talora strani colori dalle accese fantasie, furono dissipati allorch la monaca, muovendo un passo innanzi, ripet:
Sono io!... sono io!... non dir parola.
E da s si diresse verso la camera dove sapeva di ritrovare il padre. E infatti il vecchio Zumarrow giaceva nel suo letto, spossato, in quel momento, dagli eccessi del delirio; e, spettacolo orribile, era tutto stretto nella camicia di forza, che avevano dovuto gettargli addosso, perch non rivolgesse le mani contro di s e non si recasse grave offesa.
Il volto dell'antico uomo d'affari che avea saputo accumular tanto denaro, che avea viaggiato da un punto all'altro del mondo, trascinando dietro a s numerose brigate di uomini, di donne, di cavalli, e facendo suonar alto l'oro de' suoi capitali, non serbava pi alcuna dignit, non vi splendeva pi quel raggio divino che pare l'intelligenza tramandi sul sembiante.
Era un volto tutto rugoso, ignobile, quasi disfatto e spirante ribrezzo.
Jole non pot contenersi e dette in un pianto dirotto.
Era quello suo padre; quello l'uomo pochi giorni innanzi cos robusto e florido nella provetta et, cos ragguardevole nell'aspetto e sempre tutto ravviato negli abiti e azzimato come un giovinotto!
La ragazza, appoggiata la fronte al capezzale del letto, singhiozzava nel modo pi straziante.
Quanto era infelice! Qual grave errore aveva commesso per esser condannata a tale espiazione, che di un tratto le rapiva l'onore, l'accomunava con le donne pi bassamente delinquenti, e le toglieva la persona a lei pi diletta, il padre, l'unico sostegno, l'unico fedele appoggio che le rimanesse nel mondo. Ah, perch Dio era cos inesorabile verso di lei e dava tanta baldanza a' suoi nemici che la opprimevano in tal guisa del loro scellerato trionfo!
E Jole piangeva, piangeva, si contorceva, smaniava; e non potendo pi rattenersi cominci a carezzare la scarna testa del padre, bagnandola delle calde sue lacrime.
Il malato che sin allora era rimasto assorto in una specie di torpore, si scosse, e vista la monaca accanto a s e sentendosi toccare dalle mani di lei, quasi febbricitante, dette in urla, e ruppe a poco a poco nelle pi orribili imprecazioni.
Babbo!... babbo!... diceva la ragazza angustiata.
Ma il vecchio, che non potea fare alcun movimento, diceva le parole pi grossolane.
Poi fece con le labbra atto pi ignominioso verso la ragazza.
Jole si cuopr il volto con le mani e cadde in terra quasi tramortita, mormorando:
Povero babbo.... povero babbo.... non mi riconosce pi....
La demenza agitava il vecchio; il delirio giungeva all'estremo.
Il servitore e la cameriera di Jole, gi avvertiti che la padroncina era tornata, entrarono nella camera e furono inorriditi.
Raccolsero da terra la ragazza e l'adagiarono su una sedia accanto al letto in modo che il vecchio non la vedesse.
La cameriera quindi s'inginocchi e si dette a baciare le mani di Jole, mentre dagli occhi le sgorgavano lacrime.
Jole, risensata alquanto, sfogava sempre nel pianto la cocente amarezza.
Il vecchio non ristava dalle sue grida, sempre pi turpi e violenti.
Fu suonato lievemente il campanello.
Nessuno ud, salvo il servitore, che usc subito dalla camera.
A Jole venne in cuore di tentare un espediente.
And nella propria camera e toltisi in un attimo gli abiti da monaca, si vest alcuni degli abiti che portava di solito in casa.
E si present di nuovo al padre.
Costui parve allora riconoscere la figliuola, perch ne pronunzio il nome tra orrendi vituperii.
Ohim! esclamava Jole, la sua ragione  perduta per sempre.... Egli morir senza potermi pi dire una parola affettuosa e continuando in queste sue maledizioni contro di me!
Il pianto la soffocava. Fu di nuovo aperto l'uscio della camera. Ed entr un giovane alto, pallidissimo, d'una fierabellezza, tutto vestito di nero, tutto costernato nel sembiante.
Era il principe Crovelli.
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CAPITOLO 5.
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Non appena il principe ebbe varcato la soglia, i servitori, facendo riverenza, se ne andarono ad aspettare gli ordini nell'anticamera.
Jole e il principe si trovarono soli l'uno dirimpetto all'altra vicino al letto del vecchio Zumarrow.
La camera era scarsamente illuminata; era in quella mezza luce che conviene ai malati.
Il volto del principe, atteggiato a tanta gravit, pallidissimo, le sue fattezze delicate, tutta la intelligente fisonomia di lui acquistavano nuova attrattiva in quella penombra che pareva accarezzarne, ammorbidirne le linee.
Il principe non osava muover parola.
Guardava Jole e sembrava rapito in quella vista, deliziato nel contemplare il sembiante di colei per la quale da tanti giorni era stato sospeso tra la vita e la morte.
Il servitore lo avea avvertito dell'improvviso arrivo di Jole; pure la sua sorpresa non si era acquietata.
Come aveva potuto fuggire dalla prigione? Poich non gli andava certo per l'animo che ne fosse stata liberata, sapendo quanto egli aveva messo in opera a tale senza conseguire l'intento; e sapendo che il processo doveva andare sino in fondo, n Jole avrebbe potuto tornare a casa se non dopo un verdetto negativo dei giurati.
E a ottener questo verdetto si davano le mani attorno da un pezzo egli e l'avvocato Avelloni.
L'avvocato avea messo sottosopra cielo e terra perch il processo passasse rapidamente per la trafila degli uffici giudiziarii e fosse subito rinviato alla pubblica discussione.
Egli era stato consentito.
Nella imminenza della discussione non chiudeva spesso occhio la notte: si alzava di sovente preso da un'idea; entrava nel suo studio e i primi raggi del giorno splendevano che egli era sempre assiduo al lavoro.
Non parlava pi, o molto di rado, co' suoi amici e conoscenti; usciva sempre solo, tutto raccolto in s: avea lasciato in asso tutti gli altri affari.
Volea vincere e avere una strepitosa vittoria: salvare la ragazza dagli artigli de' suoi nemici, dalle insidie, benissimo coperte, che le aveano tese.
Non pensava a scuoprir la mano onde il colpo era partito: egli non avea istinti polizieschi; si riprometteva, senza accusar altri, un trionfo dalla sua grande eloquenza.
E forse in ci andava errato; o almeno al trionfo dell'oratore avrebbero dovuto cooperare ben altre persone.
L'avvocato studiava, forbiva le sue armi, raffinava i suoi accorgimenti, ma le passioni scatenate in certi animi, le passioni che ormai ferveano nei petti de' fratelli Foggo, dell'iniquo Zaffo e di altri personaggi del nostro racconto, doveano avere sugli eventi un influsso tanto gravo quanto inopinato.
E i disegni del celebre difensore ne doveano essere in buona parte sventati.
Nella camera ove giaceva il vecchio Zumarrow tutto era tornato in silenzio.
Ai grandi sforzi, agli urli del malato era succeduto un assopimento; egli era caduto di nuovo nel suo torpore.
Si udiva il respiro affannoso che usciva dal petto di Jole e da quello del principe, tutti e due molto commossi.
Jole ruppe per la prima il silenzio.
Uscite, signore! ella disse al principe nel modo pi reciso.
Il principe fece uno scatto.
Egli era venuto sempre, ogni giorno, ad assistere il padre di Jole; lo aveva vegliato le prime notti, nel periodo pi acuto della malattia, s'era dato per quel vecchio ogni cura e ora ne riceveva un tal guiderdone!
Chin il capo, ma non si mosse. Per dal suo volto traluceva l'interna agitazione.
Jole se ne avvide e con tuono pi pacato replic:
Vi prego, signore, uscite!... Io non so con qual diritto voi entriate in casa mia.... a quest'ora. Se si sapesse che voi ed io siamo qui.... qual motivo non avrebbe il mondo di mormorare.... Vi ripeto, signore, se vi  caro il mio onore.... vi supplico.... uscite!
Uscir, signorina, disse il principe con mal celata amarezza, ma comporterete che io mi giustifichi.... Non sapeva di trovarvi qui, e durante la vostra assenza, soggiunse, scolpendo bene la parola assenza e conferendole un peculiare significato, io mi era arrogato il diritto di assister vostro padre quasi morente come un figliuolo!
Nella voce del principe si sentivano, a cos dire, le lacrime.
Vi ringrazio di quello che avete fatto per mio padre, ribatt Jole, tendendogli nobilmente la mano e stringendo nella sua la mano del principe, ma ve ne scongiuro: uscite! in altro momento vi potr esprimere tutta la mia riconoscenza.... Voi sapete la mia triste, sciagurata condizione!
Signorina! rispose il principe recandosi alle labbra la mano di Jole, io non oso domandarvi in qual modo vi trovate qui.... Spero opererete con ogni circospezione: non vorrete rovinare quello che il vostro avvocato ed io stiamo preparando da tanto tempo per salvarvi....
Jole porse di nuovo la mano al principe perch la baciasse e mormor:
Voi siete un cuore altissimo, generoso.... Io ho tentato un espediente disperato per la mia salvezza.... Saprete tutto.... Fra pochi istanti non sar pi qui. Addio!
Addio! ripet il principe, che trepidava di un'insolita commozione, io veglier sempre su vostro padre e su voi!
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CAPITOLO 6.
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Jole, dopo che il principe fu partito, ebbe una lunga conversazione col servitore, il quale da molti anni non aveva mai abbandonato suo padre.
Il lettore sapr pi tardi qual ragionamento tenessero fra loro.
Il nome della via Fiori Scuri, la parola assassino, i nomi di Carlotta Delber e del cavallerizzo Alfambikow furono pi volte pronunziati da loro: discorrevano a bassa voce, timidi, sospettosi, nella stanza accanto alla camera ove giaceva il vecchio Zumarrow.
Sembra che d'un tratto il malato, nel torpore in cui era, udisse una di quelle parole e entrasse in nuova esasperazione.
Divenne allora orribile.
Faceva sforzi per recarsi a sedere sul letto; mandava furiose imprecazioni e anch'egli cominci a ripetere i nomi di Alfambikow, di Carlotta Delber, della via Fiori Scuri.
Una benda cadde dagli occhi di Jole.
Suo padre: suo padre era stato capace....
Ed ella non aveva mai nutrito il pi lieve sospetto.
Le tornavano alla mente tanti ragguagli, che acquistavano ora per lei un significato.
Vedeva chiaro in un mistero di famiglia del quale avea appena trapelato alcuna cosa, ma che mai avrebbe temuto potesse esser di tale entit, e menarla a scoprire un delitto, anzi due delitti!
Nessuno sa questa storia? chiese Jole a Marcello. 
C' qualcuno che la sa! rispose il vecchio servitore dopo breve riflessione.
E Carlotta Delber?
Non sappiamo pi nulla di lei.... da varii anni. Per io temo che la polizia, nelle perquisizioni che fece qui in casa, dopo che ella, signorina, fu arrestata, abbia potuto trovare qualche lettera di Carlotta tra i fogli che il signor Zumarrow conservava in varii cassetti.
Nessuno  venuto qui dacch io sono in prigione?
Nessuno, salvo gli artisti della Compagnia a domandare notizie, ma non sono mai entrati in camera; in camera  entrata, per due volte soltanto, una delle signore Micaelli.
Al nome delle Micaelli Jole si rannuvol.
Nella prigione le erano venute spesso le idee che l'avevano indotta a diffidare di quelle due donne, ad attribuir loro una parte de' suoi mali.
Dunque, torn a domandare Jole, tu credi che Carlotta Delber sia lontana.... che non possa venire a disturbarci.
Credo di certo: non mi pare improbabile che sia morta di costernazione dopo il terribile fatto dell'assassinio de' suoi figliuoli.
Jole si port le mani al volto.
Ed egli, continuo Jole, volgendo la testa verso suo padre, non ha detto mai nulla nel delirio che possa essere stato udito.... e lo abbia compromesso?
No.... ha parlato sempre mentre io era solo nella camera.... Una notte, prima che gli fosse messa la camicia di forza, si alz ritto sul letto: poi scese, e si dette a passeggiare per la camera: si accost ai mobili, apr i cassetti, vi frug dentro, e dette in un acutissimo grido, trovando vuoto il cassettino nello stipite a sinistra... Quindi cadde in terra, a piombo, come se non gli fosse rimasta pi forza.... Lo rimisi a letto.... La notte appresso egli si lev di bel nuovo: ripet la stessa scena: se non che, come ebbe aperto lo stipo, ed ebbe cercato disperatamente nei cassetti, ruppe in pianto.... Poi, con parole interrotte, quasi parlasse ad un personaggio invisibile a me, rifece il terribile racconto che le ho ripetuto, e capii certe cose, che sin allora m'erano sfuggite.... Io, come gi le dissi, avevo avuto un barlume di quegli avvenimenti.... E Dio sa ci che ho sofferto in questi anni, i tormenti della mia coscienza, dovendo tener celato a tutti un delitto s atroce, e nel timore che da un istante all'altro potesse uscirmene involontaria dalle labbra la confessione....
Jole si appress al letto del padre.
Egli taceva, e pareva talmente abbattuto da creder che ormai non si sarebbe risentito per un buon tratto di tempo.
Povero vecchio! mormor Jole, carezzandogli la fronte.
Essa non aveva pi forza di piangere.
Aspetta qui, disse al servitore, torno subito.
E se n'and nella sua camera, dove si dette a scrivere una lunga lettera.
Scrisse per circa mezz'ora con mano febbrile molte pagine. Chiuse in un'ampia busta tutti i fogli che aveva scritti e vi fece su l'indirizzo.
Si spogli delle sue vesti e indoss di nuovo gli abiti da monaca.
Ormai, pensava tra s, ho saputo anche troppo.... e ho gi perduto assai tempo.... Il meglio  che io torni subito nella prigione, a evitare il pericolo di essere scoperta.
E, tornata nella camera del padre, dove Marcello l'aspettava:
Tu porterai questa lettera, gli disse, all'avvocato Avelloni.... e non la darai che in sua mano.... Bada che dallo smarrimento di questa lettera potrebbe dipendere la mia vita!...
Il servitore fece cenno che avrebbe eseguito l'ordine a puntino.
E ora va', aggiunse Jole, prendi una carrozza e mi accompagnerai sin dove io ti dir.
E non torner pi? chiese il servitore.
Chi sa? rispose Jole, levando gli occhi al cielo.
Jole si chinava verso il padre, che parea addormentato, e lo baciava in fronte.
Pochi minuti appresso, in via Fiori Scuri, quasi dinanzi alla casa, ove il cavallerizzo Alfambikow ed Eufrosina Delber erano stati assassinati alcuni anni prima, una monaca saliva in una carrozza coperta, accompagnata da un vecchio, che, aprendole lo sportello, piangeva e tremava.
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CAPITOLO 7.
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Circa mezz'ora dopo, Jole era nella prigione, dove la contessa Vera, indotta suor Silvestra ad allontanarsi, l'aspettava ormai con grande trepidanza.
Le persone, che solevano recare il vitto ai prigionieri, avevano scorto la contessa Vera, giacente nel letto, tutta imbacuccata nelle coperte e assistita dalla monaca, e aveano dato voce che la ragazza prigioniera al numero 6 era ammalata.
I custodi non concepivano quindi alcun sospetto al veder la monaca andare e venire; e, del resto, era difficile poter sospettare di quello che era accaduto.
Quando Vera sent aprir di nuovo la porticina, dopo la partenza di suor Silvestra, si rannicchi tutta in un canto della stanzetta in modo da non esser veduta da chi entrava. Vestita degli stessi panni di Jole, con un velo ravvolto intorno al capo, non sarebbe stato agevole a chicchessia il riconoscerla.
Rinchiusa la prigione, Veraand incontro a Jole; e si si abbracciarono, si baciarono con grande effusione.
Jole volle gettarsi un istante sul letto: la commozione la soffocava.
Vera le si era posta a canto, le aveva messo un braccio attorno al collo e china sopra di lei, come una madre sul suo bimbo, con nuova tenerezza l'andava carezzando e interrogando:
Dove sei stata?... Chi hai veduto?...
Ho veduto, Vera, cose tanto tristi.... che al ricordo di esse mi piange il cuore, rispondeva Jole.
Dove sei stata? insisteva Vera, ansiosissima di sapere se Jole si fosse imbattuta nel principe.
Oh.... non volermi far ripetere cose, che mi danno tanto dolore!...
E Jole chiuse gli occhi come se volesse raccogliersi in s per un momento.
Vera era inquieta: credeva che Jole scansasse di rispondere alla domanda di lei.
Di certo costei aveva veduto il principe e, mentre ella le avea dato una s gran prova di amicizia, ne avea ricevuto forse in premio il tradimento.
La gelosia, che in lei era stata s forte, tornava a stimolarla.
Che mi fai? esclam Jole, a un tratto, con una certa stizza.
Vera, mentre era agitata da tali pensieri, avea stretto il suo braccio paffutello intorno al collo di Jole in maniera che ella ne risent il pi vivo dolore.
Nel tempo stesso Jole, guardando la sua compagna, le vide balenare negli occhi un lampo sinistro.
Dunque era odiata da lei un'altra volta? Che strano cuore batteva in petto a quella donna?
Si butt gi dal letto, e mettendosi a una certa distanza dalla contessa:
Ora  tempo, disse, che tu esca! Rendimi i miei panni e ripiglia i tuoi.... Dio ti ricompenser del bene, che volesti farmi, io ne serber la pi cara memoria!
Ardeva nella prigione un lumicino, che a Jole, durante l'istruzione del processo, era stato accordato in grazia.
Io non chiedo alcuna ricompensa, soggiunse la contessa, per quello che ho fatto.... anzi mi piace, cara, d'averlo fatto.
Non volle stare a domandarle di nuovo se avesse visto il principe: le pareva troppa umiliazione: ma non le andava a genio di perder il frutto di quello che avea osato, venendo nella prigione.
Tu eri disposta, continu, a scrivere una lettera al principe Crovelli....
Si accorse che, all'udire il nome del principe, Jole scolor in viso.
Mi avevi giurato, riprese con accento nel quale vibrava una contenuta irritazione, che non saresti andata a trovarlo....
Vera! l'interruppe Jole, in atto di sdegno. Per chi dunque mi pigliate voi?
Giurami che non l'hai veduto!
Jole si smarr.
Essa era profondamente onesta: la menzogna le era cos inusitata!
Vera non le toglieva gli occhi di dosso e la confusione di Jole, sotto gli sguardi dell'amica, aumentava.
La contessa col suo carattere fervido, impetuoso, bollente, sentiva gi in s divampare la furia.
Si era lasciata burlare a quel modo; si era lasciata chiudere in una prigione; vestiva i panni di un'istriona, e ci perch la sua rivale avesse avuto agio di andar a trovar l'uomo, il cui cuore le aveva rapito!
Potea darsi pi sconcio e volgare tradimento? potea ella aver dato saggio di maggior semplicit ed inettezza?
Siete una svergognata! esclam, facendo un gesto di disprezzo verso Jole.
La Zumarra sent correre nelle vene, come lava, il sangue; sent un tintinnio negli orecchi, un martellamento alle tempie; le parve di perdere il lume degli occhi.
In lei si risvegliava il suo temperamento: il temperamento dell'artista.
Quando la commozione fisica si fu in lei pacata alquanto, sempre con l'animo concitato, e pi che mai ferita da quell'insulto per le condizioni in cui si trovava, fece un tal gesto di rabbia che la contessa, impaurita, dette alcuni passi indietro.
Oramai ella avea innanzi a s una tigre e una tigre alla quale, per attizzarla, avea scagliato una saetta avvelenata.
Tutt'e due erano conturbate, stravolte: l'una per gelosia, l'altra per l'ingiuria ricevuta.
Uno sguardo, un batter di ciglio sarebbero ormai stati sufficienti perch la ragazza del Circo, robusta, fortissima, temperata ne' suoi impeti dalla educazione e dalla volont, ma il cui carattere prorompeva a un tratto, si fosse scagliata contro la rivale.
Forse, generosa, le avrebbe dato modo di difendersi.
Ma con quali armi, in qual modo poteva avvenire un duello fra donne in una prigione?
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CAPITOLO 8.
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No! disse Jole, come se un subito pensiero le avesse fatto cambiare di repente i moti dell'animo. Qualunque cosa tu mi abbia detto, io non mi devo scordare la bella azione che hai compito per me.... Ti perdono e ti stendo la mano....
Vera non si mosse, e guardava sempre la rivale, torva, accigliata.
Ho veduto il principe.... proseguiva Jole.
L'altra non seppe contenersi, e mise le mani ai panni che avea indosso e che stracci da un lato, mentre soggiungeva in tono da far capire alla ragazza la inferiorit del suo stato sociale:
Voi siete una miserabile.... Dopo avermi tradito.... dopo aver abusato della mia generosit.... se io rimanessi qui, sareste capace prevalervi della vostra forza e percuotermi!
Non mi provocare! rispondeva Jole, tutta tremante di rabbia, scotendo il capo con piglio tra altero e sarcastico, tenendo le braccia incrociate sul petto, e sporgendo innanzi il piede destro.
L'altra badava a tirarsi via di dosso i panni di Jole, come se le bruciasser la pelle, e li scomponeva, li arruffava gettandoli lontano da s per la stanza.
Jolesempre vestita da monaca, si era tolto il cappellone non s tosto era entrata, e non pot patire di veder pi oltre quello scempio della sua roba, che tornava a grande ingiuria di lei, tanto pi che la contessa dava tratto tratto in gesti e usciva in parole che accrescevano il torto che voleva fare alla giovane sua rivale.
Sent una vampa salirle al capo: si fece innanzi, prese per un braccio la contessa, e squassandola, le grid:
In ginocchio! e chiedetemi scusa!
Non c'era pi da scherzare; Vera se n'accorse dal sembiante di Jole: essa ormai era diventata furibonda, e non sapeva pi quello che faceva. Non pensava pi neppure a quanto fosse imprudente il rischiare di levar rumore e attirar l'attenzione dei sorveglianti delle prigioni.
Jole sarebbe stata in quel momento capace di tutto e, dotata di una forza singolare, avrebbe potuto ridurre a mal partito la elegantissima e leggiera donnina. La contessa, d'indole molto viva, avventata, era per pusillanime, in certi frangenti, e senza dir altro s'inginocchi piangendo.
Piangeva di stizza per l'umiliazione, o pentita della sua veemenza?
Jole torn in s; ella aveva cagione di ben altro che di perder tempo in dispute inutili; ella aveva accolto tanti dolori nell'animo suo; ella si sentiva tanto esasperata da quello che avea veduto, che non potea starsi di paragonare con tutto ci che aveva sofferto in s breve lasso di tempo, ci che le rimaneva a soffrire. Voleva esser sola, raccogliersi; piuttosto che combattere con chi pur le avea mostrato d'amarla, era per lei il momento di aspettare, titubando, l'esito della grande battaglia che le avevano mossa i suoi nemici.
Rialz da terra la contessa, mormorandole:
Tu mi fai smarrire la ragione.... Sii buona.... Ti spiegher tutto.
La contessa per non usciva dal suo chiuso sdegno.
Allora Jole in poche parole le raccont la visita al padre, l'incontro col principe, il dialogo che aveano scambiato tra di loro, la cura assidua con cui il principe avea assistito il malato.
Man mano che essa raccontava, il volto di Vera si andava rasserenando.
Alla fine le due donne si abbracciarono di nuovo, ridivenute amiche.
E al principe, domand Vera, non hai detto nulla.... nulla del modo con cui eri uscita di prigione?
No.... perch non volevo mandare in lungo la nostra conversazione.
Mi scriverai dunque la lettera per lui?
E Vera le porse, come avea fatto innanzi che Jole partisse, il lapis d'oro e un cartoncino bianco con le sue cifre.
Scriver volontieri!
Non pensava Jole quale espediente volesse trarre la contessa da ci che ella avrebbe scritto.
E quando ebbe finito, le consegn il cartoncino, chiuso in un inviluppo e indirizzato al principe. Vera lo aveva letto e pareva contenta.
Ora, ella disse, dobbiamo separarci.
E le due donne in pochi minuti ebbero cambiati i loro abiti.
Spogliandosi, parlavano a voce bassa fra loro, e Vera, curiosa, guardava le belle forme della ragazza, comparandole alle sue. I loro due corpi risplendevano di una bianchezza, di un nitidore, di una leggiadra armonia per ogni parte; le loro curve morbide, voluttuose, parevano vagheggiate dalla fantasia di un pittore veneziano.
Vera era gaia, allegra; ella trapassava facilmente, come sa il lettore, da un capriccio d'umore all'altro.
Jole seria, e afflitta, si scingeva gli abiti, tenendo altrove fisso il suo pensiero.
La contessa, senza riflettere alla afflizione della ragazza, al triste luogo in cui si trovavano, le gett un motto scherzoso sulla loro nudit.
Poi, non ponendo mente ad altro, corse ad abbracciare Jole, folleggiando intorno a lei.
Ma nella giovane artista era un pudore quasi feroce; in un istante ebbe ricomposti gli abiti sopra di s, e schermendosi dalle importune insistenze della bella scapestrata, e, dandole un bacio:
Addio, le disse, grazie di quello che hai fatto per me!
Addio, rispose Vera, che si era rivestita da monaca. E contraffacendo il portamento dimesso delle suore, e la blanda voce con cui sogliono favellare, Addio!... soggiunse, e che Dio ti guardi dal male!
Poi, cambiando tono, tornata al suo fare, tutto impeti e scatti:
Saremo sempre amiche, non  vero? le disse. Io sin da oggi far di tutto perch tu sia salva.... Mi metter d'accordo con coloro che ti difendono.
E la falsa monaca dette due o tre colpetti sull'uscietto della prigione.
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CAPITOLO 9.
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Vera stette poco a tornare al convento, dove suor Silvestra l'aspettava tutta sottosopra.
Quando suor Silvestra la vide tornata, non  a dire l'allegrezza che n'ebbe. Subito le mosse domande sul modo con cui le era riuscito eludere ogni vigilanza nelle carceri; delle monache nessuna sospettava, poich suor Silvestra, allontanata accortamente la suora portinaia, aveva da s aspettato il ritorno della contessa.
E Jole?... Jole?... chiedeva suor Silvestra.
 stata a casa sua, replicava la contessa, ha voluto scrivere una lunga lettera al suo avvocato....
A proposito, interruppe suor Silvestra, hanno recapitato qui un foglio per voi.
Per me?...
S, e io l'ho letto perch era mezzo stampato(2), e aperto: e ho dovuto rilasciare la dichiarazione di averlo ricevuto.
Dov', cara madre?
Eccolo....  la citazione che vi manda il presidente della Corte d'Assise di Milano....
Vera trem.
Fra tre giorni comincia il processo contro Jole.... Voi dovete comparire come testimone.
La bella donnina rabbrivid di nuovo.
Le passarono dinanzi agli occhi a un tratto, come in rapida visione, la Corte d'Assise, i giudici, i carabinieri, la folla composta di donne, di uomini, del fiore della societ milanese, ed avrebbe dovuto rispondere all'interrogatorio, parlare dinanzi a tutta quella gente con gli occhi affissati su di lei!
Prese il foglio che le porgeva la monaca, e lo spiegazz tra le dita senza leggerlo.
Domattina, mormor, io voglio uscire dal convento di buonissima ora.... Direte che non ci stavo pi bene di salute.... Del resto, sono qui da otto giorni, tempo sufficiente perch un'anima possa raccogliersi in s e gustare i frutti di una vita ritirata!
Va, va pure, figliuola, ribatte suor Silvestra. Il tuo cuore  buono ma il tuo cervello.... e quasi sorridente le toccava la fronte con una delle sue dita candidissime ed affusolate.  bene che il giorno in cui si aprir il processo, tu non ti trovi qui....
Tutta quella notte, n suor Silvestra, n la contessa, per diverso motivo, non poterono chiuder occhio.
La mattina, per tempissimo, suor Silvestra fu a bussare alla cella ove dimorava la contessa.
Prima di separarsi, la contessa disse alla monaca, che gi se le era molto affezionata e mostrava vivo dispiacere a quel distacco:
Torner a vedervi.... e presto.... avr tanto bisogno di consolazioni!
Ma appena ebbe varcata la soglia del convento, la leggera donnina non pens pi alla suora, e altre fantasie l'occuparono, come se mai non fosse stata fra quelle mura.
Ella aveva in tasca la lettera scritta da Jole e di tanto in tanto vi metteva la mano, come se le premesse assicurarsi che davvero la possedeva.
Aveva condotto con s nel convento una cameriera; ma ne era uscita sola, lasciando a quella donna l'incarico di metter assieme il piccolo bagaglio, e farlo trasportare pi tardi al palazzetto dove tutti sapevano abitava la contessa Usupow: il palazzetto circondato dal giardino, nel quale erano entrati una notte i fratelli Foggo.
La contessa usciva sola perch aveva in mira, secondo la sua indole, un disegno de' pi arditi.
Ella accoglieva sempre la prima idea che le balenava alla mente, e non stava a bilanciare i pericoli cui si esponeva, sebbene gi avesse provato a quali terribili conseguenze una donna della sua condizione pu andare incontro per la pi lieve imprudenza.
Era suo disegno di andar a trovare il principe in casa sua; mostrargli la lettera di Jole; aver con esso una spiegazione. Ardeva tutta del desiderio di rivedere il suo antico amante, di fargli una scena di rimproveri, di tenerezze, dopo la quale si augurava vederlo cader vinto a' suoi piedi.
Non ostante per che fosse cos irriflessiva, le venne in cuore un dubbio, procurandole una certa angustia.
Ella credeva esser giunta a Milano di celato, e che nessuno lo sapesse.
Invece le era stata mandata nel convento la citazione a comparire alla prima udienza del processo contro Jole.
Dunque ella era spiata, e forse, andando in casa del principe, altri l'avrebbe tenuta d'occhio, e forse taluno gi la pedinava!
Sarebbe stato opportuno per lei rinunziare al suo disegno.
Ma non era donna da acquetarsi in un pensiero di saviezza.
Fu al suo palazzetto; per circa un'ora stette nella sua camera ad abbigliarsi; non le pareva mai esser bella abbastanza. Ci voleva un abito modesto per quella visita mattutina, ma un abito che le andasse a pennello e mettesse in rilievo tutte le sue avvenenze.
Tent, ritent, mut; alla fine, guardandosi nello specchio, sorrise; quel sorriso era un omaggio di approvazione, di ammirazione a s stessa, cui la costringeva la vista delle grazie che spiccavano in lei.
La carrozza l'aspettava alla porta.
Vi entr, e dette al cocchiere l'indirizzo del principe.
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CAPITOLO 10.
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Il coup della contessa si ferm dinanzi al palazzo del principe, in una delle pi remote vie di Milano.
Il portone era aperto. La contessa scese dal coup, ed entr.
Travers l'atrio senza abbattersi in alcuno. Alla fine, al rumore che facevano i suoi piedini battendo sulle lastra di marmo, accorse un servo, che era tutto intento alle sue faccende in una stanza al pian terreno, che si apriva appunto sull'atrio.
Il servitore rimase estatico sulla soglia della porta, con un pennacchio in mano, non sapendo farsi ragione di dove fosse capitata l, a tale ora, e perch, una s vaga creatura. Un sorriso quasi impercettibile sfior le labbra della contessa, alla quale andava a genio anche ogni ruvida ammirazione.
Ci  il principe? domand la contessa, alzando la sua testina e dardeggiando co' procaci occhietti l'umile mortale, che le stava dinanzi.
Il principe.... balbett il servitore. E si confuse, come se a un tratto gli fosse occorsa alla mente un'idea e lo avesse reso pi perplesso di quello che gi era.
C' o non c', ribatt la contessa, col suo fare ardito, vivace.
C'.... rispose il servitore, messo cos alle strettee non c'....
La contessa cominciava a pigliarsi spasso di un tale arnese.
Si mise agli occhi la sua lente, sulle cui laminette d'oro erano smaltate alcune roselline, finissimamente lavorate, e fissando il servo:
Andate, le disse risoluta, ad avvisare il principe che io voglio vederlo!
Costui non seppe replicare, e invit la contessa a volere aspettare per poco in una sala terrena che s'apriva sul giardino.
Che io voglio vederlo! brontolava tra s mentre saliva la scala che metteva alle stanze del principe. Ma chi  questa signora?
Il servo non pensava per a muoversi rimprovero di non averle domandato il nome: maniera assai facile per sapere chi ella fosse.
Mentre aspettava che tornasse il servitore, la contessa fu presa da vaghezza di entrare un po' nel giardino, che aveva aspetto s gradevole, e menava in quella propizia stagione bellissimi fiori.
Il servitore indugiava a tornare.
Egli era in grande imbarazzo.
Una persona era arrivata prima della contessa e si trovava in stretto colloquio col principe. Il servitore, avendo avuto occasione di salire pochi minuti innanzi, aveva udito che i due parlavano assai concitati, in una lingua forestiera.
Dal tuono della conversazione egli aveva inferito dovessero trattare di cose di molto rilievo.
Sapeva che il principe non voleva essere disturbato in certi momenti, ed era capace di fargli i pi smodati rabbuffi; ma d'altra parte si trattava di una signora, e di una s bella signora, che pareva aver col principe una qualche dimestichezza e gli volesse parlare di cosa che le stava molto a cuore, poich aveva con tanta insistenza mostrato volont di vederlo.
Si accost alla porta del salotto dov'era il principe. Sent che egli non parlava pi, ma sembrava ascoltasse l'altra persona, che, come se fosse in collera, parlava a voce alta, e con insolita precipitazione.
Il servitore non capiva nulla perch la persona si esprimeva in una lingua forestiera.
Non gli bastava l'animo di bussare; e neppure voleva tornare alla signora, senza aver fatto l'imbasciata.
Si risolvette alla fine, e dette due colpi sulla porta.
La persona, che parlava, tacque immantinente.
Nessuno rispose.
Il pover'uomo avrebbe voluto esser sotto terra. Immaginava che il principe doveva esser gi in collera per l'intempestiva interruzione.
Ma non gli pareva che fosse ormai opportuno di tornare addietro.
Buss di nuovo.
Chi , domand il principe sdegnato, irritatissimo.
Sono io! rispose il servo con voce molto diversa da quella del principe: una voce ossequiosa all'estremo, e quasi supplichevole.
Entrate!
Il servo entr, facendo tal riverenza, che sembrava a dirittura ripiegato in due.
Il salotto era piuttosto grande; la persona con cui il principe favellava essendo rimasta seduta sopra un sof, assai distante dalla porta, il servo pot, parlando quasi all'orecchio del padrone, mormorargli:
Eccellenza... ho ardito disturbarla, perch ci  gi una signora, che domanda con grande insistenza di vederla....
Una signora?.... disse il principe molto turbato, e guardando verso la persona che avea con s nella stanza, e che in quel momento era tutta occupata a leggere una lettera.
S,  giovane... elegantissima... molto bella...
Si chiama?
Il servitore rimase come pietrificato. Era incappato in una delle sue: si era scordato domandare il nome della contessa.
Non lo so! balbett, abbassando gli occhi.
Il principe fece un gesto d'impazienza.
Falla passare in una sala al pianterreno....
Ci  gi...
Chiudi bene la porta... Se ci  mezzo, cerca di persuaderla a non aspettare... dicendole che io sono molto occupato.
Neppur per sogno il principe si figurava che la signora, la quale veniva a farle una visita s mattutina, fosse la contessa. Gli era passato per la mente che si trattasse di qualche donnina capricciosa, la quale venisse a raccontargli una storia, bene architettata, di avventure domestiche, di persecuzioni, di afflizioni, e a domandargli conforti. Giovane, ricchissimo, di gratissimo aspetto, gli toccava spesso di esser ricercato come consolatore a molti femminei affanni.
L'ora sopratutto, il fatto che una donna bella, elegante, si recasse a visitare un giovane scapolo, nelle prime ore della mattina, tutto giustificava il suo concetto.
La contessa passeggiando un po' pel giardino era arrivata dinanzi a una porticina, quasi coperta da arbusti.
E, mentre la guardava con una certa curiosit, le parve di udire un lievissimo rumore.
La porticina si apr come per incanto, e sbuc da essa una testa tutta rabbuffata.
La contessa gett un grido di terrore.
Era comparso a' suoi occhi uno di quegli uomini della polizia, che la spaventavano tanto! il delegato Domenico Arganti.
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CAPITOLO 11.
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Come sa il lettore, il delegato Arganti, d'intesa col principe, passava sempre da quella porticina segreta, quando aveva da recargli notizie attinenti alle ricerche di cui lo aveva incaricato.
Sulle prime, secondo l'accordo preso, veniva soltanto nel cuor della notte: ma ora le sue visite si eran fatte pi frequenti; gli pareva di avvicinarsi sempre pi a scuoprire la verit; sentiva di esser per una via, nella quale ogni passo ormai lo avvicinava alla meta.
Per recarsi dal principe non gli parevano per mai troppe le cautele.
La porticina del giardino metteva,  vero, in una stradetta delle pi riposte, e il principe abitava uno de' quartieri di Milano, dove, in certe ore specialmente, non s'incontrano molte persone nelle strade. Premeva all'ufficiale della polizia di non esser visto e non eccitare sospetti in coloro, che egli sorvegliava.
Ma quella mattina ardeva di parlare col principe, e fu sconcertato quando, aprendo la piccola porta, si trov dinanzi la contessa Vera Usupow.
Gi egli sapeva che un'altra donna era in quello stesso momento in colloquio col giovane signore.
Non gli era ignoto il motivo pel quale era venuta la prima: per non comprendeva come mai la contessa Vera passeggiasse a tale ora in quel giardino!
Il poliziotto riserr adagio adagio la porticina, sicuro di non essere stato riconosciuto. Ma la donnina elegante si sovveniva bene di averlo veduto il giorno infausto, nel quale era andata a portare la lettera minatoria alla Questura, e si era abbattuta in lui anche in appresso, nel subire i numerosi interrogatorii, cui era stata sottoposta, e per l'affare della lettera, e per l'avvelenamento del marito.
Non si era ancor riavuta dal terrore, cagionato dalla vista del poliziotto, allorch la contessa Vera sent il rumore di un passo dietro a s.
Era il servitore che la cercava.
Vera aveva obbedito, scendendo nel giardino, alla sua solita spensieratezza.
L'aveva condotta l un'idea, da cui pareva ed era tutta invasa: l'idea stessa che le aveva inspirato l'energia, il coraggio necessarii ad arrivare sino alla prigione di Jole.
Tale idea era quella di parlare al principe, di sradicargli dall'animo i sospetti che egli nutriva contro di lei, ridurlo di nuovo a s, e allorch lo vedesse rinfervorato nella sua passione, prender di lui un'atroce vendetta.
Oramai il lettore sa di qual indole fosse la contessa Vera: una di quelle donnine per cui l'amore  l'occupazione, lo svago, e, se si vuole, il tormento di tutta la vita; mosse da un solo studio: quello di piacere; ansiose di esser citate come esempio di scaltrezze nel saper tener soggetto un amante e imporre i loro capricci; creature, nelle quali l'amore  alimentato soltanto dalla vanit, dal desiderio di dominio, ma non  per ci una passione men forte.
Per la contessa Vera, impetuosa, avventata, passava da una cosa all'altra a scatti, e sembrava in alcuni istanti dimenticare i sentimenti che l'avevano commossa per mesi interi; la vista de' fiori nel giardino, la curiosit l'aveano un tratto attirata a scendere i tre o quattro gradini di marmo.
Era tenace e volubile, al tempo stesso concentrata e distratta; voleva, disvoleva e rivoleva; avea insomma quella capricciosa disposizione di animo, onde certe donne rendono, a chi le ama davvero, la esistenza crudele, ma inebriante, per le lacrime che fanno versare e le bont improvvise, con cui le rasciugano: bont insperate che nascono da tali indoli, sempre concitate, come lampi dalla tempesta.
La contessa Vera si volt, e vide il servo, che, ossequioso all'estremo, tutto confuso, poich temeva esser interrogato, e gli scappasse di bocca, il che non voleva, che il suo padrone si trovava appunto in quell'istante con un'altra signora.
Invit la contessa a sedersi nella sala terrena, attigua al giardino, come gli aveva detto il principe. Essa accett; aveva bisogno di rifarsi del terrore che aveva provato.
Ma anche in tale circostanza la curiosit la vinse.
Entra mai nessuno da quella porticina? disse accennandola al servitore.
Costui si turb.
La contessa lo fissava in volto.
No, no, signora, rispose il servitore.
Ma avea troppo esitato e balbettava.
 il secondo mistero che scopro dacch sono qui! pensava tra s la contessa.
E, mentre si avviava verso la sala dove il servo l'avea pregata di passare:
Il principe  solo? domand a un tratto, fissando di nuovo i suoi vivissimi occhietti in quelli del dabben uomo.
E innanzi che egli, tutto impacciato, e che sotto quegli sguardi affascinanti, dinanzi a quella donnina che aveva fatto girar altre teste che la sua, non si sentiva pi lui, le avesse risposto, soggiunse, ardita, con uno di quegli atti provocanti che le erano proprii:
 con una donna....
Era divenuta minacciosa.
Il servo, invece di stornarla da quell'idea, cominci a tremare, temendo non accadesse una violenta scena.
Chi sa; forse la bella signora era innamorata del suo padrone, e gi si sentiva punta da gelosia.
Tra i varii partiti, scelse il peggiore: dire la verit.
Il principe, gli soggiunse,  con una signora forestiera... ma brutta e molto vecchia.
La risposta era ruvida, inopportuna, quasi insolente per Vera.
Essa fece un gesto di sdegno.
Una donna brutta e vecchia... diceva almanaccando fra s, qui a quest'ora. Non andr via senz'essermi chiarita di questi due misteri.
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CAPITOLO 12.
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La vecchia signora, che ad ora s mattutina confabulava col principe, avea singolarissimo aspetto.
Era alta, ossuta, con sembiante pi di spettro che di donna, vestita tutta di nero, la pelle del volto e delle braccia giallastra e il cui colore spiccava vieppi verso la mano per i grossi braccialetti d'oro che le luccicavano intorno al polso.
Signore, ella diceva al principe in un certo momento, le assicuro che io sono vittima di una calunnia!
Voi foste la sola persona che entr nelle stanze della signorina Zumarra nel giorno in cui essa si rec alla posta a ritirare la lettera raccomandata... e vi fu arrestata.... Nell'ora stessa in cui la signorina si avviava al luogo dove voi le avevate preparata un'insidia... andaste in casa sua... vi tratteneste... e, non veduta da alcuno, metteste ne' cassetti dei mobili foglietti, minute di altre lettere minatorie scritte con lo stesso carattere con cui era scritta la lettera che avevate gi buttata, giorni prima alla Posta, indirizzata alla contessa Usupow.
La vecchia impavida lanciava al principe occhiate di sprezzo.
Ma la polizia oggi  composta d'incauti!... urlava il principe, che parlava con la vecchia signora in un linguaggio forestiero. La polizia arresta una giovane di fama illibata, ricca, sotto l'imputazione di aver tentato estorcere tremila lire ad una signora.... E la polizia, in un caso simile si contenta di arrestare una persona sola, non la segue, non le lascia consumare il delitto.... Si dice spesso, per spiegare il movente di un delitto misterioso: Cerchiamo la donna! Qui si credette cercare l'uomo per il quale il delitto era commesso!... Il principe alludeva alle voci corse di un amorazzo di Jole per un cantantuccio volgare, il quale, l'avrebbe spinta, inconsapevole, a quel misfatto. Per salvarlo, ella l'avrebbe taciuto. Fu un errore in cui io pure son caduto, ripigli il principe, ed in cui chi prepar il delitto si studi di farci cader tutti.
Il principe da varie settimane non pensava pi ad altro che a quel processo; nulla andava a suo grado; gli parea tepido l'avvocato Avelloni, che pur lavorava con tanto ardore; non finiva mai di censurare le pratiche della polizia che gli sembrava stornassero sempre pi dal vero invece di cooperare a dissipare le tenebre che si andavano addensando.
La polizia!... ripeteva il principe, come se parlasse a s stesso.  divenuta oggi una bella istituzione!... Ci d prove davvero del suo acume.... I suoi ufficiali trovano nei cassetti dei mobili di una donna imputata di estorsione, per mezzo di una lettera minatoria, altre lettere dallo stesso genere.... E trovano quei cassetti senza chiave.... Dunque una donna ricca, di fama integra, non solo si compiaceva nel commettere una certa sorta di delitti, ma ne lasciava le traccie ne' suoi cassetti, aperti a chiunque voleva frugarvi!... Il fatto sembra strano, ma la polizia lo accetta; nessuno de' suoi agenti pensa che una mano estranea abbia potuto gettar l quei fogli cos compromettenti; nessuno domanda se altri sia entrato di nascosto in quelle stanze.... La polizia accetta un fatto enorme, inverosimile e non si occupa di cercare la spiegazione pi ovvia.... Sempre cosi! Qui c' un infernale intrigo di donne.... Voi, signora, continu il principe, tutto avvampante di collera, avete messo gli abbozzi delle lettere nei cassetti; voi avete pregato la signorina Zumarra di andare alla posta. Voi mi spiegherete tutto!... 
La vecchia non sembrava punto intimorita da simili escandescenze.
Perch, ella disse con studiata freddezza, se le cose sono accadute, come voi pensate, la signorina Zumarra non parla e non giustifica s stessa?
Questo, ribatt il principe,  il nodo della questione.... Chi sa che cosa  avvenuto fra le tristi donne, le quali le hanno teso un tal laccio, e lei.... Io ne conosco l'indole superba, generosa; ella tace, sacrifica s stessa per non commettere forse un atto che ella giudica una bassezza.... Ma alla discussione del processo, dinanzi al pubblico, faremo tanto che essa parler; il suo avvocato la supplicher tanto che le caver di bocca l'accusa, che, quantunque voi cerchiate di atteggiarvi a codesta spavalderia, vedo, sin d'ora, vi fa tremare!
La vecchia abbass il capo. Quel linguaggio cos fiero, cos ardente, le metteva nell'animo perverso un'indicibile confusione.
Smaniava fra s e s, imprecando allo stratagemma con cui era stata tirata in casa del principe.
E cominciava a paventare che non ne sarebbe uscita sa non con la peggio. Quando il servitore era venuto a bussare alla porta del salotto, ella aveva avuto un accesso di timore; forse che il principe non fosse solo; che qualcuno stesse ad ascoltarli; che un magistrato, un ufficiale della polizia si presentasse e la sottoponesse ad un interrogatorio; interrogatorio ben diverso da quelli ai quali era gi stata chiamata, per deporre come conoscente della signorina Zumarra, sulla moralit e le condizioni di lei.
E infatti una persona si avvicinava per venire in aiuto al principe; il delegato Arganti.
La vecchia signora, che si trovava dinanzi al giovane patrizio era una delle Micaelli, di quelle Micaelli in casa delle quali convenivano tutte le eleganti donnine di Milano facili a cadere in certe contravvenzioni coniugali, o capricciosette; di quelle Micaelli che il lettore gi conosce sin dal principio del racconto.
Ecco con quale espediente il delegato Arganti l'avea tirata in casa del principe e l'effetto che se ne riprometteva.
L'ufficiale della polizia nutriva certi sospetti contro le Micaelli; secondo lui, una di esse almeno, doveva aver avuto mano nel brutto intrigo, pel quale Jole si trovava in prigione.
Pens che il miglior modo di strappare una confessione all'accortissima donna, sarebbe di separarla dalla sorella con cui di solito andava d'intesa in tutto, e sbalordirla, impaurirla, quando fosse sola e alla sprovveduta, tempestandola di severe domande.
A notte molto inoltrata una lettera era stata recapitata alle Micaelli, scritta su carta con le cifre del principe, recapitata a quell'ora perch ella non potesse mostrarla ad altri n chieder consigli.
Era stesa con molta arte; in termini che dovevano scuoter l'animo di una persona la quale avesse coscienza di aver compiuto un delitto e stesse nella perplessit di essere scoperta.
Il delegato Arganti, di concerto col principe, l'aveva tutta scritta di suo pugno. Il principe sulle prime lo aveva rampognato che volesse mescolare il suo nome a un atto che, per dir vero, gli andava poco a sangue; ma l'ufficiale della polizia avea tanto insistito! Gli premeva di scoprire gli autori della nefanda insidia nella quale era caduta la ragazza? Se s, non c'era d'andar tanto riguardati, bisognava operare con speditezza e senza ritegni. Mentre essi mettevano tempo in mezzo e si baloccavano tra disegni incerti, i loro nemici si andavano sempre pi rafforzando e sarebbe stato pi difficile lo sgominarli.
Certa gente, concludeva il delegato con una delle frasi pi manesche a' suoi pari, non pu essere trattata coi guanti!
Verr? domandava il principe ansioso e che avrebbe dato a goccia a goccia tutto il suo sangue, per provare la innocenza di Jole.
Senta, Eccellenza, rispondeva costui, se la donna  rea, se ha tuffato anche un dito nel delitto... verr di sicuro.... E dall'ora, dalla premura con cui verr, potremo gi dedurre una prova, se sia colpevole o no.
La Micaelli fu tutta turbata al ricever la lettera, che ella credette naturalmente scritta dal principe.
Nella lettera, il principe la pregava a dargli modo di parlare con lei, da solo a solo, il pi presto che fosse possibile.
Le dovea dar ragguaglio di cose molto gravi pertinenti al suo onore; desiderava vederla senza la sorella, alla quale reputava espediente rimanessero occulte le rivelazioni che voleva fare soltanto a lei.
In queste ultime parole era nascosto il dardo avvelenato; era un tratto di genio che avea suggerito al delegato Arganti suo padre, Lucertolo, che non era mai restato un momento dal far indagini e che, mentre dava consigli al figliuolo, gli andava in segreto preparando il terreno per uno di quei colpi che avrebbero levato alto la fama del giovine poliziotto, pel quale sarebbe stato tutto il merito, e che Lucertolo ambiva di veder salire in stima e crescer di grado.
Ormai egli sognava pel figliuolo che avea da s tanto ingegno, e che egli avrebbe coadiuvato, uno splendido avvenire.
La carriera della polizia non era pi cos ristretta come ai tempi in cui egli vi aveva dati i primi passi; si era allargata, menava a' pi elevati impieghi amministrativi.
Domenico non sarebbe stato il primo figliuolo di birro, che fosse salito su un seggio di prefetto.
Lucertolo avea subodorato che una delle Micaelli, probabilmente, si era condotta in quell'affare criminoso con una scelleratezza senza pari, ma ad insaputa dell'altra sorella; anzi forse, poteva essere il suo massimo timore che costei trapelasse quello che era accaduto.
Bisognava dunque impaurirla anche da questo lato; indurla a cercare con precipitazione di stornar i pericoli che la minacciavano.
E Lucertolo avea indovinato giusto.
Si trattava di un tenebroso intrigo femminile.
Una delle Micaelli, la pi giovane, aveva operato di suo capo senza far motto all'altra.
Non pensava pi che vi fosse chi volgesse l'attenzione su lei. Avea un po' tremato nei primi giorni, dopo l'arresto di Jole, quindi si era rimesso l'animo in pace.
La lettera del principe, di un tuono cos grave, cos misteriosa, l'autorit del personaggio che le scriveva, commossero la donna, e le richiamarono innanzi la colpa, nella quale era caduta, in tutto il suo orrore.
Era chiaro che qualche cosa doveva esser giunto all'orecchio del principe.
Altrimenti come egli le avrebbe chiesto di vederla sola, non sarebbe venuto a trovarla nella propria casa? E perch le parlava di pericoli, che la minacciavano, di rivelazioni attinenti al suo onore?
Non chiuse occhio in tutta la notte. La angustiavano i pi foschi pensieri. Le pareva di vedere quella bella giovane, chiusa per lei in un carcere, languente, addolorata: il padre di lei accasciato, colpito a morte dal dolore per la sventura toccata alla figliuola innocente.
La mattina si alz per tempissimo.
Le pareva giacere su un letto di spine.
Il principe anch'egli si era levato presto, o, a dir meglio, non si era neppur coricato; poich la notte, tornato a casa, si era seduto tutto vestito sul canto di un sof, e aveva appena sonnecchiato tre o quattr'ore col capo appoggiato sulla spalliera.
Non s tosto spuntava l'aurora, egli si alzava in piedi, e si mise ad aspettare con ansia crudele.
Sarebbe venuta?
Quale effetto avrebbe prodotto la lettera?
Il principe si sent soffocare, allorch il servitore venne ad annunziargli che una signora forestiera, di et assai avanzata, domandava di lui.
Era di certo la Micaelli.
La fece subito passare.
Guardolla in volto e vi riconobbe le traccie delle inquietudini che l'aveano conturbata durante la notte.
Si form subito di lei un concetto:  colpevole!
E chiunque, vedendola, avrebbe accolto nell'animo lo stesso sentimento.
Cominci subito tra loro una conversazione brusca, violenta.
Ma la Micaelli era fredda, accorta, risoluta a combattere, a difendersi sino all'estremo.
Tutti sanno con quali armi sa combattere una donna, quando  disperata.
L'essere cos debole  forse il pi valido di forze morali, o immorali: nessuno adegua certe donne nell'industria della simulazione; nel tradire la verit.
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CAPITOLO 13.
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La contessa Vera non volle pi aspettare.
Alla fine ella avea qualche diritto sul principe. Se fossi venuta qui, a quest'ora, in altri tempi, ella pensava, non mi avrebbe fatto di certo aspettare. Qual gioia sarebbe stata per lui! Ma gli uomini sono cos: dimenticano facilmente quello per cui pi han sospirato: si direbbe che nascono per essere ingrati!
E si era abbattuta in parecchi di questi ingrati, la gentile e cara donnina!
Il servitore non pot rattenerla. Che scuse le avrebbe addotte, come sarebbe venuto fatto a lui di entrar in discussione con la signora e contrapporsi a' voleri di lei?
Pure volle tentare.
Signora! le disse, il mio padrone mi ha ordinato di non farla salire; ma di pregarla d'accomodarsi in questa stanza.
La contessa gli porse alcune monete.
Il vecchio parve offeso da quell'atto.
Per non gli bastava l'animo di disgustar la vaga donnina: voleva andarci con le belle, persuaderla a poco a poco.
Il mio padrone mi scacciera! egli mormor, scorgendo che ella avea gi messo il piede sullo scalino e si apprestava a salire verso le stanza del principe.
Non vuol dire, ella ribatteva, vi piglier io al mio servizio!
Ma proprio in quell'istante giunse sino a loro un rumore di voci.
Erano il principe e la Micaelli, che parlavano molto concitati.
Il principe, uscendo dal salotto ove avea confabulato sino allora con la vecchia, spalancava la porta con impeto tale che, battendo sul muro, fece un vero fracasso, come se fosse caduto qualche oggetto pesante. Tremarono le vetrate delle finestre e lo strepito rimbomb per tutta la casa.
Il principe dovea essere molto in collera.
La sua voce calda, appassionata, dominava quella acuta, stridente della Mieaelli.
Costei avea dovuto ferir in modo assai grave la suscettivit del principe.
E infatti avea dato in parole, che suonavano la pi aspra ingiuria pel giovane gentiluomo.
A che, gli aveva detto, vi date voi tanta cura per una ragazza del Circo?... Che importa a voi d'una saltatrice?... So che siete vanitoso, e tutte queste brighe che vi pigliate, sono un'ostentazione per far credere che voi eravate l'amante, il favorito della bellissima e corteggiatissima giovane.... Invece voi vi rendete ridicolo agli occhi di coloro che davvero furon suoi amanti, coi quali ella si burlava di voi, delle vostre smanie, de' vostri entusiasmi da collegiale, e che ora di certo vi scherniscono nei loro crocchi!
L'intemerata era assai dura; pure il principe non batt palpebra; capiva che quello doveva essere un espediente per aspreggiarlo, farlo andare in collera e dimenticare l'obietto pel quale avea lasciato venir la Micaelli in casa sua.
Ma la vecchia continu, in tuono fra sdegnoso e sarcastico:
V' chi crede che voi, bench abbiate nome di ricchissimo, vi adoperiate, per interesse, di farvi accetto alla ragazza che  milionaria, grazie a misteriosi e forse criminosi intrighi di suo padre, e pensiate cos di sposarla quand'esca di prigione....
Qui il principe non pot rimanere pi oltre nel suo riserbo.
Le donne, quando vogliono, hanno un'arte di stancare la pazienza umana, che vince ogni prova.
I pi dolci, i pi fermi, i pi risoluti a non venir meno alla loro pacatezza, sono costretti alla fine a uscire de' gangheri.
Allora il principe avea spalancato la porta, gridando all'avventuriera che se ne andasse all'istante dalla casa di lui e cessasse dal contaminarla con la sua presenza.
Ci rivedremo, signora! esclamava il principe. Io ho acquistato la convinzione, la certezza che voi siete colpevole....E vi denunzier io stesso....
Le prove? chiedeva imperterrita la Micaelli.
Oh, le troveremo: ci  qualcuno, che sa veder bene in questi affari, che vi ha gi gli occhi addosso e sapr trovare le prove!
Badate che invece non si scuoprano cose, che vi dispiacciano... che voi non abbiate a essere la prima vittima delle ricerche fatte per vostro conto.
In qual modo? chiese il principe sconcertato dal tuono con cui parlava la Micaelli.
Si potrebbero scoprire cose a carico di un'altra vostra amante, soggiungeva la Micaelli, negli occhi della quale lampeggiava un'espressione di trionfo. Si potrebbe ripetere nelle stanze del procuratore del re e dei giudici la storia di una donna innamorata, gelosa di voi, che architett l'insidia della lettera e mand la ragazza alla Posta per sbarazzarsi di una rivale.
L'idea di questo nuovo pettegolezzo spavent il principe.
Non poteva accusar che s stesso.
Non aveva egli per il primo accolto tal sospetto? non aveva creduto pel primo che la lettera minatoria fosse stata messa, o fatta mettere alla posta dalla contessa Usupow? non credeva tuttora che ella fosse la causa di tutte le sventure di Jole?
Ma egli era per molto lontano dal supporre che la donnina, la quale un tempo lo aveva tanto affascinato, che egli credeva leggera, e per leggerezza capace di divenire scellerata, si trovasse ora cos vicina a lui: fosse innocente delle nere azioni che egli le attribuiva: e si fosse gi adoperata invece per la salvezza di Jole.
La contessa Vera, infatti, riconosciuta la voce della Micaelli, avea salito in fretta la scala, e ormai si trovava nella stanza accanto a quella dove era il principe, e avea tutto udito.
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CAPITOLO 14.
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La contessa si era avvicinata in punta di piedi, sorreggendo con la sua manina bianca, affilata, un lembo della sua veste di seta, per non far il pi piccolo frusco.
Voleva udire quello che il principe fosse capace di rispondere alla Micaelli.
L'allusione, che la Micaelli aveva fatto a lei, era chiara.
E la contessa si stupiva della imprudenza del principe, che avea fatto trapelare a tal gente il suo segreto, e avea operato in guisa che altri potesse sparlare di lei. Ma il principe era innamorato, e gli innamorati godrebbero di troppe venture, se conoscessero bene, e sempre, tutte le vie della prudenza. Se l'amore dev'essere una ardente e cieca passione,  mestieri alle donne il comportare che i loro adoratori si dipartano talvolta dalle strette regole della saviezza; ma le donne non perdonano mai (dicono) un'imprudenza. Vorrei sapere, del resto, che cosa perdonino. Non credo neppure s stesse. (Ed hanno ragione).
Vera si stizziva che il principe in tal momento rimanesse silenzioso e non gli occorresse una parola per difenderla. Ma forse egli non voleva degradarsi a discutere l'onore di una donna, che un tempo avea amato, con la Micaelli.
Questo rispetto, che cos lo interpretava la contessa, gli era di buon augurio. Forse nel cuore del principe era tuttora un resto d'affezione per lei.
Signora, disse ad un tratto il principe alla Micaelli, rompendo il suo silenzio, voi rispetterete il nome di una donna, dalla quale avete ricevuto molti benefizi....
No.... v'ingannate.... io parler.... Volete rovinarmi.... e vi date ad intendere ch'io vi lascier compiere la mia rovina.... Io e mia sorella siamo sicure! Avrei avuto desiderio che la mia sorella non sapesse nulla di questo intrigo.... ma se  indispensabile che lo sappia.... Non temo. Ella ed io abbiamo nelle nostre mani la felicit, l'onore di molte famiglie.... Quante giovani spose venivano nella nostra casa! Voi lo sapete.... Di tutte, pi o meno noi sappiamo un segreto.... e ne abbiamo in mano le prove. Oggetti smarriti, bigliettini mal recapitati, spesso furon restituiti da noi, ma io ho sempre conservato qualche cosa di tutte. Accusate una Micaelli, e vedrete quante donna tremeranno!...
Il principe si mordeva le labbra.
Noi siamo brutte.... lo so..... e mia sorella che  pi giovane di me, ha dovuto comprarsi un amante.... Tra voialtri, gli uomini si vendono alle donne!...
La sola risposta del principe fu un'occhiata di sprezzo. Egli sapeva, come tutta Milano, la turpe istoria.
Del marito di mia sorella, ora morto, continu la Micaelli, si diceva che fosse stato un filibustiere sulle coste africane.... molti lo guardavano in cagnesco. Noi arrivammo qui, strane pel nostro aspetto, il nostro modo di vestire, illinguaggio che si parlava. E pure quanta gente in breve potemmo raccogliere attorno a noi. Cominciammo a farci un gruppo di conoscenti, ruzzolando nella mondiglia.... Il primo nostro ospite fu un uomo, che lascia sua moglie andar mendicando con un bambino per le strade di una citt ed egli vive del denaro che gli  fornito da una donna pi attempata di lui.... Fra voi altri par che s'intenda cos la dignit degli uomini!... Poi ci s'avvicin una donna, che pativa d'una malattia senza requie.... il marito di lei era morto pazzo.... Essa aveva bisogno di frequentar luoghi dove bazziccassero giovinotti imberbi, disperati, avidi di una distrazione qualsiasi.... Qualche vecchio militare, qualche visionario, di quegli uomini di gran cuore, che credono facilmente siano il bene tutte le apparenze del bene: ecco il primo nostro nucleo.... A poco a poco non ci fu avvocatino, impiegatello, che non volesse conoscerci.... In casa nostra si dava un pranzo discreto, due o tre volte la settimana.... si lasciava ballare.... si concedeva molta libert.... allora and la voce per tutta la citt che vi era in una casa dove ci si divertiva, la Micaelli proferiva tali parole con accento singolare. E voi sapete che c' tanta gente, la quale non sogna che divertirsi.... e ha bisogno di divertirsi! Fummo sorprese noi stesse di veder un giorno raccolto nel nostro salotto tre o quattro signore di famiglie cospicue.... Perch venivano da noi? con quale scopo? chi si proponevano d'incontrarvi? Naturalmente esse dovettero riceverci in casa loro....
Il principe ascoltava quel dialogo che non era senza importanza per lui.
Poco ci volle perch noi fossimo presentate a molte persone.... Le signore, che erano venute da noi, ci presentavano, piuttosto che a donne, a giovani signori, e ci accorgemmo ben presto che ciascuna di esse.... per un caso.... veniva a farci visita, in generale, nello stesso giorno e quasi nella stessa ora in cui veniva pure uno dei giovani che esse ci avevano presentati.... Incontri strani.... Queste signore erano fra le pi giovani, le pi graziose, le pi eleganti.... e tutte a casa loro si annoiavano.... Un uomo noioso non dovrebbe mai prender moglie.... e di solito i pi noiosi sentono questa vocazione in modo irresistibile.... il castigo, che trovano, lo hanno meritato!...
Basta, signora! disse il principe, per raffrenare la volubilit con cui parlava la Micaelli.
Basti pure!... Ma lasciate vi dica come queste tre o quattro giovani signore, che avevamo conosciuto su' primi giorni del nostro arrivo a Milano, ce ne presentassero altre tre o quattro belline, ricche, allegre, spensierate come loro.... Fra esse ci era la contessa Usupow, dalla quale, principe, voi foste presentato secondo il sistema invalso, in casa nostra.... Quante volte la contessa arrivava affannata, cercandovi ansiosa cogli occhi, appena entrata nelle nostre stanze.... Se non eravate arrivato, potevate star poco.... Eravamo sicuri di voi! Non siete mancato una volta sola.... Non  accaduto spesso, prosegu la Micaelli con ironia cocente pel principe, che voi, venuto a far visita alle Micaelli, le avete trovate fuori di casa e, entrando in un salotto, ci avete trovato la contessa Vera, sola, che s'era levata i guanti, e avea posato il cappellino su una sedia, per fare qualche cosa.... aspettando anch'essa le Micaelli?
Ogni parola era una sferzata pel principe.
Vera ascoltava quello sproloquio, e la graziosa scellerata aveva sulle sue labbruzze vermiglie un lieve sorriso.
Pareva che il rinfrescarsi di que' ricordi le arrecasse compiacenza piuttosto che dolore o rimorso. L'amore pel principe era stato a lei una s gran distrazione; avea tanto occupato la sua vanit e il suo tempo! E il cuore? Oh, nel cuore delle donnine come Vera, l'amore trascorre come una goccia d'acqua su una statua di bronzo, e, fra i due,  pi facile che il bronzo si commuova. Ma se non avea occupato il cuore, avea svegliato, aguzzato il capriccio. O non bastava? E il capriccio non era ancora smorzato; frullava sempre alla contessa Vera per la testa e altrove.
Non l'aveva condotta l quella mattina, il capriccio?
L'agguato, che mi avete teso, riprese a dire la Micaelli,  indegno d'un gentiluomo come voi....  indegno di un uomo che  stato da me ospitato, che mi ha professato tante volte la sua gratitudine.
In fin dei conti per io vi ho pagato! esclam il principe, dando in un eccesso, trasportato com'era dalla collera, eccesso del quale subito si pent e avrebbe voluto ritirar la parola.
Ma la Micaelli non si spaventava e con ardire pari all'occasione, ripet, gridando:
E avete pagato anche la vostra amante, la contessa Vera Usupow?
Vera si mise a tremare di rabbia, stava per slanciarsi nella stanza accanto a quella dov'era, e avventarsi alla Micaelli, sbranarla!
La voce del principe venne a distorla da quel divisamento.
Uscite di qui, egli urlava, e mai, mai pi in mia presenza osate pronunziare il nome di quella signora...
Vera fu tutta cambiata in un subito.
Il principe, il suo Eugenio, la difendeva: dunque egli non la disprezzava, l'amava sempre.
Eugenio! Eugenio! ella esclam.
E senza riflettere, secondo il suo solito, con le braccia tese, entr correndo nella stanza e si gett al collo del giovane.
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CAPITOLO 15.
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Non  a dire quanta fosse la sorpresa del principe nel vedersi capitare dinanzi, a quel modo, in tal momento, la contessa Vera.
Subito si svincol da lei. Ripens che il servitore gli aveva parola poc'anzi di una signora ch'aspettava, ma era ben lungi dal figurarsi che fosse la contessa. Di dove scaturiva costei? Qual nuovo agguato essa gli tendeva? Poich il principe l'avea difesa contro la Micaelli, unicamente per quella delicatezza che muove il cuore di un gentiluomo, se oda sparlare per causa propria della donna che lo ha amato. Egli non avea del resto punto cessato dal sospettare che Vera fosse fra i primi artefici della rovina di Jole.
Rimase perplesso.
Non voleva umiliar Vera al cospetto della Micaelli; non sapeva che dirsi, a quale risoluzione appigliarsi fra le due donne.
Vera non pensava pi alle sconce cose che avea udito proferire dalla Micaelli contro di lei. Essa era di nuovo or tutta intenta all'amore del principe.
Ma si avvide ben presto che egli non era riconciliato: altrimenti non l'avrebbe in tal modo respinta da s. Poi nel sembiante del principe si leggevano chiari i pensieri che gli turbavano l'animo.
Una domanda gli vibrava sulle labbra:
Perch avete osato venir qui?
E gli era di pena il contenersi.
Le due donne e il principe stettero per alcuni secondi in silenzio. Il principe non vedeva pi n la Micaelli, n la contessa; il furore, il disgusto, lo aveano quasi fatto uscire di s. La Micaelli guardava la giovine signora, certa che ella dovesse avere udito l'insulto gravissimo che essa le avea lanciato. Solo Vera in quel momento era tutta assorta nel contemplare il principe; il suo capriccio d'amore per lui le tornava con la massima veemenza.
Il delegato Arganti avea promesso al principe che gli sarebbe venuto in aiuto, appena egli avesse cominciato a interrogare la Micaelli.
E, infatti, si era appostato per vedere quando la Micaelli entrasse, poi, aprendo la porticina del giardino, stava per adempiere la sua promessa, quando s'era abbattuto nella contessa Vera.
Il principe nulla sapeva di tale incontro e si meravigliava dell'indugio che metteva ad arrivare l'ufficiale della polizia, il suo fedele alleato.
Eugenio! disse la Contessa, rompendo il silenzio e ravvicinandosi al principe, che si era alquanto scostato da lei. Non volete neppure stringermi la mano?
E gli tendeva la sua manina fine, stupendamente modellata, dalla quale si era cavato in fretta il guanto, e che era bianca e vellutata come un fiore.
Che fosse presente la Micaelli non si curava; ella gi sapeva del loro amore; e, non l'avesse pur saputo, per la gentile donnina non esisteva altra opinione nel mondo che la sua; sfidava volentieri ogni pregiudizio, anzi si dilettava di far certe cose temerarie; unico arbitro le era il capriccio; le tremende lezioni che di recente le erano toccate non l'avevano corretta. E non era suscettibile di correzioni.
Il principe le strinse la mano sbadatamente e come se non avesse coscienza di quel che faceva.
E di Jole non sapete nulla? chiese la contessa al principe.
Egli si rannuvol tutto a tale domanda.
Veniva essa adunque a provocarlo, ricordandogli un'immensa ambascia, a schernirlo nel suo dolore?
Il principe rispose con un lampeggiar degli occhi tanto sinistro, che la contessa si ritrasse indietro.
Vi fo questa domanda, riprese, perch se non ne avete notizie, io posso darvene.... So che l'avete veduta di recente....
Il principe rabbrivid.
Chi aveva palesato il segreto alla contessa?
Sapeva essa che egli avea veduto Jole, le avea parlato accanto al letto del padre, e fra gli sfoghi del delirio, in cui a ogni tratto prorompeva il malato?
Ma io l'ho veduta, insist la contessa, dopo di voi.... Le mie notizie sono pi fresche!
Non sapendo dove quel diavoletto di donna fosse andata ad attingere le sue notizie, il principe la guardava sbalordito.
Vi dar le prove di quello che dico, ma...
E la contessa fece un cenno sdegnoso come per avvertire il principe che era mestieri allontanare la Micaelli.
Signora, disse la vecchia, avreste anche l'audacia da far da padrona in casa del principe?... Una donna maritata, come voi, si trova a quest'ora in casa di un giovine, sola, e invece di vergognarsi....
Io sono venuta qui per fare una buona azione! rispose Vera, tutta eccitata. E donne come voi non possono dar consigli di dignit.... Io vi ho udito dianzi parlare di me.... di me che vi ho riempito di benefizi, che voi e vostra sorella avete servito con un ossequio il quale scendeva sino all'abiezione...
Ma noi potremo pure farvi gran danno, rispose la Micaelli. S,  vero, vi abbiamo servito;  un mestiere nuovo, che noi abbiamo praticato in questa citt: aprire un teatro nascosto alla corruzione, ai capricci delle grandi dame, impadronirci con umilt dei loro segreti, e saperli vender cari.... Voi farete tutto quello che volete, ma v'assicuro che il processo per le lettere minatorie sar uno dei pi grandi scandali che si sieno avuti... E rimarr pure uno de' pi misteriosi.... perch nessuno parler, poich siamo tutti compromessi.... Una parola imprudente.... e la pace, l'onore di molte famiglie andranno in rovina.... Vi teniamo tutti legati l'uno all'altro come gli anelli di una catena ed  la catena del vizio....
E siete voi, che avete gettato in prigione la povera Jole, domand la contessa con accento che meravigli il principe.
Siete voi, ribatte la Micaelli, con piglio altero, e facendo allusione a una delle pi perfide calunnie, che, come sa il lettore, aveano sfiorato la riputazione della contessa, siete voi, che avvelenaste vostro marito?
La contessa Vera non pot resistere.
Di un balzo, furibonda come una tigre ferita, si avvent contro la Micaelli, e le aggiusto uno schiaffo cos sonoro, da stupire che vi fosse tanta forza nella mano nervosa di quella cara donnina.
L'altra dette un grido, poi....
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CAPITOLO 16.
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Tutti udirono per la scala il rumore di un passo molto grave. Il delegato Arganti saliva, e sulle prime, con certa cautela, ma udito quel chiasso se ne veniva su di buona lena, immaginando che al principe sarebbe stata molto opportuna la sua cooperazione.
La vecchia non aveva risposto all'oltraggio della giovane signora e in ci le aveva dato prova di insolita generosit, poich essa era, bench innanzi cogli anni, pi robusta della contessa.
Vera, tutta concitata per l'atto che aveva compiuto, cedendo a uno de' subitanei impeti di collera, che l'aveano gi trascinata a far tante pazzie, ebbe per un istante paura e si accost al principe.
Egli non sapeva davvero come cavarsi d'imbarazzo.
Di rado un uomo si era trovato in condizione, che lo lasciasse pi perplesso.
A un tratto appar sulla soglia Domenico Arganti.
Il poliziotto era tutto vestito di nero. Con la sua fisonomia di uomo assestato, seria, quasi cupa, la persona rigida e impettita, avea aspetto di un professore di medicina, o di un vecchio soldato. La Micaelli non lo avea visto, e rivolta al principe gli diceva:
Quello che accade in casa vostra  proprio degno d'esser raccontato.... Voi mi attirate qui con un pretesto, e quando mi avete fatto cadere in un tranello mi coprite d'ingiurie... non basta, mi fate assistere alle apparizioni delle vostre amanti, che in ora mattutina escono non si sa di dove e vi saltano al collo... senza farsi annunziare... Non basta, le donne che si incontrano in casa vostra, rispondono con schiaffi a chi ha il coraggio di dir loro la verit.... Mi sarebbe stato facile il punire cotesta civettuola... e la Micaelli proferendo con una certa stizza tali parole, guardava la contessa, e agitava in aria il solido bastone dell'ombrellino che avevain mano.
La contessa se ne stava rannicchiata accosto al principe: al solito la pusillanimit succedeva in lei agli smodati furori.
Il principe, scorto il delegato, fece un gesto, e subito anche le due donne guardarono verso la porta.
La Micaelli ebbe incontanente ravvisato l'ufficiale della polizia.
Ci mancava anche questa, disse con accento petulante, indirizzandosi al principe. In casa d'un gentiluomo vanno e vengono a loro arbitrio, non soltanto le avventuriere, e lanci una singolare occhiata alla contessa, ma anche i poliziotti.... Sar stata sempre misteriosa la nostra casa; ma questa pure!...
Signora, disse pacato, per con grande fermezza l'ufficiale della polizia, chiedo scusa, se ardisco risponderle io.... Ma i misteri, che accadono in casa del principe sono ben diversi da quelli che si svolsero nella casa di lei e di sua sorella....
Che ne sapete voi? domando imperterrita la Micaelli.
La polizia  sempre bene informata.
Chi sa?
Gliene dar le prove! rispose l'ufficiale della polizia, cortese, ma reciso.
Le vedrei volentieri!
Dunque, signora... se il principe lo permette... e se ella intende accordarmelo... avremo un breve colloquio tra noi due.... Io cercavo appunto di lei... mi era urgente parlarle nella giornata... e non mi aspettava di incontrarla qui... Ma, dacch l'occasione ci ha favorito....
E ossequioso si volgeva al principe, come impetrando l'assenso di lui.
Il delegato aveva fatto la sua parte a meraviglia.
Avea subito compreso che qualunque fosse la ragione per la quale, cos alla non pensata era capitata la contessa Usupow, il principe dovea star sulle spine, e per cavarlo d'impiccio e per metter il tempo a profitto, bisognava senza indugio separar le due donne.
Alla Micaelli egli avea a dir cose che ne avrebber di molto abbassato l'orgoglio.
Invece di dirgliele al cospetto del principe, come gi ne avea fatto disegno, glie le avrebbe dette, e pi aspramente, a quattr'occhi.
Ricevuto dal principe il consenso, il delegato e la signora Micaelli, che era gi un po' conturbata dal tuono con cui le aveva parlato il poliziotto, entrarono in una stanza, della quale il delegato, pratico del palazzo, apr la porta, lasciando passare innanzi a s la vecchia.
Il principe e la contessa Vera rimasero soli, come ai tempi felici del loro amore, quando si inebriavano nella scambievole loro affezione, che doveva durar cos poco, quando non disturbati, quieti, tranquilli, passavan le ore nelle discrete stanzette della ospitalissima casa di via Moscova, sotto la protezione delle Micaelli.
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CAPITOLO 17.
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Soli! come a' tempi felici, allorch Vera non si peritava di fare scene al principe, se egli fosse arrivato anche due o tre minuti dopo di lei al convegno! Soli, come quando ella arrivava, tutta rossa e trepidante, per la commozione, gettandosi nelle braccia di lui, di solito premendosi una mano sul cuore, che le martellava, e ripetendogli:
Ho paura! Ho paura!
Il principe com'era obbediente, affettuoso! Per nulla al mondo avrebbe voluto dispiacerle; si studiava indovinarne i desiderii; ella era tutto per lui. Perch, pensava Vera in quel momento, perch era venuta a Milano la saltatrice, la Figlia dell'Aria, e le aveva tolto ogni impero sul cuore del principe?
Erano finalmente soli!
Il principe era accasciato su un sof, la testa fra le mani, come non potesse pi reggere ai pensieri che lo crucciavano. In mezzo a qual terribile dramma non si trovava egli da alcune settimane! E di tratto in tratto, nuovi incidenti venivano a renderlo viepi terribile!
La bella donnina era volubile, capricciosa, ma non perdeva la testa in qualsiasi frangente. E l'amore del principe tornava a stimolarla con veemenza. Ora, una donna che ama non sa vedere ostacoli fra lei e l'obietto della sua passione, o se pur li vede, sa trovar la forza e la intelligenza adeguate a superarli.
Eugenio! disse Vera, che era rimasta in piedi accanto al principe.
E lo tocc lievemente sulla spalla.
Dalla stanza vicina, dov'erano entrati il delegato e la Micaelli, non udivano alcun rumore. I due si parlavano a bassa voce; segno che la conversazione si aggirava su argomento molto delicato.
Eugenio! ripete Vera con la massima dolcezza, poich il principe non faceva atto di muoversi.
Egli allora si alz, passandosi una mano sulla fronte. Parve si svegliasse da una meditazione penosa, nella quale era stato assorto.
Guard Vera. Era pur tanto graziosa, gentile in ogni suo nuovo atteggiamento: le guancie accese dall'affetto che la commoveva. Di sicuro ci voleva una virt assai rara per resisterle, o una tenacit, anche pi rara, nella passione verso un'altra donna.
Il principe in quel momento avrebbe avuto bisogno di conforto, e chi poteva porgerne a lui meglio della donnina, leggera se si vuole, ma che tanto l'amava?
Per, come accade, egli non si sovveniva pi dei giorni ne' quali l'aveva adorata, in cui da ogni atto della volont di lei dipendeva la sua gioia, la pace del suo animo.
In essa non vedeva ora che la donna, per la quale Jole era precipitata in prigione; non pensava neppure, poich l'uomo  spietato, che se la contessa avesse fatto cadere in un tranello la ragazza del Circo vi sarebbe stata sospinta da un sentimento solo: la gelosia destatale da impetuoso amore per lui. Non avrebbe avuto altro motivo.
Eugenio! disse Vera per la terza volta e con sembiante costernato, poich scorgeva quanta fosse l'indifferenza del suo antico amante. Io vengo a parlarvi di Jole... l'ho veduta!
Al nome di Jole il principe si scosse.
Si risvegliava in lui la collera contro la contessa.
Venite, disse impetuosamente, a preparar nuove insidie e nuove calunnie... Chi vi ha condotta qui?... Come avete osato di entrare in questa casa dove, per causa vostra, regna la costernazione?
Vera fissava il principe.
Per la prima volta si accorse di quanto egli fosse cambiato. Il dolore aveva contraffatto i lineamenti del volto, gi s regolari: era pallidissimo. E tutto per una rivale di lei!
Ma Vera contava sulla pacatezza per riguadagnare l'affezione del principe, senza la quale non le pareva ormai poter trovare pi requie.
Io non vengo, rispose, a calunniare, o a preparar insidie.... Io ho veduta Jole, le ho parlato; per causa mia ella ha potuto uscire dalla prigione... io la salver!
Voi! esclam il principe sdegnoso e crollando il capo in segno di dubbio.
Io... s, ripigli la leggiadra donnina.
Non credo a nulla di quello che dite.... Voi avete mentito sempre!
Il principe era ingiusto. Aveva mentito a lui la contessa Vera, allorch si abbandonava tutta al suo affetto, dimentica dei propri doveri, scegliendo lui, non altri che lui, tra tutti gli adoratori, che le facevan codazzo e ciascuno dei quali sarebbe stato pago in quel momento, e avrebbe tenuto per massimo favore di poterle baciar la mano?
L'ingiuria era atroce, immeritata.
La contessa non volle rilevarla.
Vi ripeto, ella soggiunse, che Jole  uscita di prigione... e ha potuto vedere suo padre... e voi... unicamente per causa mia.
Come la contessa avrebbe indovinato tali cose?
Il fatto dell'assenza di Jole dalla prigione, bench per poche ore, doveva essere restato necessariamente misteriosissimo.
Mentre ella parlava con voi, prosegu la contessa, io l'aspettavo, vestita de' suoi panni nella prigione.... Se mi avessero scoperta!...
Ma Jole era vestita da monaca, quando io la vidi! disse il principe lasciandosi trasportare dalla foga de' suoi ricordi.
E appunto questo vi spiegher.
Per io non vi do piena fede sino ad ora... insist il giovane. La ragazza ha troppi e tenebrosi nemici: io ho diritto di temere che ad ogni istante si tenti di farci dare un passo in fallo.
E se io vi mostrassi una lettera di Jole indirizzata a voi?
A me!
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CAPITOLO 18.
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Vera porse al principe la lettera. Egli non potea credere a' suoi occhi, e si fece raccontare dalla contessa per filo e per segno come erano andate le cose.
Ma un dubbio lo pungeva sempre.
In qual modo, egli disse a Vera, non s tosto ebbe finito di spiegargli la via, che avea tenuto per entrare nella prigione, come Jole n'era uscita e la pietosa complicit della monaca, in qual modo voi vi siete data tanta briga, avete affrontato tanti pericoli, per giovare a una donna, della quale foste sempre nemica?...
Vera fu molto imbarazzata dalla domanda, non volendo subito disvelare la foga del suo amore.
In qual modo, proseguiva il principe, dopo averla calunniata, dopo aver di certo contribuito alla disgrazia di lei, dopo averle dato in pubblico, innanzi che ella fosse compromessa, segni del vostro disprezzo, vi siete accesa d'un tratto ad amarla con tanta passione?
Lo sapete, Eugenio, mormor confusa la bella donnina, io sono impetuosa, ma non cattiva... questo  il mio carattere.
Ah, io non vi credo, continuava il principe. La lettera  un nuovo atto generoso di Jole, che vi perdona e vuol contribuire a farvi ricuperare la mia stima...
L'ingiusto odio verso di me vi accieca! disse la contessa, cui l'amore in quell'istante facea dimenticare tutto il suo orgoglio. Se volete, interrogate suor Silvestra.... Essa  incapace di mentire... e, anch'io, in coscienza, so di esserne incapace.
La vaga donnina in quel momento aveva ragione; ma se la sua coscienza avesse avuto miglior memoria, chi sa quante occasioni le avrebbe ricordato nelle quali forse non avea sempre detto strettamente la verit!
Il principe stava perplesso.
Non sapeva farsi ragione de' motivi pei quali la contessa avea operato in tal modo.
Sar difficile che io creda alla vostra sincerit, riprese duramente il principe, se almeno non mi provate che avete avuto qualche interesse a fare quello che avete fatto!
Egli parlava con molta seriet, freddo, impassibile, come se si fosse trovato dinanzi a una persona che vedesse per la prima volta e gli inspirasse la massima sfiducia.
Eugenio! replic la contessa, con voce nella quale gi si sentiva il pianto. Io non star qui a ricordarvi quanto mi avete amato... Vi parler solo di quanto vi ho amato io...  vero; io avea concepito un'immensa gelosia per la ragazza del Circo, dacch voi diventaste s infatuato di lei da dimenticare persino ogni riguardo verso di me....  vero, io l'ho odiata, le ho voltate le spalle in una riunione di molte persone, mentre essa mi moveva incontro per salutarmi, ho parlato di lei con sdegno, con rabbia. Ma, soggiungeva la contessa, quando io odio, come quando io amo... e voi lo sapete... io so odiare e amar francamente... e non mi costa pena lo sfidare i pregiudizii e le opinioni del mondo... Sapete che cosa ho fatto per dimostrare a voi il mio affetto.... Se avessi odiato quella ragazza in modo da volerle nuocere, non mi sarei nascosta per gettarle il sasso, che doveva colpirla.... Ella ha pi forza di me, ma, lo sapete, io sono temeraria!... Accusatemi di leggerezza, di avventatezza... sebbene non toccherebbe mai a voi lanciarmi tali accuse... ma non mi sospettate di bassezze, di atti che rivelerebbero abiezione d'animo... La impronta del mio carattere  e fu sempre la lealt, una sincerit esagerata...
In quel punto il principe si risovvenne di ci che gli avea detto l'avvocato Avelloni, allorch egli, parlando con lui, aveva attribuite alla contessa le sorde mene contro Jole.
Tutt'e due gli parlavano dunque lo stesso linguaggio!
Voi mi avete sempre sfuggito dopo l'arresto di Jole! esclam lacontessa, avete evitato di parlarmi dopo il nostro ultimo incontro in casa Micaelli e l'irritante colloquio che avemmo insieme... Da quel tempo io non ho avuto pi pace.... Fui la prima vittima dello scandalo cagionato per l'arresto di Jole.... Si and ricercando ogni minuzia della mia vita.... Cominciarono a ripeter nomi de' miei amanti.... ciascuno me ne regalava a suo arbitrio.... Coloro che io aveva pi dispregiato presero quell'occasione per vendicarsi.... Le frasi maliziose mi arrivavano da ogni parte sulle labbra di pietose amiche.... La notte dopo l'arresto di Jole, un uomo entr nella mia camera, scavalcando la finestra....
Lo so.... lo so! disse il principe.
Lo sapete?
Al cenno che fece il principe col capo, rispose la contessa:
Dunque voi avete una polizia segreta.... Mi fate spiare?
Sicuro.
Allora mi amate sempre!...
Vi accerto che non fu con questo scopo....
E saprete pure dell'avvelenamento di mio marito.... Non potrete per sapere i momenti terribili che io ho passato, quando lessi negli occhi degli stessi medici accorsi al suo fianco, che essi sospettavano che io fossi la rea!... Io, che ho sempre operato con tanta lealt, pago la pena di essere stata sincera.... Perch non ho messo la cura che altre mettono a nascondere certi trascorsi, mi si crede capace di tutto!... Ma le accuse muovono dai cuori volgari, di cui  pieno il mondo; non avrei creduto mai potessero entrare nel vostro.... Oh, Eugenio, se voi foste stato vicino a me ne' giorni in cui ho tanto sofferto, qual conforto mi avreste dato!... Ma anche voi mi avete lasciata sola.... sola! una povera donna a lottare contro le calunnie, le infami reticenze, i sospetti obbrobriosi che si accumulavano su lei.... Tutti contro una donna.... Ah! la societ  generosa!
Per la societ, riprese il principe inesorabile, non calunnia, non sospetta, non ingiuria mai la donna, che vive tranquilla, modesta nel suo focolare.... La societ bersaglia le donne, che per un tempo la umiliano con le loro stravaganze, il loro lusso, le loro avventure rumorose: le deride e ognuno si affretta a calpestarle quando, in preda alla vertigine, cadono da quelle effimere altezze, cui si erano sollevate e dalle quali sfidavano e schernivano tutti....  una vendetta dell'onore, un risentimento della virt offesa, un risveglio di quei sentimenti d'onest, che covano nel cuore di tutti gli uomini anche de' pi corrotti...
E siete voi.... voi.... che mi parlate cos? Voi, Eugenio!
La contessa non seppe pi raffrenarsi e dette in uno scoppio di pianto.
Di tutte le umiliazioni che aveva subte, quella era per lei la pi cocente e angosciosa.
Si disperava, e il dolore di lei era sincero. Il principe ne fu commosso e risent un subitaneo pentimento della sua ingiustizia.
Quanto non aveva egli fatto perch Vera consentisse alle sue domande: quanto si sarebbe un tempo reputato infelice, se essa lo avesse trattato come ora egli, trascinato da un'altra passione, pretendeva di trattar lei! Fra i due, chi era il pi colpevole? La contessa, la quale pure ammettendo che avesse cooperato alla rovina di Jole, era stata sospinta da gelosia, cio da fedelt e tenacia nel suo amore; o egli, che con la sua incostanza l'aveva eccitata sino a commettere un delitto, venendo meno alle ardenti promesse che le aveva fatto? Vera lo amava sempre, come egli aveva un tempo desiderato e voluto; in lei era il diritto di chiedergli in qual modo potesse giustificare l'abbandono in cui l'aveva lasciata. Gli uomini non vanno tanto per la sottile in certe questioni, ma la legge morale  la stessa per tutti, e in ogni congiuntura;  improntata, sia pur leggermente, nel cuore di tutti, e tutti la sentono in certi istanti. Il principe, che era d'indole s delicata, ne aveva la pi ampia nozione e non si era mai dipartito da certe norme ne' suoi atti.
L'amore per Jole lo aveva colto all'improvviso, come una di quelle passioni furibonde, dissennate, che destano nei cuori pi sicuri, e che si credono pi chiusi alle dissipazioni volgari, le donne belle, famose, adulate, che ci appariscono tra li splendori, lo sfarzo dei Circhi o dei teatri. In esse le grazie, le seduzioni della donna, che  il sorriso del mondo, paiono come rilevate e raddoppiate dal raggio di gloria che le illumina; dalla ammirazione che prodigano loro anche gl'indifferenti, e che sprona e tormenta chi le ama; dalla vita avventurosa che menano. Tali passioni hanno una volutt amara, ineffabile; investono ratte come la folgore, abbagliano, incendiano, abbattono come la folgore, avvolgendo coloro che colpiscono quasi in un nembo, in un vortice di luce e di fuoco.
In simil guisa il principe era stato colpito.
Veduta Jole, scambiate con lei poche parole, non era stato pi padrone di s. E aveva dimenticato la contessa, che per lui arrischiava il nome, la tranquillit, l'avvenire. N mai, come accade a chi  invasato da una grande passione, gli era rimasto agio a considerare pacatamente le cose: n scrutando in s, vi aveva cercato se egli non fosse reo d'ingratitudine o di imperdonabile leggerezza.
Ma in quel momento supremo la verit gli balenava innanzi.
La contessa era di sicuro una donna leggera; pure, quanto aveva sofferto per un suo amore, l'amore che ella professava verso di lui! Lo stesso delitto di cui egli la supponeva capace, le era stato inspirato da costanza nella sua affezione, o nel suo capriccio.
Ed egli? Egli, ad un tratto non si era pi curato di lei; l'aveva accusata, senza voler udirne le discolpe; il giorno che era andato a chiederle una spiegazione l'aveva irritata, inasprita pi che mai, usando modi violenti, e si era tutto ingolfato nella passione per Jole.
Non gli pat pi il cuore di lasciar tanto soffrire quella gentile donnina.
Il pianto le inondava le guancette rosee e tumidette, le velava gli occhietti di solito cos allegri e furbacciuoli e col fazzoletto di batista si dava un gran da fare di tratto in tratto per asciugarsi le lagrime; e mormorava parolette di rammarico e si agitava, si contorceva tutta, non trovava mai requie alla sua testolina bionda. Non altrimenti l'artefice pi industre avrebbe voluto effigiare Psiche, stemperantesi in lacrime nello scorgere volato via da s l'Amore.
Vera! disse il principe con l'accento con cui le parlava una volta, e che and subito al cuore della contessa.
Ella si alz in piedi di scatto, e gli strinse la mano, che egli le tendeva, e nel volto di lei brillava la gioia, un'espressione di riconoscenza. Le lacrime non erano cessate, ma, colla sua volubilit, piangeva ora di allegrezza.
Eugenio! ella esclam. Dimmi tutto quello che vuoi che io faccia per te: figurati che non sar contenta, se non obbedendo a tutti i tuoi desiderii... Potessi indovinarli! continuava con quell'ardore, che le era proprio, ognora impetuoso.
Vera! ripet il principe. Parliamo come se ci vedessimo per la prima volta... come se non ci fossimo mai conosciuti.... senz'affetto e senz'odio.... a me preme sapere la verit....
La elegante donnina si rannuvol un poco. Ma essa aveva detto che volea conformarsi a tutti i desiderii di lui!
Sia come vuoi! rispose dolcemente, abbassando la sua testolina bionda con un graziosissimo atto.
E mise la mano sulla mano con cui il principe s'appoggiava alla spalliera del canap.
Tutti e due erano seduti: l'uno di contro all'altra e molto vicini.
Il principe si fece raccontare da Vera tutto ci che le era accaduto dal giorno in cui, ricevuta la lettera minatoria, se n'era andata a portarla al questore di Milano sino a quel momento.
La contessa parl con schiettezza, con tal calore, con tanta semplicit; disse la sua storia, che non poteva aver ammanita e studiata, con tanta franchezza in tutti i suoi particolari: raccont con tanta efficacia le congiunture terribili nelle quali s'era trovata, che non rimase pi dubbio al principe ch'egli si era ingannato: che essa le diceva la piena verit.
Egli, uomo serio, forte, che si teneva per scrupoloso, rispetto a probit, si sent umiliato dinanzi a quella donnina volubile e leggera.
Bench leggera, ella avea avuto pi coraggio, pi forza, e, ci di cui maggiormente gli sapeva male, pi lealt di lui.
Le doveva chieder perdono?
Doveva, poich vedeva che l'aiuto di essa le era necessario, unirsi a lei per salvare Jole.
Ma come si sarebbe egli trovato ora fra le due donne?
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CAPITOLO 19.
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Ben altro era il colloquio tra il delegato Arganti e la Micaelli nella stanza accanto.
Signora.... bisogna confessare tutto.... dir tutta la verit.... se vuol scampare da un grosso pericolo.
E il delegato, proferendo tali parole, stralunava gli occhi, serrava i pugni, faceva ogni atto per spaventare la vecchia.
Ma ella, scozzonata nelle male arti, non avea sembiante di commuoversi molto per quelle intemerate.
L'avverto che noi sappiamo tutto!... ed io ho il potere di arrestarla anche qui!
La guardava con occhio torvo, con piglio minaccioso, e tutto in collera, digrignando i denti e parlando a voce bassa.
Ma ella non si moveva.
Avea affrontato ben altre battaglie; avea trascorso la lunga sua vita, tenendo mano ad intrighi di ogni specie.
Quella donna, come dicemmo, aveva in petto rilevanti e gelosi segreti.
Poteva, se una mattina si fosse desta di tale umore, mandare attorno cinque o sei lettere anonime e gettare lo scompiglio, la desolazione in altrettante famiglie.
Ma ella si era fatta un'arte della discrezione; il silenzio le approdava pi che il parlare a dirotto: si avvantaggiava col terrore che incuteva, pi che non le sarebbe riuscito, se avesse propalato, divulgato quello che custodiva nell'animo.
Quell'uomo della polizia, che le parlava con tanto vigore e la mettea alle strette con le sue domande, le cagionava un turbamento in lei insolito, ma s'ingegnava di simulare. Era maestra nel sapersi schermire contro chi intendesse offenderla.
Visto che non ne cavava alcun partito, il delegato Arganti si era alzato e passeggiava su e gi per la stanza, lanciando di tratto in tratto occhiate alla vecchia; e, tutto sopra pensiero, come andasse mulinando tra s, se fosse espediente il ricorrere ad un mezzo estremo.
Alla fine si ferm dinanzi alla Micaelli.
Dunque, le disse sempre a bassa voce, ma con grande indignazione, lei non vuol parlare.... Ah! ma non uscir di qui, senza avermi ripetuto le verit, che io gi so!
La Micaelli scatt dal sof sul quale era seduta e si avvi diritta, impettita, verso la porta come se volesse andarsene.
Il delegato per la precedette: chiuse la porta a chiave, e mettendosi la chiave in una tasca dell'abito:
Ora a noi! disse, fissando gli occhi in quelli della vecchia. L'avverto, io ho pieni poteri.... Sono a me affidate le indagini su due processi: quello per l'assassinio di via Fiori Scuri e quello per la lettera minatoria.... Lei, signora,  compromessa in tutti e due questi affari....
Io? domand la Micaelli, ma la voce ora le tremava.
Per la prima volta un uomo parlava dinanzi a lei del delitto di via Fiori Scuri, ponendolo in correlazione col processo della Figlia dell'Aria; per la prima volta ella si sentiva ricisamente minacciata di vedere il suo nome e quello di sua sorella, pronunziati in una discussione criminale su due fatti di tanta importanza e che l'uno per atrocit, per perfidia l'altro, gi avean destato tanto orrore.
Lei! ribatte l'uomo della polizia, Lei, s!
Come? chiese la Micaelli, la quale era sulle spine, e cedeva, poich dava vista d'esser curiosa d'apprendere ci che il delegato rivolgeva nella mente, una donna pu essere sospettata di aver dato mano al delitto di via Fiori Scuri? Vi sfido a provarlo!
Signora, non siamo qui per fare una giostra di scuse e di accuse.... Siamo qui per un motivo serio, terribile....  inutile ch'ella cerchi di sfuggire alle domande che io le fo... lei sa bene....
Io non so nulla!
L'avverto... noi abbiamo gi ricevuto precise notizie sulla sua famiglia.... Abbiamo gi nell'archivio della polizia un bel numero di documenti sulla vita condotta da lei e da sua sorella.
Il delegato voleva a poco a poco atterrirla, poi coglierla all'improvviso, quando fosse il momento, con una rivelazione che pensava dovesse sbalordirla e darla vinta nelle sue mani, implorante merc.
E cercava di farsi raccontare da lei ci che egli gi sapeva e si proponeva di dirle per poter comparare le notizie, quali egli le aveva, alle dichiarazioni cui essa si sarebbe prestata. Tali raffronti sono indispensabili ad un poliziotto coscienzioso e gli danno sovente agio di scuoprire compiutamente la verit.
Per un pezzo la vecchia continu a gareggiare di astuzia, di pervicacia col poliziotto.
Egli per non le lasciava tregua.
Non si era mai trovata a un pi brutto cimento.
Ad ogni istante quell'uomo parlava diarresti, di prigione, di processi.
Sapeva ella quante persone sarebbero state costrette a difenderla per paura che una sua parola nuocesse loro; era una di quelle creature che di per s stesse non potrebbero dar un passo senza incappare nella rete delle leggi, senza cadere sotto la scure della giustizia, ma che il vizio di tutti, del quale sono ausiliatrici, o confidenti, rende forti, invulnerabili. Sono tristi piante che rampollano e ingrassano dalla corruzione altrui.
Quella donna, conscia dei vizi, delle turpi passioni che si agitavano intorno a lei, sfidava in quel momento la societ con una intrepidezza che non avrebbe osato avere la virt, consapevole di s, forte della propria innocenza.
Ma era tempo di tentare l'estremo colpo.
Ormai pareva al delegato Arganti di avere indugiato anche troppo.
Si avvicin dunque alla Micaelli sempre pi cupo e accigliato.
Voi, le disse, siete maritata!...
Nessuno avea, sin allora, saputo in Milano che quella Micaelli avesse un marito. Si sapeva che la sua sorella era vedova; e anch'essa nessuno pi la chiamava col nome dello sposo: entrambe erano da tutti conosciute col nome di Micaelli.
Alle parole del delegato di pubblica sicurezza, la Micaelli si accasci sul sof.
Il colpo era stato bene aggiustato. L'ufficiale della polizia pot a un tratto giudicare dell'effetto che produceva.
Maritata? mormoro la Micaelli, pi per l'abitudine che avea contratta di mentir sempre, di schermirsi contro ogni attacco, che perch avesse la forza o la convinzione di potersi ormai difendere.
S maritata con uomo di basso affare.... con un assassino!... mormorava il delegato all'orecchio della Micaelli, la quale si contorceva e abbass il capo avvilita, oppressa da quelle accuse.
La vecchia ansava, era divenuta orribile.
Voi siete la moglie del pagliaccio Zaffo, di quell'uomo misterioso, che adempie nel Circo i pi umili servigi, che se l' svignata da Milano, ma che la polizia sapr presto arrivare... Egli  astuto come voi... ha cambiato nome tre o quattro volte... ha subto una condanna infamante.... Le ricerche da noi incominciate pel delitto della lettera minatoria ci hanno condotto a far indagini sul carattere, sugli antecedenti de' varii artisti della compagnia.... Ci  nella compagnia qualcuno, che ha raccolto importanti rivelazioni.
La Micaelli era atterrita.
S, rispose, balbettando, cotesto Andrea... Zaffo, come voi lo chiamate,  mio marito.
E si copr il volto con le mani.
Il delegato credette opportuno lasciarla allo strazio delle sue riflessioni per qualche istante.
Egli  uno scellerato! soggiunse la Micaelli. Ma sono quasi vent'anni che non mi parla pi... e ha tenuto scrupolosamente i suoi patti... Una sera andata al Circo, mi parve di riconoscere la sua voce... quando urlava con gli altri clowns.... Mi sentii rimescolare il sangue!... Lo guardai bene, e, sotto la maschera che si era fatto, lo riconobbi... L'ho pure incontrato un giorno, mentre io passava in carrozza vicino al teatro dove hanno il Circo.... Come  cambiato!... Non so se egli mi abbia veduta... ma non mi ha dato segno di vita....
Inutile dire che la Micaelli mentiva.
Sapete dove egli  nato?
Suol raccontare che  nato in un paesello nel sud dell'America, ma io credo sia nato in un villaggio della Boemia... Avr circa quarantacinque anni....
Ella parlava, quasi inconsciente, come se un impulso interiore la spingesse a dir tutto.
Dove lo avete voi conosciuto?
In Ungheria....
Ed egli  stato, prima d'esser vostro marito, vostro servitore!
La Micaelli stralun gli occhi.
La polizia era davvero onnipotente ed essa avea creduto poterla sfidare, burlarsene.
Come quell'uomo avea potuto impadronirsi di tanti segreti!
Il delegato parlava con la massima verit.
Il marito dell'altra Micaelli avea, tornando da' suoi viaggi in Africa, portato con s questo servitore.
Era allora un giovinastro sui venticinque anni; di assai bell'aspetto, forte, intromettente.
Una mattina la Micaelli, che ora il delegato avea dinanzi a s, spariva dalla casa nella quale conviveva colla sorella e col cognato.
Insieme con lei scomparve il giovinotto.
Poi arrivarono lettere nelle quali la Micaelli chiedeva perdono alla sorella, la supplicava a ottenerle scusa dal marito e le confessava che si era unita in matrimonio col giovane Andrea Calvulo.
Tale era il nome che allora si dava costui.
La Micaelli avrebbe per l'et potuto essergli madre.
E l'unione dur poco.
In che modo si eran separati?
Questo rimaneva sempre ignoto all'ufficiale della polizia.
Anche la vita di Zaffo, secondo il nuovo appellativo preso dallo strano personaggio, non era nota in tutti i suoi particolari.
Un sentimento di antica tenerezza si risvegliava nel cuore della vecchia.
Dunque, ella disse al delegato Arganti, Andrea corre un gran pericolo.... Ne ha fatta qualcuna delle sue?
Lo corre per insieme con voi! rispose il delegato. Il nostro disegno  oggi questo.... Voi avete in mano tutte le fila d'un intrigo, pel quale si trova in prigione una innocente.... Voi avete lavorato con somma accortezza per accumulare contro questa innocente tutte le apparenze della reit.... Ebbene noi vi mettiamo in stato di accusa!
La Micaelli tese un braccio come se volesse ripararsi da qualcuno.
Noi, proseguiva il delegato, vorremo subito sapere dei vostri antecedenti.... Metteremo in luce la visita che faceste in casa della signorina Zumarra... proprio nell'ora in cui ella si recava alla Posta... trattenendovi per un certo spazio di tempo nelle sue stanze.... V'accuseremo di aver messo nei cassetti dello stipo gli abbozzi di lettere minatorie.... E, allorch voi contrapporrete alle nostre accuse i vostri precedenti, noi sveleremo che siete la moglie di un assassino... che egli vi incute timore... che vi chiede somme... per procurarvi le quali siete costretta a tutto!... Forse la signorina Zumarra vi aveva negato denaro, e voi, per vendetta, architettaste contro di lei questa trama.
La Micaelli stava tutta pensosa.
Voi potete uscir salva... se svelerete con sincerit l'intrigo della minatoria.... E innanzi tutto mi direte la parte che ci ha avuto la cavallerizza Cofanello.
Allora la vecchia si alz.
Fece atto di parlare, ma si sent morir sulle labbra la parola. La colse un subito tremito e piomb di nuovo accasciata sul sof.
L'ufficiale della polizia avea ridestato in lei memorie tanto angosciose, che non avea potuto sostenere un cocentissimo tormento.
Rimase irrigidita e sembrava presa da grave malore.
Il delegato le tocc la fronte, che era ghiaccia come il marmo, le alz le braccia che ricaddero inerti, la chiam a nome pi volte, senza che ella rispondesse.
Entr in sospetto di una simulazione: cio che, imbarazzata sulla via da tenere in quel momento, e che pi fosse propizia al suo scampo, cercasse guadagnar tempo per aver agio di ponderare.
Volle tentare uno stratagemma.
Sapeva che l'uomo pi atto a incutere spavento alla vecchia era il suo orrido marito.
Soltanto a udirne pronunziare il nome ella era tutta raccapricciata.
Bisognava farle credere che l'uomo del quale avea tanta paura, si trovava ora vicino a lei.
Se simulava, avrebbe di certo dovuto tradirsi.
Il delegato le mormor a un orecchio:
Zaffo... il vostro marito  nascosto qui in una stanza del palazzo.... Ecco perch il principe vi ha invitato a venir qui.... Voleva assistere a una spiegazione fra il terribile pagliaccio e voi....
La vecchia non batt palpebra; non fece il pi piccolo movimento.
Allora il delegato si precipit fuori del salotto.
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CAPITOLO 20.
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Vide il principe e Vera, seduti l'uno dirimpetto all'altro, tutti e due silenziosi in quel punto: Vera, beata di credere che nel cuore del giovane gentiluomo si ridestasse amore per lei; egli, confuso, perplesso, in dubbio del partito a cui appigliarsi.
Dunque! esclam il principe, vedendo comparire cos a un tratto l'ufficiale della polizia.
E, alzatosi, gli and incontro.
La vecchia  ammalata... un attacco di paralisi... non so....
Vera in un attimo fu nella stanza vicina.
La seguivano il principe e il delegato.
Videro il pi disgustoso spettacolo.
Mentre il delegato era accorso a chiamare il principe, la vecchia era rotolata dal sof in terra e si divincolava sul pavimento, battendo nei mobili, e rimbalzando, e contorcendosi nella pi strane convulsioni.
 epilettica! osserv il delegato.
La contessa Vera si scosto dalla vecchia a cui si era avvicinata un istante, e si ritrasse in disparte tutta sbigottita.
E ora? domandava il principe al delegato. Se questa donna non ricupera le forze, se....
Egli gi ripensava all'atto temerario che si era lasciato persuadere a compiere.
Come poteva ritener quella vecchia in casa sua? E come avrebbe potuto, mentr'era in tal condizione, allontanarla senza scandalo?
Ma il delegato aveva gi subodorato i pensieri del principe.
Fra pochi minuti, egli disse, la vecchia sar guarita.... e tornata pienamente in s.... e forse non ricorder neppure l'accesso di cui ora soffre.
E, con molta cautela, si era messo vicino alla vecchia e, a seconda che la convulsione la sbatteva qua e l, scansava i mobili, o metteva un cuscino contro di essi, perch la vecchia non si sfregiasse, urtandovi.
A poco a poco la furia del male s'andava ammorzando.
 bene che loro si ritirino. disse il delegato rivolto al principe e alla contessa. Quando la signora si riavr bisogna che non trovi qui nulla di cambiato; nulla che possa farle sospettare dell'accaduto.
E rimetteva a sesto i mobili, sempre tenendola d'occhio.
La contessa non pareva per poter risolversi a uscir dalla stanza.
Non cavava gli sguardi di dosso al delegato, come se aspettasse il destro di non esser veduta da lui per mandare a effetto qualche sua malizia.
Il cervello della graziosa donnina non stava mai inoperoso.
Un libretto rilegato in marocchino, con filettature d'oro, una specie di portafogli era caduto da una tasca della vecchia sul tappeto, dietro il peduccio di un mobile, e nessuno lo aveva scorto, fuori che la contessa.
Ella aveva veduto pi volte quel libretto in mano della Micaelli, che soleva custodirlo con gran cura.
Doveva contenere di certo qualche segreto.
La delicata donnina non era mossa ormai che da una sola bramosia: impadronirsene, esaminarlo.
Si era pian piano fatta presso al mobile, in maniera da cuoprire il portafogli con la coda del suo abito.
Quando le parve di non esser veduta, si chin, lo raccolse, e lo nascose, facendo tali movimenti con una rapidit indescrivibile.
E usc dalla stanza accompagnata dal principe.
La vecchia diventava grado a grado pi tranquilla.
Due o tre minuti dopo che il delegato fu rimasto solo con lei, ella si ferm; si alz sui ginocchi, guard intorno a s come trasognata.
Il delegato non appena si accorse che ella stava per riaversi, usc pian piano dalla stanza; voleva che, riscuotendosi dal male, si trovasse sola; bisognava lasciarla credere che nessuno l'avea vista in quello stato, dato che ella ne serbasse coscienza.
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CAPITOLO 21.
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Ella  libera di tornare a casa! disse il delegato entrando di nuovo nel salotto dov'era la Micaelli.
Si sentiva sfinita, ma non si rammentava nettamente di quello che le era occorso.
Si strinse con le mani le tempia, quasi con tal atto credesse poter ravviare i suoi pensieri.
E stette silenziosa alcuni istanti, facendo uno sforzo per ricordare.
Quando ebbe messo ben bene a tortura il cervello, cos sbalestrato in quel momento, le risovvenne con sufficiente chiarezza del diverbio avuto col delegato.
In qual modo egli ora la cacciava dal palazzo del principe?
Non voleva pi saper nulla da lei?
Non avea pi bisogno di strappare dal suo labbro rivelazioni?
Un cambiamento s subitaneo la lasciava pi che mai perplessa.
Potete tornare a casa, ripet il delegato con ruvidezza. E non cercate di andare altrove.... perch io vi seguiter.... Ormai siete in mio potere. Vi credo utile, necessaria al trionfo della causa che a me sta a cuore sia vinta, e se vi ingegnerete di stornare i miei disegni, guai a voi.... guai a voi!... io usando delle piene facolt che mi sono concesse, vi arrester...
La Micaelli rabbrivid.
Nello stato di esaltazione in cui ora si trovava, le minaccie le riuscivano pi spaventose.
Per carit, disse gettandosi ai piedi dell'ufficiale di polizia, che la guardava in modo molto singolare, non mi rovinate!
Il delegato Arganti rest impassibile.
Egli non sembrava pi cos ansioso che la Micaelli parlasse: sembrava gli fosse indifferente ci che poco prima mostrava di avere tanta premura di sapere.
Ma anche questo era in lui uno stratagemma.
La contessa Vera, appena raccolto il portafogli, caduto alla Micaelli, si era fatta presso a una finestra nella stanza dove avea confabulato col principe, e, usando ogni cautela per non esser veduta, avea aperto il libriccino rilegato in marocchino.
Data una scorsa alle prime due paginette ruppe in un grido.
Che c'? le domandava il principe.
Proprio in quell'istante il delegato Arganti apriva la porta del salotto, per lasciar sola la Micaelli.
La contessa si volt alla domanda del principe e il delegato scorgeva il portafogli nelle mani di lei.
Vera non seppe rattenersi: il suo carattere la rendeva incapace di simulare.
Si era fatta pallidissima, ed era tutta conturbata.
Guardate! guardate! esclam indirizzandosi all'agente di polizia.
Senza metter tempo in mezzo, egli avea preso il libriccino dalle mani della signora.
Lo lesse, lo sfogli con curiosit.
Chi lo avesse guardato attentamente, sarebbe stato ammirato dalle diverse espressioni alle quali atteggiava il volto l'ufficiale della polizia.
Lei, disse, prima che avesse finito di leggere, e rivolto alla contessa, ha fatto pi che noi tutti sino ad ora per il buon successo delle nostre ricerche... Questo libretto  prezioso... Veda:  provvidenziale che i delinquenti si tradiscano da s quasi tutti: si credono agguerriti, e pure portano in s un germe di debolezza. La Micaelli non pensava che in questo libriccino ci sono certe parole, scritte di suo pugno, che bastano a comprometterla?... Chi sa quante precauzioni ha usato fino ad ora per tener celati i suoi atti.
E si mise in tasca il libriccino filettato d'oro.
Aveva ormai in pronto un nuovo disegno. Voleva lasciar andare la Micaelli: voleva che ella si accorgesse che avea perduto il piccolo portafogli; voleva lasciarle agio di riflettere a ci che egli le avea gi mostrato di sapere; si riprometteva grandi vantaggi dalla condizione d'animo nella quale l'avrebbe gettata la paura, che abbatte i colpevoli nella solitudine, quando gi sono fatti avveduti che altri  sulla vera traccia per iscoprire la loro colpa.
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CAPITOLO 22.
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Il portafogli trovato dalla contessa era un grave indizio.
La Micaelli vi avea scritto di suo pugno il nome di Violante Fellini; la donna vera o immaginaria, cui era indirizzata la lettera minatoria che Jole era andata a chiedere alla Posta.
Bisogna notare che il libriccino del portafogli era spartito in due, pagina per pagina, da linee stampate, con la data del mese.
Ebbene, il nome di Violante Fellini era stato scritto a una data che precedeva di poco quella dell'arresto di Jole nell'uscir dalla Posta.
Ricorreva pi volte nel libriccino il nome della contessa Usupow e anche quello del principe.
La contessa fece fede che il nome suo era sempre scritto sotto certe date, che ella rammemorava ora bene esser quelle in cui si era incontrata col principe in casa le Micaelli.
Vi era pur ripetuto il nome di varie signore milanesi.
E non sempre la Micaelli si era contentata di scrivere il nome: ma avea aggiunto parole che compromettevano nel modo pi serio alcune gentildonne tra le pi belle, giovani e stimate.
E non c'era caso di poter dubitare dello scopo pel quale la Micaelli avea tirato gi tutti quei nomi, dacch accanto, o immediatamente dopo di essi, si leggevano certe indicazioni che avrebbero levato d'ogni sospetto i pi accomodati a creder sempre il bene.
Si trattava di oggetti forniti, di commissioni eseguite, di lettere recapitate, di una carrozza da mandare in un certo punto, facendola venir dai dintorni di Milano, perch il cocchiere non potesse riconoscere i due fortunati che vi si riparavano: e poi di tratto in tratto: Pel marchese L. e la signora F., presa in affitto la villetta mobiliata in.... e qui accennata la situazione dell'immobile, a poca distanza da Milano: e il delegato Arganti vi aveva letto perfino questa stupefacente dichiarazione: Fatti servire due pranzi nel quartierino mobiliato in via.... per la signora G., moglie del Presidente della Corte di.... e il commendatore O., sostituto procuratore generale....
Qui il delegato Arganti era rimasto proprio a bocca aperta.
Anche il sostituito procuratore generale O....?
Anche lui?
Che idea era quella di andare a nascondersi nel silenzio di un quartierino misterioso, per far una cosa cos semplice come un pranzo?
E perch per l'appunto invitava sempre la moglie del suo presidente?
L'egregio delegato si grattava il capo e dava in un singolar sospiro, ripensando a certe stranezze della magistratura.
Il sostituto procuratore del re! brontolava fra s, quando partita la Micaelli, ed egli accomiatatosi dal principe, cui aveva promesso che sarebbe tornato a vederli di l a non molto, andava a lenti passi per la strada, diretto all'ufficio della polizia.
Ci capita anche il sostituto, ripeteva, ed  proprio il sostituto O.... quello che deve prender le conclusioni nel processo contro la Figlia dell'Aria.... Bizzarria del caso!... Ma queste Micaelli, in quanti intrighi avevan le mani... A quante scapestratezze, a quante bricconate tenevan il sacco! E la polizia non ha mai subodorato nulla... La polizia, mulinava fra s,  tutta fiuto pei malandrini, vestiti di strappi, affamati, che rubano una coperta, o arraffano un altro minuto oggetto dalla vetrina di una bottega: ma i malandrini che vestono in gala, e vanno in ghingheri, che han dimora in un palazzo, li cerca di rado: non ha bracchi per la selvaggina fine: ci vuole un grande scandalo, un gran fracasso perch ogni tanto si svegli.
Al povero delegato ormai entrava in cuore che dal libriccino della Micaelli poteva cavarsi un bene ed un male. Se ne rilevava la certezza che la vecchia avea cooperato alla rovina di Jole; ma il delegato poteva osare di presentare quel libriccino fra i documenti del processo?
No, senza sentire il parere del suo superiore, che sarebbe stato di sicuro contrario, poich certi appunti indiscreti potevano tornare a carico della stessa magistratura, offenderne certe delicatezze.
E poi, dato un passo, bisognava andar innanzi: e chi avrebbe voluto gettar lo scompiglio in tante ragguardevoli famiglie?
Come non si sarebber tutti dati attorno per sopire lo scandalo: e a nascondere i proprii mali, non avrebber cercato di giovare alla Micaelli per chiuderle la bocca?
Se la Micaelli fosse arrestata, quanti e quante avrebber tremato!
La vecchia si sapeva forte per le altrui debolezze.
Ma la sua alterigia le era per un istante caduta dall'animo, allorch si era gettata a' piedi del delegato, implorando non spingesse i suoi rigori all'estremo.
Ci era dunque, malgrado della potenza, che le derivava dai vizi, dalle turpezze, dalle corruzioni, onde avea saputo avvantaggiarsi, un punto debole nella esistenza di lei.
Non ostante la baldanza, per sapersi sostenuta da gente, cui ella precipitando potea trascinare nella propria caduta, la Micaelli si era mostrata in un certo momento sopraffatta dalla paura.
Vuol dire che il delegato possedeva un'arma validissima contro di lei.
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CAPITOLO 23.
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La notte nella quale si trovarono nella casetta di campagna tutti uniti varii de' nostri personaggi: i fratelli Foggo, la Gigantessa, Carlotta Delber, la cavallerizza Cofanello, l'orrido saltimbanco Zaffo, fu per ciascuno di essi memorabile.
Pietro se ne venne via sconsolato, lasciando andare per conto suo la Gigantessa, la quale ardeva di poter ripetere al suo amico poliziotto le cose vedute.
Teodoro, per la prima volta in vita sua, non torn a casa dal fratello. Pareva non si curasse, non si ricordasse pi di lui: la cavallerizza, che sin allora non eragli andata a genio pi che tanto, ora lo affascinava, lo abbagliava, lo teneva inchiodato presso di s.
Ed era un furore quell'amor pazzo, sorto di improvviso a battibaleno, nel cuor d'un uomo, che si era serbato sempre schivo da amori di ogni sorta.
La ragazza malvagia, quanto era provocante, si disponeva a ridur quell'uomo un cieco strumento de' suoi capricci; egli avrebbe sostituito Zaffo, se il manigoldo fosse rimasto preso nei lacci di Carlotta.
Cos quelle due donne, ben diverse d'animo e di et, ma egualmente atte a suscitar desiderio di s per l'avvenenza dalle loro persone, per la procacit delle forme e le attrattive del viso, ora tenevano ciascuna a lor posta un uomo ruvido e di basso affare; e ambedue, l'una gi da tempo, l'altra, pi giovane, tuttora avvezze al corteggiare dei cavalieri pi eleganti e delicati, si servivano della loro bellezza per accendere concupiscenze in due esseri tanto volgari.
La mattina che succedette alla notte in cui que' nostri personaggi si erano incontrati nella misteriosa casetta di campagna, Carlotta Delber si svegli in una camera assai vasta, della quale scorgeva a fatica le suppellettili, appena rischiarate da un debole raggio di luce, che entrava dallo spiraglio di un'imposta.
Ma subito sent qualcuno che si moveva accanto a lei, e le strinse una mano.
Zaffo! disse Carlotta a bassa voce.
Sono io! le mormor all'orecchio il sozzo saltimbanco.
In un istante la finestra fu aperta e la camera tutta illuminata.
Il sole era gi alto.
Carlotta Delber non si sapeva far ragione del luogo dove si trovava, n del modo con cui vi era venuta. Il suo bel braccio bianco steso sul letto, le linee del seno spiccanti ne' loro rilevati contorni sotto i lini leggeri, che la coprivano, ella si guardava attorno trasecolata, come chi esce da un lungo torpore e pena a ricuperare la intera lucidit delle percezioni.
Carlotta Delber mise gli occhi addosso a Zaffo.
Il saltimbanco gongolava.
Stava chino su di lei, nell'atto di un falco che covi la preda.
Sei mia! bisbigli all'orecchio di Carlotta.
Ella a tali parole si scosse, rabbrivid, come se andando per via distratta si fosse accorta a un tratto di aver messo il piede su un animale immondo.
Tua? e si sollev un poco, rossa nel volto, adorabile nella pomposa freschezza delle spalle, nella ben tornita e ghiotta appariscenza delle sue carni, mezzo scoperte, e dardeggiando coi suoi occhioni neri il saltimbanco.
Mia, s! ripigli Antonio Andrea Zaffo, l'uomo che aveva tanti nomi e si era macchiato tante volte in sua vita le mani di sangue; l'uomo, scampato sempre impunito dai pi delittuosi frangenti. Devi esser mia! ribadiva il sozzo marito della Micaelli.
Carlotta, tornata pienamente in s, aveva trovato argomento di rassicurarsi nella risposta del saltimbanco, sebbene egli parlasse s torvo e minaccioso.
Dove siamo? esclam Carlotta.
Nella villa da voi presa in affitto... vi accerto che mi ci  voluto del buono per raccapezzare al buio la strada stanotte... Poco  mancato che i cavalli non si sbalestrassero gi per un largo burrone, in fondo al quale, sarebbero venute a piluccarci le cornacchie.
Poi spieg a Carlotta come egli l'avesse trovata irrigidita nella carrozza e l'avesse dovuta trasportare a braccia nella camera.
E la vecchia serva?
Non c' pi: forse sapendo che non dovevate tornare,  andata a far due chiacchiere altrove; e ha dormito fuori di casa... Siamo soli!
E il pagliaccio proffer queste ultime parole con un piglio feroce, quale faceva spesso nel Circo, allorch fingeva di voler spaventare un compagno. E vi avverto, Carlotta, riprese, che far tutto per voi, ma dovete soddisfare a un mio desiderio... o viva, o morta, aggiunse, digrignando i denti, il vecchio assassino, figgendo gli occhi sulle meravigliose e prosperose venust di Carlotta.
Sei pronto a raccontarmi tutto? disse la donna. Sai che io non ho altra idea che quella di vendicarmi.... Aiutami nel mio intento e sarai fortunato.
Il pi fortunato degli uomini! prosegu il pagliaccio, portando alle labbra la mano di Carlotta, nel suo pravo appetito.
Ella aggiunse, dopo una breve pausa:
Torniamo al discorso, che lasciammo interrotto nella casetta dove mi avevi condotta per ammazzarmi... Da chi avevi ricevuto il mandato dell'assassinio?
L'orribile pagliaccio frug nella tasca interna del suo abito: ne cav fuori un inviluppo assai sudicio, svolse a uno a uno i fogli che formavano l'inviluppo, e mise sotto gli occhi di Carlotta una fotografia.
Carlotta guard la fotografia e fece un lieve gesto di sorpresa.
Quindi si rivolse di nuovo a Zaffo.
Lo scellerato, il sicario, tremava di volutt dinanzi a quella donna.
Fu la Cofanello. che ti aveva ordinato di uccidermi?
S, rispose Zaffo senza titubare.
Raccontami per disteso i motivi.
Il saltimbanco guardava Carlotta vagheggiandola, ma non pareva in vena di parole.
L'altra lo incalzava.
Non mi fate discorrere! esclam Zaffo con piglio di disgusto. Dovrei raccontarvi cose troppo terribili.
Carlotta si mise a scrutare l'accigliata fisonomia di lui, improntata da un'espressione di spaventosa ferocia.
Afferratolo per un braccio, gli domand:
Saresti tu pure compromesso nell'assassinio dei miei figliuoli in via Fiori Scuri?
Ella aveva pronunziato tale domanda all'improvviso, e senza cavar gli occhi di dosso al saltimbanco.
Era la seconda volta che a Carlotta balenava il sospetto che la Cofanello potesse aver avuto parte nell'assassinio di Sergio Dimitri e di Eufrosina.
E il sospetto si era alquanto raffermato in lei, dacch le era sembrato di veder Rita Cofanello impallidire allorch, poche ore innanzi nella casetta di campagna le aveva quasi rimproverato una complicit in tal delitto.
Zaffo non batt palpebra: e Carlotta avrebbe potuto credere di essersi male apposta, ma imperterrito egli rispose:
S!
Strana situazione!
La povera Carlotta si trovava sola, coricata in quella camera, in una casa deserta, in bala dell'assassino de' suoi figliuoli.
Le mani che egli tendeva verso di lei grondavano del sangue di Sergio e di Eufrosina: le labbra che ardenti si eran posate di forza sulle sue, aveano scagliato probabilmente una maledizione, mentre i due giovani davano l'ultimo respiro.
L'assassino avea fatto un ceffo che non lasciava dubbi sulle sue intenzioni.
Ma in quell'istante supremo Carlotta prometteva a s stessa che sarebbe morta piuttosto che lasciarsi ormai cader nelle braccia di tal uomo, e si apprestava a opporgli la pi forte resistenza.
Voleva per innanzi, saper da lui con arte i segreti, che egli celava nell'animo, e che non avrebbe avuto modo di risapere da altri.
Spiegami, disse scoprendo sempre pi il suo bel braccio, al quale appoggiava il volto s soavemente rotondo e atteggiandosi in guisa da lasciar trapelare sotto gli sbuffi delle trine le prime e molli curve del seno. Spiegami perch la Cofanello volle il doppio assassinio de' due giovani sposi!
Te lo dir, replico Zaffo con singolare famigliarit e con voce cupa.
Il suo perverso naturale ora si manifestava tutto. Fece atto di voler abbracciare Carlotta, ma ella lo respinse gentilmente da s, sforzandosi di sorridere, e quasi volesse significargli: prima devi parlare; la mia bellezza sar il prezzo della tua sincerit!
L'abietto omiciattolo avea vissuto sempre di tresche; era di continuo andato dal sangue al libertinaggio; di solito, uno prezzo dell'altro.
Si sentiva ora tutto rinfocolato dalla vista di Carlotta: la bestia ruggiva in lui, le avrebbe infitto un pugnale nel petto per indurla alle sue voglie: l'avrebbe uccisa per possederla.
Una volutt rabbiosa, spasimante, impeti di belva, lo avevano condotto sempre agli atti pi feroci.
Che cosa lo avea fatto schiavo della Cofanello, se non la procace venust della robusta cavallerizza? Come lo avea essa attirato a far tutto quello, che a lei veniva in fantasia, se non con l'ostentare di tratto in tratto dinanzi a lui la pompa delle sue forme; consentendo che assistesse talvolta al suo abbigliarsi, non pigliandosi pensiero di lui pi che se fosse stato un cane, ma facendo in lui divampar mille incendii, saettandone i sensi, gi tutti fuoco, di terribili punture.
Con promesse, con lusinghe, la Cofanello avea tramutato quel mostro in istrumento obbediente delle sue crudelt, di criminosi capricci.
Ora Carlotta sola parlava ai sensi di lui: ella n'era la sovrana: per essa egli avrebbe anche ucciso la Cofanello, come era disposto a uccider Carlotta la notte precedente pur di gratificarsi la cavallerizza.
Muto di coscienza: per indole feroce: l'impunit, che era riuscito a ottenere, lo faceano ormai sicuro, impavido ai delitti che teneva poter sempre compiere, senza che lo scoprissero.
Dunque? ripigliava Carlotta, simulando, mentre allontanava sempre da s con un certo garbo il pagliaccio.
Ecco come stanno le cose! egli rispondeva pacato, quasi discorresse dell'affare pi trito. Io odiava il gran Sergio Alfambikow... il divino cavallerizzo: si esprimeva nel gergo ampolloso del Circo, che gli era famigliare. Un giorno mi avea percosso a sangue... dandomi del frustino pi volte nel viso.... Mi usc il sangue anche da un occhio e stetti pi mesi senza vedere... Pretendeva che, mettendomi sotto il suo cavallo per far ridere il pubblico, io avessi cagionato che egli cadesse, spaventando il generoso animale.... Mi sarei avventato contro di lui col coltello nel momento in cui mi percosse e certo... lo freddavo, disse con energia, ma il sangue mi grondava gi dall'occhio e dalla fronte.... e la collera mi accecava pi del sangue!... La Cofanello mi venne a vedere pi volte mentre ero malato. Mi facea qualche carezza, ponendomi le mani delicate sul volto ferito.... Io mi sentiva bruciare.
Presto fosti guarito?
Non tanto presto, rispose il saltimbanco. Ah, quanti pensieri di vendetta feci nella mia convalescenza! Giurai fin d'allora che Sergio Alfambikow sarebbe morto di mia mano....
E la Cofanello t'istigava a ucciderlo?
La Cofanello non mi lasciava tregua un istante, mi eccitava sempre contro di lui.... Che cosa le avesse fatto, non so, ma ella pure lo odiava.
Te lo dir io! riprese Carlotta, a' cui fini giovava l'andar dimostrando al saltimbanco che egli era stato il trastullo di una donna, la quale non lo amava punto e che si era servita di lui a solo sfogo di capricci e di malnate passioni. Te lo dir io.... Rita era pazza di Alfambikow!...
Zaffo rabbrivid: il sangue gli dette un tuffo, gli parve di vedere la donna, che avea per tanto tempo ciecamente obbedita, giacer a' suoi piedi, col bel corpo straziato dagli atti feroci, che egli si sentiva capace di commettere.
Ah, se Rita fosse qui, egli gi pensava, come vorrei interrogarla! e se confessasse le sue tresche.... O poter di Dio! E ruggiva, digrignava i denti, pronto a spezzar l'idolo che avea tanto adorato.
S, ella era innamorata di Sergio e tent un giorno in campagna di far precipitare la mia figliuola da un ponticello, di dove si sarebbe sfracellata.... Allora Sergio ed Eufrosina erano fidanzati e Dio sa se si amavano....
Carlotta serb il ciglio asciutto nel rinnovare tale ricordo: era donna di animo forte e capiva quanto in un simil momento disconvenisser le lagrime.
Bisognava che ella lottasse di ferocia con Zaffo, lo esaltasse, scuotesse quel bruto con la passione sensuale che gli inspirava la bellezza di lei, e col fargli odiare la scellerata che lo avea sin allora conculcato, deriso, pur spingendolo alle azioni pi infami.
Ora comprendo! mormor Zaffo. Ed ecco perch ella insisteva affinch io uccidessi anche la vostra figliuola.... E li voleva morti tutti e due la sera delle loro nozze prima che si coricassero.... Che imbecille sono stato io!... e Zaffo, il quale non avea mai posseduto la Cofanello, che essa avea stimolato, tenendolo di continuo in speranze, andava ora per la stanza tutto concitato, in preda a una collera che avea del parossismo.
Tu per, disse, fermandosi dinanzi a Carlotta, e come rispondendo ai suoi interni pensieri, tu per non mi sfuggirai ora come lei.... Far quello che vuoi, ma prima....
Carlotta raccapricciava, ma componeva il sembiante al sorriso e sapea contenersi in modo da apparire tranquilla.
Ma senti.... senti con che arti diaboliche mi prese quella donna infernale.... Attizz pi che seppe il mio odio contro Sergio... e tu sai che cosa sono gli odii e gli amori del Circo.... Poi un giorno mi disse che Sergio Alfambikow era figliuolo naturale del capo della Compagnia, il vecchio Zumarrow. Che una famiglia la quale avea accolto e nutricato il bambino, tentava ora contro lo Zumarrow un immenso ricatto.... Non basta: mi rivel che Sergio era figliuolo del vecchio Zumarrow e di te, Carlotta...  vero?
Quella rozza famigliarit sdegnava Carlotta, pure rispose senza scomporsi:
Me lo hai detto tu stanotte... senza di te io avrei sempre ignorato che Sergio fosse mio figliuolo.... Da molti anni io non ho pi parlato con lo Zumarrow... e mi era stato rimesso un certificato che il bambino era morto.... il tuo racconto per non mi lascia pi dubbi....
E la Cofanello mi aggiungeva che, uccidendo la vostra Eufrosina e Sergio, uccidendo i due sposi prima che le nozze fosser compiute, avrei impedito una cosa orribile: che i due figli di una stessa madre si unissero insieme in matrimonio....
Ah! ah! esclam Carlotta, come se fosse uscita fuori del senno, e portandosi le mani alla testa. Ah! quale empiet stavamo per commettere!... Poveri miei figliuoli.... Un assassinio ha impedito che divenissero per me, a s stessi, oggetto d'orrore....
La povera madre rimase per un istante assorta in quei pensieri.
Continua... continua! ella disse a Zaffo.
Sulle prime la Cofanello volle farmi credere che lo Zumarrow desiderava questo delitto.... Un po' perch voleva scansare il ricatto, che la Cofanello m'assicurava preparare la famiglia la quale avea dato ricetto a Sergio da bambino: un po' perch voleva impedire un matrimonio tra fratello e sorella e non voleva n poteva, senza sua rovina, far sapere a voi che il vostro figliuolo era sempre vivo! Un giorno, in presenza mia, ella domand con enfasi allo Zumarrow: Non desiderate che Zaffo vi liberi da quegli ostacoli?... Lo desidero davvero! rispose burbero, e risoluto lo Zumarrow. E pass oltre, gettandomi un'occhiata che io interpretai a modo mio. Questo accadde due giorni prima dell'assassinio. Appena si riseppe che i vostri figliuoli erano stati ammazzati, io andai incontro allo Zumarrow, lo presi in disparte e gli dissi: Signore, avete saputo come vi ho servito? E gli hai persuasi? mi rispose. La risposta mi lasci perplesso. Lo Scojattolo e il Lupo mi lasceranno dunque tranquillo? egli continu. Posso fidarmi? Allora mi cadde la benda dagli occhi. La Cofanello mi aveva tirato un laccio. Lo Zumarrow intendeva raccomandarmi dinanzi alla Cofanello che io quietassi due pagliacci, che egli aveva dovuto licenziare, e che lo importunavano di continuo, gli mandavano minaccie, e gli avean fatto sapere che di forza si sarebber presentati una sera nel Circo, tutti vestiti alla lor foggia, e avrebber questuato in pubblico....
Prima che tu mi dica il resto... e mi spieghi questo viluppo... vorrei sapere come entrasti nella camera de' miei figliuoli... la notte dell'assassinio.
La vostra casa in via Fiori Scuri comunicava con quella accanto a destra... con quella dove ora abita lo Zumarrow.
In che modo?
Vi rivelo un segreto noto a me solo e ad un vecchio custode di quella casa, morto da un pezzo.... Le due case comunicano per mezzo di un pertugio aperto nella parete che separa il caminetto della camera dove furono uccisi i vostri figliuoli dal camino della cucina nella casa contigua.... Ben inteso che il pertugio  coperto da ambedue le parti da una piastra di ferro plasmata d'intonaco, sul quale si  appresa la fuliggine: e questa piastra a sportello si muove toccando il capo di una molla infitta nel muro.... Neppure salendo per il camino con un lume si vedrebbero le commessure, o si scorgerebbe il punto dov' il pertugio.... Bisogna vi sia mostrato la prima volta da uno che lo sappia....  un espediente che sfida tutte le ricerche.... il vecchio, che indic a me quel pertugio, raccontava una leggenda di due innamorati, alla cui unione si frapponevano infiniti ostacoli, e l'un di essi aveva trovato quel mezzo ingegnoso, sostenendo con pazienza di lavorarvi alcuni anni per arrivare a poter di nottetempo scendere cautamente a veder la sua amante... Inutile vi dica come la casa fu presa in affitto.... Quando la Cofanello mi ebbe aizzato a uccidere Sergio e la sua giovane sposa, io mi detti a studiare il modo di combinare il delitto in guisa da sfuggire a tutte le ricerche.... Intanto pensai di appostarmi vicino a casa vostra per invigilar voi e i vostri figliuoli.... Ogni volta che vi vedevo, Carlotta, mi ardeva il sangue, ripensando.... Capitai in quella casa: era vuoto appunto il piano che rispondeva al vostro; mi feci amico il vecchio custode, lo imbecherai a modo mio; era malatissimo, accasciato.... Mi prese a benvolere, e un giorno che avevamo bevuto insieme, mi parl del pertugio nel camino, perch mi disse egli vi avea nascosto del denaro e non poteva pi salire a riprenderlo.... salii io per lui.... Gli portai il denaro.... Trov la somma intatta e mi abbracci.... Nessuno sa del pertugio ch'io ti ho insegnato, aggiunse, forse un giorno potr esserti utile....  un segreto che rimarr in te solo....
A Carlotta ora si svelava l'orrendo mistero.
Il vecchio custode mor di l a due mesi, ripigli Zaffo, e fu sostituito da un altro, anch'egli vecchio e male andato.... Con costui non feci mai parola.... Stetti molte e molte settimane senza presentarmi alla casa; avevo la chiave, e non vi avevo mai portato mobili.... La Cofanello mi avea dato il danaro per pagare l'affitto.... E, aiutandomi il primo custode, avevo potuto pigliar in affitto la casa, dando uno dei miei nomi falsi.
Ma non sai, disse Carlotta, che la polizia austriaca entr nella casa di cui tu parli dopo l'uccisione dei miei figliuoli, che vi trov traccie di sangue... che cerc dell'uomo, il quale, a grandi intervalli di tempo, ci veniva... e nessuno seppe dargliene notizie... che per, quando fu arrestata Jole... la Figlia dell'Aria... perquisendo la casa di lei, gli agenti della nuova polizia italiana che aveano ripreso le ricerche su quel delitto, trovarono in un cassetto del signor Zumarrow una fotografia, nella quale essi dicono di riscontrare i contrassegni del presunto assassino di via Fiori Scuri.
 la mia fotografia!...
E allora come non ti hanno arrestato... come tu non temi di essere scoperto ad ogni istante?
Arrestato... scoperto? disse Zaffo con impeto. Io?... Saresti tu forse, sciagurata, che penseresti a denunziarmi?
Si era cavato dalla cintura un lungo, affilato pugnale, e ne accost la punta ghiaccia al bianco seno di Carlotta.
Che fai? ella disse intrepida, e, ritraendosi un po' indietro, scuopr sempre pi agli avidi sguardi dell'abietto sicario la florida maest delle sue forme.
Non credere di tradirmi! balbett il mostro. Voglio che, in prezzo di queste confessioni, tu mi appartenga spontanea, come mi hai promesso: voglio possederti, dopo averti desolata con questi ricordi.... Ti ricordi di quella notte, molti anni or sono, in cui, dopo una lunga lotta, tu soccombesti.... Eravamo allora tutti e due pi giovani... Carlotta!
E il pagliaccio tentava di cinger con un braccio la vita di Carlotta.
No, Zaffo, non aver paura... io non tradir... io sar tua! dicea quella donna eroica, tutta invasa in tal momento da un solo pensiero: il pensiero di vendicarsi. Tu mi aiuterai a vendicarmi nel modo pi atroce della Cofanello?
S! rispose il pagliaccio.
Io non ti tradir perch non troverei altrove un migliore strumento di te per vendicarmi.... Tu sei capace di tutte le crudelt!
S! ripet Zaffo sempre pi truce.
Ma la fotografia che hanno trovata non pu servire a farti scuoprire? domand ansiosa Carlotta.
Quella fotografia rassomiglia all'uomo che andava di tanto in tanto nella via Fiori Scuri, ma non somiglia a me.
Perch?
Tutte le volte che io andavo l mi accomodavo la testa a mio modo.... Mi allungavo le sopracciglia, mi gettavo una ciocca di capelli sulla fronte: mi assestavo alle gote una barbetta corta e rossiccia; mi mettevo due denti in maniera che, sporgendo, mi teneano alzato il labbro superiore... Poi portavo un cappello a larghe tese... un solino che mi toccava le orecchie e un cravattone.... E in questo arnese mi ero fatto una fotografia, che fu recapitata a diversi... appunto per stornare dal vero tutte le indagini nel caso di ricerche.
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CAPITOLO 24.
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La cavallerizza Rita Cofanello avea ben conosciuto Zaffo, e se n'era mirabilmente servita agli scellerati suoi fini.
Zaffo avea ucciso Eufrosina e Sergio per soddisfare quella donna che volea punite cos inesorabilmente le due persone che la contrastavano in un pazzo amore.
Il disprezzo che le avea dimostrato Sergio Alfambikow, il trionfo di Eufrosina che si palesava cos contenta d'aver ottenuta la felicit da lei tanto vagheggiata, aveano inasprita, irritata la Cofanello a segno che ella non volle pi guardare ai mezzi di vendicarsi.
Uno solo divenne lo scopo de' suoi pensieri: far uccidere i due giovani, impedir loro, quando avesser creduto che niuno il potesse, di godere quella gioia che avevano a lei disputata.
Senza tener conto della sua indole selvaggia e peggio che trista,  da osservare come ella avea sofferto per lungo tempo acutissime pene; la vista della allegrezza di Eufrosina, il continuo dispregio col quale l'avea umiliata l'Alfambikow sarebbero stati sufficienti a fuorviare cuori meno cattivi del suo.
La sua passione per Sergio era stata una di quelle passioni indomabili, irresistibili, che tolgono alla donna ogni misura ed ogni ragionevolezza e la sospingono a' peggiori estremi.
Una sera mentre il divino cavallerizzo, dopo aver ricevuto dal pubblico applausi ed applausi, dopo aver dovuto ricomparire cinque o sei volte nel Circo, mentre gli spettatori davano in urla di gioia, le donne agitavano i fazzoletti, e da ogni banda la gente gridava: Bravo! bravo! dopo esser stato accolto con una di quelle feste che inebriano gli artisti e li inducono a credersi uomini di una tempra diversa dagli altri, e li portano a fantasticare, esaltandosi: appena tornato nel suo camerino, che splendeva tutto di lumi, vide una lettera posata dinanzi allo specchio.
Era profumata, indirizzata a lui.
L'apr, e, leggendola, sorrise.
Lo avevano avvezzato gi da tempo a quelle calde dichiarazioni d'amore, alle parole deliranti, alla foga de' concetti, degli epiteti amorosi.
Riceveva spesso lettere di una svelta scrittura femminile, nelle quali gli si diceva: Domani, alla tal passeggiata, alle ore... vedrete in una carrozza, a due cavalli, una donna che porter un fiocco celeste sul petto, e avr in mano una rosa.... Se voi siete disposto a corrispondere al suo amore, la saluterete: ella vi restituir il saluto in segno di assenso: due ore dopo vi troverete....
E qui pi precise indicazioni.
Oppure gli scrivevano a dirittura:
Presentatevi, alle ore... al palazzo... domandate della contessa, o della marchesa, o della signora***: nessuno vi bader, poich  il mio giorno di ricevimento: ma non ricever altri che voi. Fedelt e discrezione!
Una delle lettere pi originali l'avea ricevuta in Inghilterra.
Gli fu recapitato un inviluppo legato con nastrini di seta, accuratamente suggellato. Lo apr. Racchiudeva uno scarpino di velluto nero, foderato di raso bianco, con una farfalla d'oro ad ali spiegate, sopra il tallone. Lo scarpino non poteva calzare che un piedino affilato, piccolissimo; lo scarpino rivelava un'aristocrazia di forme e di abitudini senza pari. Faceva pensare a una creatura di poetiche, deliziose eleganze, di una grazia e delicatezza sovrane.
Dentro lo scarpino era questo biglietto:
Il piede che  rimasto calzato, ardisce domandarvi quando verrete a calzare l'altro che aspetta, tremando dal freddo. Non lo fate soffrir tanto!
Poi la firma, non del piede, ma della vezzosa persona cui apparteneva.
Pi volte una donna velata era andata, la mattina di buonissima ora alla casa del divino cavallerizzo, e aveva domandato di lui; si raccontava di una donna appassionatissima che lo seguiva da un punto all'altro ne' suoi viaggi.
Il nome di divino, dato al grande cavallerizzo, non pareva esagerato ai molti, che lo favoreggiavano; non pareva soverchio alla maschia e fiorente bellezza di lui, alla sua insolita bravura, alla piacevol maest, che riteneva nell'aspetto, al suo coraggio incomparabile.
Ma fra le lettere, da lui ricevute, non gli sembrava averne mai letta una, che fosse veemente, dettata con maggior impeto di quella che teneva fra mano.
Non era per firmata.
Qual donna gli parlava un s strano linguaggio?
Non s tosto ebbe finito di leggere, che gli parve si movessero in un canto del camerino certi manti, gettati l'uno sull'altro ad un cappellinaio, certe sciarpe, certe stoffe, che egli adoperava, pigliando parte ad una cavalcata in costume.
Guard stupito: sotto quei panni si andava disegnando una forma umana.
Vide a un tratto sporger fuori un braccio nudo di donna.
Poi sbuc la testa chiomata, il volto bruno della Cofanello.
Una rosa le spiccava tra i capelli neri, foltissimi: gli occhi di lei corruscavan faville.
Avea nude le braccia, il seno quasi discoperto, era tutta abbigliata di una maglia succinta alle carni, con un guarnelletto verde, scintillante di pagliuzze d'argento.
Mezz'ora prima avea eseguito nel Circo uno di quei portentosi esercizi, che le avevano acquistato il nome di Meraviglia delle Meraviglie.
Sergio! ella disse, mettendo una mano sul braccio del bellissimo cavallerizzo, che anch'egli era vestito in maglia, tutto commosso, rintronato dagli applausi che aveva ricevuto, e entrato in stupore per quello che allor gli accadeva.
Sergio! ripet la donna, con una voce nella quale erano tutti i languori e i fremiti della passione e, chinandosi verso il giovane, gli faceva sentire il palpito del suo cuore, il florido delle sue forme schiette e rilevate.
Nel camerino si soffocava: il caldo che tramandavano le fiammelle del gas, il profumo inebriante, che avea indosso la procacissima artista; gli sguardi, l'affascinante e indiavolata bellezza di lei, avrebber fatto uscire di cervello l'uomo pi posato.
Sergio Dimitri Alfambikow era rimasto sulle prime per trasecolato dall'audacia della donna: la lettera, la presenza di lei, le parole che le mormorava all'orecchio lo stordivano.
Sergio! ella sospirava, io ti ho scritto quella lettera, io....
Ma il giovane non rispondeva.
Non interpretando a dovere il silenzio di lui, Rita soggiungeva, fiera, con accento vibrato:
Sono capace di un delitto... se tu non mi corrispondi!
Pareva che volesse divorarlo con gli sguardi.
Ho sofferto anche troppo per te!
E la celebre, la elegantissima Amazzone, la donna che potea dire di aver tra i cento e cento spettatori accolti in quel momento nel teatro altrettanti adoratori, presti ad ogni suo cenno, accost tutta tremante il suo volto bruno, piuttosto rotondo, al volto ovale, delicato, severo anzi che no del grande Alfambikow.
Egli, a quel contatto, scatt di sulla sedia e, con un gesto brusco, respinse da s la Cofanello.
La serpe calpestata da un viandante malaccorto non si drizza pi furente di quello che facesse Rita allo sgarbo impensato, e che a lei pareva s immeritato.
Andate via! disse Sergio, salito in una collera che lo avrebbe tirato chi sa a quali estremi.
A un tratto, ricuperata la piena coscienza di s, gli era balenato alla mente che qualcuno poteva aver veduto la Cofanello entrar furtiva nel suo camerino; che forse i compagni nel medesimo istante lo proverbiavano della sua avventura: rammentava le rigide norme, a cui sono sottomessi gli artisti nei Circhi; si sentiva umiliato nella sua dignit se potea egli esser venuto in sospetto di dar agli artisti suoi compagni e agli inferiori uno scandalo s volgare; ma pi di tutto fu accorato in un attimo dal pensiero che Eufrosina, la sua fidanzata, risapesse il fatto, abbellito dalle altrui fantasie, e vi prestasse fede.
Per la sua indole altera si sentiva sdegnato, schifato dallo scandalo, che temeva; si sentiva ferito nella sua tenerezza di amante.
Se la Cofanello non gli si fosse tolta subito dinanzi, chi sa in quali escandescenze avrebbe egli dato.
Tu mi disprezzi... mi scacci!... esclamo Rita.
Ebbe come una vertigine: le parve che una nube di sangue le passasse dinanzi agli occhi. Si ravvolse nel mantello, che aveva portato con s, e ricuperata tutta la sua presenza di spirito spalanc la porta del camerino e rimase per pochi secondi sulla soglia, parlando ad alta voce col cavallerizzo, che era maestro solenne nell'arte, quasi per modo di domandargli un consiglio come se volesse dar a intendere che era venuta a tale scopo.
Del resto poco le caleva di ci che altri pensasse di lei: come tutte le donne veramente appassionate, trovava allettative nei pericoli affrontati per avvicinarsi allo scopo della sua passione.
Amava e cessava per lei ogni altra ragione della vita, ogni riguardo, ogni paura. L'amore sovverte in certi cuori la stessa legge morale, ne diventa arbitro unico e supremo.
Rita usc dal camerino di Sergio, con la maest di una regina, che scendesse i gradini del trono.
E se ne and nel suo camerino: si chiuse dentro, e, per la prima cosa, dette in un pianto dirotto.
Avea commesso un atto ardito, imprudente, ma la passione traboccava in lei, e di questo non si dava la briga. Poi, per sua maggior ventura, nessuno l'aveva veduta.
Tutti gli artisti, ed ella lo sapeva, si trovavano nel Circo, o all'entrata del Circo, quando ella era andata di celato nel camerino di Sergio.
Agli esercizii di Alfambikow succedeva una gran pantomima a cui pigliavano parte tutti nella Compagnia.
La Cofanello pianse a dirotto: e la smania di vendetta fu in lei attutita.
Voleva troppo bene a quel Sergio Dimitri e suo disegno era il ritentare un'altra volta di cattivarsi il cuore di lui.
Pass molte notti insonni, turbate da delirii, nei quali ripeteva il nome dell'uomo a lei s caro.
Si accorse che Sergio tutte le mattine di buonissima ora arrivava al Circo per visitare i suoi cavalli, e poi aspettava che gli altri compagni venissero per cominciare le prove.
Una mattina la Cofanello si appost nella stanza, dove sapeva che Sergio sarebbe venuto a sedersi.
Infatti Sergio vi entr senza averla veduta.
Erano soli nell'immenso edificio del teatro.
Nessuno degli artisti era ancora arrivato.
Rita lo supplic, lo scongiur, si trascin ai piedi di lui, facendo gettito di tutto il suo orgoglio, quasi immemore della sua condizione di donna, e di donna adulata, desiderata, sospirata da mille.
Ed ella era ridotta a supplicare per offrire un affetto, che avrebbe reso beato qualunque uomo cui ne avesse porto soltanto la speranza!
E la sua bont, la sua umilt, la sincerit, la forza della sua passione non bastavano a muovere il cuore di un ingrato.
Sergio fu inflessibile, ruvido, senza piet.
Stizzito, irritato, giunse perfino ad insultare la giovane.
Il colpo recato all'amor proprio di lei era mortale.
Doveano divampare in essa le idee di vendetta.
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CAPITOLO 25.
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Zaffo raccontava a Carlotta la scena della notte in cui erano morti i due giovani.
Egli era entrato nella casa attigua a quella di lei in via Fiori Scuri la notte precedente, e proprio nel cuore della notte. Da molte settimane non vi aveva messo pi piede. 
Nessuno lo vide, o lo sent entrare, e per l'ora cos tarda, e per le cautele da lui prese.
Aveva portato con s un po' di cibo e una bottiglia di acquavite.
Stette tutte quelle ore in casa quasi appiattato, senza fare il pi piccolo rumore.
La sera apr pian piano il pertugio, e subito fu come soffocato da sbuffi di fumo, da vampe di calore.
Il caminetto col quale comunicava il pertugio, il caminetto della camera ove dovevano riposare i due giovani sposi, Eufrosina e Sergio, era acceso.
Egli fu per disperarsi.
Se vi tenevano vivo il fuoco come avrebbe egli potuto calarsi gi?
Pure risolvette di tentare la prova, anche in tal caso.
La Cofanello disponeva allora di lui; un cenno, uno sguardo di lei bastavano a torcere la volont di esso ai fini pi malvagi; l'aver taccia da lei di pusillanime, se non fosse riuscito, il perdere il premio che ne sperava, gli sarebbe stato suprema amarezza.
Richiuse il pertugio e scese, e rannicchiato in un canto della casa deserta, poich il freddo gli entrava nell'ossa, e non voleva far fuoco, si dette a trangugiare l'acquavite a grandi sorsate.
Di l a un'ora torn al pertugio. L'apr lentamente. Il vento ghiaccio, che, come abbiamo detto in principio della nostra storia, imperversava quella sera per le strade di Milano coperta di neve, rombava, mugghiava per la gola dei due camini. Il fuoco gi in basso era spento o quasi; Zaffo sent il calore, ma non ci era pi fumo.
Tutto dunque si preparava per il meglio della sua impresa.
Cominci il ballo; Zaffo udiva dal suo nascondiglio lo strimpello dei violini e s'inanimava nel truce disegno.
La bottiglia dell'acquavite giaceva ormai sul camino vuota; Zaffo era in quello stato di eccitazione, che i pari suoi tengono per necessario a esaltarsi al delitto. Non vedea pi che sangue: avrebbe finalmente sfogato il lungo odio che covava contro l'Alfambikow.
Non pensava pi neppure al gran rischio nel quale si metteva.
Il suono de' violini era cessato da un pezzo.
Zaffo avea udito gl'invitati andarsene ad uno ad uno, sbatter le porte, e la casa tornar silenziosa.
Era giunto il momento di operare.
Appunt i ferri che reggevano due grosse funi, qua e l tramezzate da bastoncelli di ferro, ai solidi orli del pertugio; e si cal gi pian piano.
Il fuoco era spento: Zaffo scese sulle ceneri appena calde del caminetto: uno di quei larghi caminetti come se ne costruivano un tempo.
La camera era vastissima, il soffitto molto alto. Il caminetto con la sua ampia imboccatura corrispondeva alla stanza.
I giovani sposi doveano entrar l, inebriati della loro felicit, assorti l'uno nella contemplazione dell'altro, immensamente felici di ritrovarsi soli, dopo tutte le peripezie della giornata.
Certo essi non avrebbero avuto occhi che per rimirarsi: n avrebbero pensato a male in quel momento.
Come potevano sospettare della tremenda insidia?
Zaffo sent rumore di passi.
Sergio e Eufrosina, le sue vittime, si avvicinavano alla camera.
Profittando della sua agilit, il pagliaccio, sottile e destro com'era, torn al caminetto, si abbranc alle corde e si acquatt nella gola spaziosa.
Non s tosto i due giovani furono entrati ed ebbero richiusa la porta, il sicario balz in mezzo a loro.
Essi furono abbagliati dal fuoco del primo sparo della rivoltella, diretto contro Sergio, come da un lampo; caddero l'uno appresso l'altro senza neppur aver veduto l'assassino che li feriva.
Poi Zaffo si assicur che la porta della camera era chiusa a chiave: e ratto ratto torn sulle funi, e in un attimo aveva gi accomodato il pertugio in modo che nessuno vi avrebbe scorto nulla: e fu di nuovo nella sua casa.
Nella camera avea lasciato un cappellaccio: non il cappello che egli portava di solito, volendo cos dar a credere che il delitto fosse stato commesso da un miserabile: e con quell'oggetto sviare le indagini.
Li avrei uccisi col pugnale, diceva Zaffo con piglio feroce, ma non ero certo di ucciderli al primo colpo!... E poi sarebbe stato troppo lungo... Sergio era fortissimo e poteva resistere.... Con l'arme da fuoco era pi sicuro di me: sicuro di non sgarrare il primo colpo.... La gente sarebbe accorsa al rumore.... ma la camera era chiusa per di dentro.... la porta molta solida, e il modo di mettermi in salvo s pronto e s facile....
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CAPITOLO 26.
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La compagnia equestre, alla quale Zaffo era aggregato, part da Milano circa ventiquattr'ore dopo l'assassinio commesso in via Fiori Scuri.
La polizia austriaca, come gi abbiamo accennato nelle prime pagine del nostro racconto, visit anche la casa accanto a quella dove l'assassinio era stato consumato: concep qualche sospetto, udendo parlare d'un inquilino s misterioso, non trovando nessun mobile, salvo un pagliericcio per le stanze. Ma vennero di repente i rivolgimenti del 1859: gli Austriaci dovettero spulezzar da Milano e nel breve tratto, in cui vi rimasero, appresso il delitto, la polizia ebbe ben altre brighe. Poco ormai si affannava di scuoprire un assassinio: intesa a scoperte di gran divario: trepidante di quello che si apparecchiava e che gi presentiva.
La nuova polizia fu pur essa distolta dal rappiccare subito le pratiche per nuove ricerche; uomini, ordinamenti, linguaggio, abiti, tutto era da mutare; e passarono alcuni anni prima che tornasse in ballo il duplice omicidio di via Fiori Scuri.
Allora si cavarono le carte dagli Archivii, e il giovane Domenico Arganti dette opera, ma indarno, a rintracciare il modo con cui l'assassinio era stato compiuto e a scovar qual potesse esserne stato l'autore.
Il rapporto del Commissario austriaco era chiaro.
I due giovani erano stati assassinati dopo un minuto secondo che erano entrati nella propria camera; la camera era chiusa a chiave per di dentro, le finestre, rispondenti sul giardino, eran sbarrate da inferriate solidissime.
E l'assassino come era entrato?
A Zaffo pareva ormai essere talmente sicuro della impunit, che era in quegli anni tornato due volte a Milano, dove la sua baldanza crebbe, poich si fu presto accorto che nessuno parlava pi del delitto.
Un popolo, attonito ai fatti meravigliosi, provvidenziali, onde venia componendosi la sua rigenerazione, dimenticava facilmente fatti, che non come gli altri attiravano a s per diritto la pubblica attenzione.
La Cofanello accarezzava il forte pagliaccio quanto bastasse a non alienarlo da s: in certi giorni facea sembiante di disprezzarlo, insomma lo attirava, lo provocava in tutti i modi. L'uomo nefando era sempre ai piedi di lei, che lo incitava con scaltrissime arti di seduzione.
Ella avea ora bisogno di lui per un'altra impresa.
Erano sorte prima emulazioni, poi ripicchi, rivalit donnesche fra la Cofanello, che nel Circo era chiamata la Meraviglia delle Meraviglie; e Jole, la Figlia dell'Aria.
Al teatro due donne, o che studino di procacciarsi fama con l'arte del recitare, o con quella deliziosa del canto, o con lo slogarsi le ossa, e porre a rischio ogni giorno la vita nei pi avventati esercizi muscolari, due attrici, due cantanti, due ballerine, due cavallerizze, si odieranno mortalmente perch il nome dell'una  scritto sui cartelloni in carattere pi appariscente che quello dell'altra; perch l'una ha un applauso di sortita e l'altra no; perch i giornali all'una largheggiano nelle lodi e con l'altra vanno a rilento.
La stima dei compagni, i doni ricevuti in certe sere, l'esser grassa o magra, l'aver le braccia rotonde o stecchite, il piede piccolo o tozzo, tutto serve di stimolo a rancori, ad antipatie, a veri e profondi odii.
La Cofanello si vedeva sempre messa dopo Jole.
Perch?
Essa credeva aver tutti i meriti per superarla.
Non era bella, coraggiosa, ammirata?
Era inasprita dalla stessa generosit con cui Jole la trattava: attribuiva a disprezzo, ad alterigia quella bont con cui essa mostrava non accorgersi dei puntigli, delle smanie della Cofanello.
Quando Jole si presentava al pubblico, suonavano applausi da ogni parte del teatro.
Quasi tutti gli artisti della Compagnia facevano ala al suo ingresso nel Circo.
Tutti apparivano premurosi intorno a lei per aiutarla, per offrirle ci che le abbisognasse, e restavano intenti ad osservarla, o a sorvegliarla in caso di disgrazie, ne' suoi ardimentosi esercizi.
Ella compariva stupendamente bella col suo splendido sorriso, incantevole di grazia, di modestia, di leggiadria.
Le sere che ella non faceva i suoi esercizi, il teatro accoglieva un minor numero di spettatori.
La stizza della Cofanello era incrudita ogni giorno da nuovi affronti, come ella li chiamava, per l'irritante consuetudine quasi di ogni ora, avendo ella sempre sott'occhio le preferenze delle quali Jole era obietto, ne' viaggi, nelle dimore in varie citt. 
Fece pensiero di disfarsi di Jole.
Il mezzo non era facile.
Dopo molte, lunghe riflessioni, un giorno, mentre la Compagnia era a Milano, le parve di averlo trovato.
Anche questa volta Zaffo, il solo Zaffo, il terribile Zaffo poteva servire a' suoi fini.
Jole bazzicava in casa delle Micaelli; la Cofanello conosceva poco le due donne; ma sapeva delle tresche cui tenevano mano; sapeva dell'amore tra il principe e la contessa Usupow, sapeva come la contessa nutrisse da qualche tempo una focosa gelosia contro Jole.
Form subito il suo disegno.
Non ignorava che Zaffo era il marito di una delle Micaelli; per gravissimi motivi, da anni vivevano separati l'uno dall'altra, e il lettore ricorder la storia di quel matrimonio.
La cavallerizza sapeva qual paura incutesse alla Micaelli il suo orrendo marito.
Bisognava speculare su quella paura.
Rivedendo Zaffo, il giovinastro, l'antico servitore di sua sorella, divenuto poi marito di lei, la Micaelli avrebbe tremato, sarebbe stata disposta ad ogni condiscendenza.
Bisognava dettarle condizioni, e terribili condizioni.
Ne parl a Zaffo ed egli fu pronto a soddisfare la donna per la quale delirava.
Ecco come fu teso a Jole il laccio della lettera minatoria.
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CAPITOLO 27.
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Un bel giorno Zaffo si present alla Micaelli. Sulle prime essa non lo riconobbe, tanto era cambiato; ma, ravvisatolo, non stava pi in s dallo spavento.
Non abbiate paura! egli disse intrepido, se siete disposta a fare quello che io desidero c'intenderemo facilmente.... e non mi rivedrete pi.
E le disvel la trama ordita dalla Cofanello.
La Micaelli non os opporsi: n era il primo intrigo di tal genere cui si trovasse mescolata.
Si lasciarono, deliberando che entro otto giorni tutto dovesse essere compiuto.
Ma chi scriver la lettera alla contessa Usopow?
Rita! disse Zaffo. Ella conosce benissimo il carattere della Zumarra ed ha una speciale destrezza nel contraffare i caratteri....
Ma occorre che ci procuriamo, come voi m'avete detto, alcuni fogli della carta in cui di ordinario la Zumarra scrive le sue lettere....
Certo e voi ve il procurerete!
La Micaelli non parve sgomenta.
And a far visita due o tre volte di seguito alla Zumarra; una volta pot accostarsi sola al tavolino sul quale di solito ella scriveva: prese due quaderni della carta da lettera di cui si serviva e li port con s.
La Cofanello, per essere meglio sicura che il tiro da lei apprestato imbroccasse nel segno, mostrava da vario tempo tutt'altro viso alla Zumarra.
La lodava, le sorrideva, la prendeva sovente a braccetto, si intratteneva a parlar con lei nel camerino, negl'intervalli dello spettacolo: usciva insieme cogli altri artisti a farle onore quando ella si presentava nel Circo.
Avea voluto che accettasse un piccolo regalo che ella le offr dinanzi al pubblico, una sera, mentre tutti applaudivano.
Le due artiste, tenendosi per mano, dovettero tornare, richiamate ad ogni istante, dinanzi agli spettatori commossi. Ansiosa, la cavallerizza aspettava l'occasione di poter far cadere nel bertabello la rivale.
E l'occasione le si offr.
Avea scoperto che Jole si recava di tanto in tanto alla Posta: ella scriveva, senza che suo padre lo sapesse, ad una donna, caduta in grande miseria, gi stata nel Circo, che avea offeso gravemente il vecchio Zumarow, che non volle mai pi udirne parlare.
Il pronunziare il nome della donna dinanzi a lui bastava a farlo dare in escandescenze: neppure alla figliuola, che gli era cara come le pupille degli occhi, neppure a quella celebre, portentosa Zumarra, che era la sua pi alta compiacenza, e per la quale sola egli si accingeva a sempre pi ardue imprese, e vagheggiava di aumentare il suo patrimonio gi tanto vistoso, neppure alla sua amatissima Jole, consentiva parlargli della donna, che gli aveva recato un affronto, che non gli bastava l'animo di perdonare.
La infelice, trovatasi a mal partito, si era rivolta segretamente a Jole, e non indarno.
Ella l'aveva sempre soccorsa con la massima liberalit.
Quella donna sventurata aveva con s tre piccoli nipotini, orfani, de' quali era il solo sostegno. Scriveva a Jole di sovente, dipingendole la sua miseria, con quel linguaggio che scaturisce naturalmente caldo e colorito dai cuori, che move un affetto intenso, o un intenso dolore.
Jole le rispondeva e andava da s alla Posta a cercare le lettere della donna e a mandarle le risposte. Ci perch voleva tener celato il pi possibile a suo padre il bene che faceva, e che a lui poteva esser cagione di scontento.
Alcuni avevano sospettato da quel suo andar s frequente alla Posta, che ella tenesse una segreta corrispondenza di ben altro genere.
Ma nessun sospetto poteva cadere, che non fosse vano, sugli atti, sempre intemerati, della giovane, che schifava tutte le volgarit, e si teneva aliena, in un amabile seriet, in una saviezza, che in lei sormontava l'et, da quei dolci errori, che ad altre allietano o funestano la vita.
Ella avea sempre creduto che le fosse difficile trovare un cuore che meritasse il suo affetto: sapeva che, cominciando ad amare, non sarebbe a lei riuscito di contenersi e amare a mezzo, ma avrebbe amato, come facea tutto, cio con piena sincerit, con slancio di passione, con ogni forza d'animo.
Una mattina. Jole stava per uscir dal Teatro.
Dove vai? le domand la Cofanello, stringendole la mano per accomiatarsi da lei.
Tutt'e due erano vestite di seta, con gioielli e monili sul petto, alle braccia, alle orecchie; tutt'e due belle, elegantissime, sorridenti l'una all'altra: due vivacissimi fiori di giovinezza e della pi vaga appariscenza.
Vado alla Posta! rispose Jole.
Tu potresti farmi un gran favore!... rispose perfidamente la Cofanello, guardandosi attorno per accertarsi che nessuno le ascoltava.
Di' pure... di' pure... di che si tratta!
Vorrei, disse la Cofanello con voce melata, arrossendo e abbassando gli occhi, che tu domandassi se vi  una lettera raccomandata all'indirizzo di Violante Fellini.
E perch no?... Volentieri.... Ripetimi il nome.
Violante Fellini!
Anche Jole lo ripet per mandarselo bene alla memoria.
N stette a fare altre inchieste e si avvi alla Posta.
Sulla prime, rimasta sola, pens che la Cofanello avesse una corrispondenza galante con qualche innamorato, che, da lei costretto a somme cautele, le scrivesse sotto il nome di Violante Fellini.
Ci inferiva anche dal rossore, dalla perplessit di Rita nel momento in cui l'avea pregata di quel singolare favore.
Ma poi Jole fu presto distratta.
Era una magnifica giornata, il sole splendeva nel cielo fulgidissimo, le strade di Milano erano affollate; passando, ella udiva mormorare alle sue orecchie parole di ammirazione.
In quel medesimo punto la Micaelli, indettatasi con la Cofanello, se n'andava alla casa di Jole, sotto colore di farle una visita, e, entrata nelle stanze di lei per aspettarla, aveva destramente, come sa il lettore, accomodato nei cassetti di uno stipo abbozzi di lettere minatorie ed altri foglietti che pel loro contenuto dovevano perdere la ragazza.
Tutto era andato a seconda de' suoi desiderii, e la Cofanello ne gongolava.
La storia degli amori fra il principe e la contessa Usupow empiva tutta Milano, e in gran parte per opera della triste donna. Era chiaro che altri avesse potuto pensare a tentare un ricatto, speculando sulla debolezza della contessa Vera!
Zaffo ne avea fatta una delle sue.
A dar maggiore verosimiglianza alla cosa, a mostrare quanto la contessa smaniasse di quel suo amore, si era accinto ad una impresa degna di lui, istigato sempre dalla Cofanello.
Da tempo seguitava il conte Usupow per tutto dove egli andasse, aspettando gli si porgesse il destro di mandare ad effetto quello che divisava.
Zaffo si accert che il conte ogni giorno, e quasi sempre alla stessa ora, si fermava a prendere una bibita da un liquorista allora in gran voga e nella cui bottega conveniva il fiore de' signori milanesi.
Il conte vi si recava per in ora nella quale di solito la bottega era deserta o poco frequentata.
Stava per alcuni secondi ritto dinanzi al banco, e sorbita la sua bibita, se ne andava. Zaffo cap quello che era da fare. Si mise un giorno a star sulla porta alla posta del conte e a un tratto lo vide venire da lungi. Sul banco erano ammucchiati i bicchieri: accanto ad essi sette od otto bottiglie. Il pagliaccio, vestito in quel momento da bellimbusto e tutto attillato, sapeva bene in quale bottiglia fosse il liquore che il conte aveva in uso di bere. Il giovane che serviva al banco, in quell'istante se n'era scostato per una commissione ricevuta da Zaffo, ed egli era rimasto solo nella bottega.
Veduto da lontano arrivare il conte, il pagliaccio si lev di sulla porta ed entrato nella bottega, stur la bottiglia che sapeva e vi getto un pizzico di polvere bianca. Quindi in un attimo la rimise al posto. Si fece poi di nuovo sulla porta.
Era tempo; il conte stava per entrare: il garzone, che si era assentato, tornava e aveva in mano una bottiglia, che offr a Zaffo.
 questa che ella voleva? gli domand.
Sentiamo! riprese Zaffo. L'assagger!
Gli premeva guadagnar tempo e non perder nulla della scena che doveva svolgersi sotto i suoi occhi.
Non appena il conte fu entrato, il garzone, senza neppur domandargli che volesse, tanto era accostumato a vederlo ogni giorno bere lo stesso liquore, nella medesima ora, prese la bottiglia e la vers in modo da riempire il calicetto che aveva posto dinanzi al conte.
Il liquore usc gorgogliando dal collo della bottiglia e fece alcune bollicine alla superficie nell'esser travasato nel bicchiere.
Il conte pag, dopo aver bevuto, ed usc.
Mi piace! disse Zaffo, a cui brillava il cuore in quel momento, vedendo che la cosa era andata a pennello; mi piace!
E sorseggiando il nuovo liquore, che il garzone era andato a cercare, fece schioccar la lingua contro il palato, con atto proprio dei ghiotti.
Cotesto che liquore ? soggiunse, facendo lo gnorri e sbiluciando la bottiglia, della quale il conte aveva bevuto, e che il garzone non aveva ancora rimesso insieme con le altre.
Il garzone gli porse la bottiglia perch egli leggesse il cartellino, dove, su fondo nero e luccicante, era scritto in oro il nome del liquore.
Comprer questa bottiglia! disse Zaffo.
Ma ne abbiamo delle intere....
No, questa... questa mi basta!
E gett sul banco venti lire.
Il garzone, turata e rivoltata la bottiglia in foglio, reso a Zaffo il resto delle venti lire, gli ripeteva, secondo il solito:
Vuole che gliela mandiamo a casa?
Oh, no... no... sto qui a due passi! rispondeva il pagliaccio vestito da signore.
E in un battibaleno fu fuori della bottega.
Il conte, giunto a casa, fu preso da improvviso malore, visitato dai medici, e rammenter il lettore che sua moglie, tornando da certe visite, ricevette come un fulmine la notizia che egli fosse avvelenato.
E avvelenato da chi? aggiungeva la pubblica voce. Dalla stessa moglie! E la voce era studiosamente divulgata dalle persone che avevano tuffato in quel funestissimo intrigo, e avevano trovato terreno bene acconcio alla divulgazione.
Non  a dire se ci garbasse alla Cofanello, cui stava sul cuore che la storia degli amori fra la contessa Vera e il principe si rassodasse, tanto che, ognuno aggiustandovi fede, l'idea del tentato ricatto sempre pi acquistasse credenza: e la voce che la contessa avesse procurato di avvelenare il marito, veniva a mostrare di qual forza fosse la passione divampata tra il principe e lei.
Insomma la Cofanello trionfava.
Era morta la sua rivale in amore, morto l'uomo che aveva osato di spregiarla, di contrapporsi all'amore di lei, che ella sapeva desiato da tanti e credeva potersi tener per molto avventurato chiunque lo possedesse: e, se non morta, forse peggio che morta Jole, la sua rivale nel Circo, disonorata e nella angustia di una prigione.
Nel suo interrogatorio era stata esplicita, recisa.
Aveva negato di aver mandato Jole a cercare alla Posta una lettera per lei; e non paga di tenersi sul negare, sa il lettore come avesse volta tutta la sua arte a metter Jole in peggior condizione.
N qui s'eran fermati i suoi disegni.
Aveva fatto sempre sorvegliare Carlotta e aveva saputo sempre dove fosse andata. Allorch Carlotta torn a Milano, la Cofanello ne fu subito avvertita e incaric Zaffo di adoprarsi per attirarla in qualche agguato, e il lettore sa com'egli vi riusc.
E, come gi toccammo al lettore, Zaffo portando Carlotta nella casa remota, in mezzo alla deserta campagna, di notte, doveva ottenere da lei che firmasse un foglio nel quale chiaramente fosse affermato che l'assassinio di Eufrosina e di Alfambikow fosse stato consumato a istigazione del vecchio Zumarrow, il quale sapeva come Sergio Dimitri fosse figliuolo suo e di Carlotta e per conseguenza fratello, per parte di madre, di Eufrosina, colla quale si era unito in matrimonio poche ore prima di morire.
Il vecchio aveva voluto sbarazzarsi per sempre del giovane, il quale, scoprendo che egli fosse suo padre, avrebbe potuto un giorno chiedergli conto del suo operato.
E doveva affermar ci la povera Carlotta, essa cui il figliuolo era stato rapito nelle fasce, appena nato, e credeva da anni fosse spento quel frutto di una sua gravissima colpa.
Ma la passione suscitatasi in Zaffo al riveder la donna che aveva per un tempo desiderata, aveva stornato tutti questi disegni.
Quando Zaffo ebbe finito il suo racconto, egli guard Carlotta Delber, come se da lei aspettasse il guiderdone, che gli aveva promesso.
Erano soli nella villa: non udivano alcun rumore; il sole, gi alto sull'orizzonte, illuminava tutta la camera, dacch Zaffo aveva spalancato gli scuri della finestra.
Avevano trascorse varie ore nel rammentare tutte le cose passate. Carlotta si sentiva stanca, oppressa per la lunga veglia, pel viaggio fatto il giorno innanzi, per le commozioni ineffabili che il racconto di Zaffo le aveva procurato.
Tremava di raccapriccio non volendo cedere alle cupide brame del pagliaccio, e cercava indarno un modo di schermirsi da quell'uomo feroce.
Sapeva che egli era capace di ucciderla, se gli resistesse.
Carlotta! mormor Zaffo, mettendole le mani sulle spalle e sospingendola verso il capezzale.
Ella dette in un gemito, traendosi in disparte, e finse esser colta all'improvviso da un grave dolore.
Eh... la malizia non tiene!... disse Zaffo con un ghigno. Or su, io sono stanco di aspettare... Non sar mai detto che una donna come voi avr schernito un uomo come me... Credereste forse che io vi lasciassi uscir di qui immune per andar a tradirmi, a denunziarmi?... Non conoscete ancora chi  Zaffo... Se sapeste i miei propositi!
Ed erano davvero molto perversi in quel momento.
Una disputa violenta sorse fra il pagliaccio e Carlotta; in breve tutti i mobili della camera furono sossopra: un tavolino, una poltrona, varie sedie rovesciate. Carlotta si faceva scudo di tutto, mentre l'altro, fuori di s pel furore, le si avventava addosso come una belva.
Egli era proprio in quella stessa condizione d'animo, nella quale gi aveva commesso altri delitti: tutti i suoi malvagi istinti erano in moto e lo premevano a una nuova scelleratezza. Il luogo deserto, il modo col quale vi era venuto, lo confortavano al delitto. Voleva veder sangue uscir dalle vene di Carlotta, spicciare, scorrere sulle bianche carni di lei. Chi lo avrebbe potuto accusare? La Cofanello? Ma essa non vagheggiava altro che la distruzione di Carlotta: non solo si sarebbe taciuta, ma l'avrebbe premiato.
 vero che egli le toglieva di veder attuata un'idea: che Carlotta firmasse il foglio d'accusa contro lo Zumarrow. E Dio sa se la Cofanello contava su tale accusa! Per essa il vecchio padre di Jole doveva esser disonorato: dopo tale accusa che gettava tanto discredito sul suo nome, doveva essere di molto peggiorata la sorte di Jole, poich lo scandalo sarebbe scoppiato alla vigilia del processo di lei.
Il vecchio Zumarrow non avrebbe potuto tornar mai a dirigere la Compagnia, e la Cofanello, liberata da Jole e da suo padre, si riprometteva ottener facilmente il primo posto nella pi famosa Compagnia equestre, che girasse allora l'Europa e l'America; diventarne facilmente il primo ornamento. Non pi le sarebbe disputato da un'altra il primato sui cartelloni, negli articoli dei giornali, negli applausi, nel favore del pubblico!
E molto accorto era il disegno della Cofanello, come singolarmente accorto  ogni artificio, ogni divisamento di donne, sospinte dalle due passioni che le divorano, la gelosia e la vanit.
Allorch Carlotta avesse scritto e firmato il foglio, sopraffatta dalla paura che Zaffo le avrebbe messa addosso, come gi dicemmo al lettore, essa doveva essere gettata nel profondissimo pozzo, che era dietro la remota casetta di campagna.
Dopo qualche giorno, taluno si sarebbe accorto che in fondo a quel pozzo era un cadavere: e si doveva credere ad un suicidio. In tal guisa venivano ad acquistare molta importanza le rivelazioni di Carlotta, perch fatte poco prima di morire.
Chi avrebbe detto alla Cofanello che tutti i suoi preparativi, tanto e tanto pensati, erano cos all'improvviso in procinto di tornar vani; che sarebbe sopravvenuta una inattesa catastrofe nella quale ella stessa avrebbe invece trovata la morte?
Come dicemmo, la camera dove lottavano Zaffo e Carlotta era gi tutta sossopra: mobili rovesciati, oggetti rotti. Carlotta, urtando il braccio nudo, si era ferita e grondava sangue. Incominciava del resto a sentirsi estenuata e urlava come un'ossessa, chiedendo aiuto.
Le rispondeva Zaffo con le pi turpi ed empie parole: ella faceva sforzi estremi per difendersi, per nuocergli, e sempre pi lo inaspriva.
Erano venuti agli insulti pi provocanti.
Ah, infame baldracca! gli gridava Zaffo, che era stato da lei colto con un oggetto che gli aveva avventato.
Assassino, vile, sicario! ripeteva la donna.
Ma ad un tratto sospesero, come di concordia, il conflitto.
Per la casa si udiva un immenso fracasso.
Una voce d'uomo urlava chiamando qualcuno.
Carlotta? dov' Carlotta? ripeteva la voce.
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CAPITOLO 28.
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Lucertolo, il vecchio Lucertolo, il gran poliziotto fiorentino, l'uomo che aveva ottenuto un segnalato trionfo a Firenze nel ricercare il colpevole dell'assassinio commesso nella persona del pittore Roberto Gandi, la sera del 14 gennaio 1831, nel Vicolo della Luna, e aveva riportato la palma su tutti nel processo, che fu detto dei Ladri di cadaveri: Lucertolo, gloria della polizia toscana e in cui sembrava anzi riconfermata tutta la destrezza e la abilit di cotesta polizia, era alla porta della camera di Carlotta.
Ormai anche in questo affare della Figlia dell'Aria egli toccava la meta.
Dacch era giunto in Milano non aveva avuto un istante di requie: aveva scordato il sonno, perfino il cibo; e per parecchie diecine d'ore non si era nutrito che di pezzetti di pane, inzuppati nel vino, sbocconcellati in fretta e non mettendosi mai a sedere che per ascoltar quello che si dicesse intorno a lui.
Avea girato tutta Milano, si era ficcato in tutte le osteriuole pi squallide, avea interrogato tutti gli osti dei sobborghi.
Quel travestimento da mercante inglese, quella apparenza, che avea preso, e che gli andava s bene, il denaro che metteva fuori a ogni tratto, il suo volto ridanciano, il fare giovialissimo, gli conciliavano da per tutto simpatie. La gente scioglieva volentieri lo scilinguagnolo dinanzi a lui.
A forza di accorte domande, egli era venuto a sapere pi di quello che non sperava: si era imbattuto, usando del pi fine stratagemma, nella donna, che pareva ai servigi di Carlotta Delber e che l'aveva ricevuto nella villa dove essa, arrivata il giorno innanzi, era stata sorpresa da Zaffo.
Costei lo avea tirato a parlar col cocchiere, che Zaffo avea fatto cadere da cassetta, spaventando i cavalli, sostituendolo per trascinar Carlotta nella riposta casetta di campagna ove l'attendeva la Cofanello e ove dovea essere uccisa.
Ai contrassegni del finto mendicante egli aveva riconosciuto Zaffo, che cercava da giorni; quello Zaffo in cui egli aveva gi fiutato uno strumento della disgrazia accaduta a Jole.
Ne aveva seguto accuratamente le traccie e recatosi alla villa dove si era soffermata Carlotta, con uno de' suoi fini espedienti, egli s'era proposto di scoprire in qual luogo Zaffo l'avesse menata, tenendo dietro alle orme lasciate dalle ruote della carrozza e dai cavalli che vi erano attaccati.
Per quelle strade non era facile fosse passata un'altra carrozza a quattro ruote e con due cavalli.
Ma ad un certo punto le traccie si confondevano, e la lanterna della quale, con la sua singolare industria e pazienza egli si serviva per farsi lume nel buio di quella notte cos oscura lo serviva male.
Pure, procedendo innanzi, fidente nella buona stella che lo aveva sempre aiutato, si era trovato quasi nella direzione della casetta nella quale e intorno alla quale si raccoglievano in tal momento, in conseguenza di casi noti al lettore, Carlotta, Zaffo, la Cofanello, la Gigantessa, Pietro e Teodoro Foggo.
Stava per avventurarsi in straduzze, che ne lo avrebbero allontanato, allorch nel silenzio della notte risuono il fragore della pistola esplosa dalla Cofanello, mentre era alle mani con Teodoro e si divincolava per sfuggirgli.
Un colpo d'arme da fuoco, e in quell'ora, nella campagna deserta!... Si doveva molto probabilmente trattar di un delitto. Bench coraggioso a tutta prova, Lucertolo raccapricci. Egli era armato e disposto a difendersi; fuggire il pericolo non sarebbe stato da lui.
Volle dunque andare innanzi, e mosse verso dove aveva udito lo sparo. Si era accorto che n'era assai lontano!
Camminava adunque con ogni cautela, tenendo l'arme impostata e pronta a scattare: e tendeva l'orecchio per cogliere ogni rumore. Di notte la campagna  tutta piena di rumori, che incutono spavento, e sono atti a ingenerare mille sospetti. Il celebre poliziotto ogni tanto si soffermava: e se gli pareva udir uno spagliucolo, un muoversi di frasche, come se qualcuno camminasse alla sua volta, si accovacciava, si metteva carponi per udir meglio il suono di un passo.
Per non erano che illusioni.
Si and aggirando un bel pezzo, quasi un'ora, senza accorgersi mai di esser vicino al luogo abitato. La campagna per la quale camminava era deserta, senza case. Non aveva saputo guidarsi, e bench credesse di accostarsi verso il luogo donde era partito lo sparo, se ne andava dilungando, poich non conosceva le stradette traverse che vi mettevano.
Disperava ormai di poter far capo verso dove egli gi immaginava, tutto eccitato, dovesse giacere una vittima; e si era seduto, volendo aspettare il giorno per ravvisare in qual punto si trovasse. Gli sarebbe allora riuscito facile arrivar dove mirava.
Di repente gli parve udire un rumore; e accostando l'orecchio alla terra, sent davvero che questa volta i passi che gli sembravano di pi persone, passi gravi e pesanti, si avvicinavano verso di lui.
Se si fosse trattato di malfattori... egli era solo, e il resister loro pieno di rischi. Ma non stette a titubare: voleva tentare la lotta e vi si accingeva. Si figurava di essere tornato a uno de' pi bei momenti della sua carriera: bench vecchio, si sentiva pieno di gagliardia e l'animo di una innata fierezza lo spingeva sempre a cercare ogni pi difficile cimento.
N gli avrebbe fatto paura il morire nell'esercizio del suo mestiere, che aveva amato con tanta passione. La polizia era stata per lui un'arte, un affetto, un'ambizione. Le aveva consacrato la sua intelligenza, n si era mai peritato a offrirle il suo sangue. La coscienza di aver ceduto una sol volta a un delinquente gli sarebbe stata d'obbrobrio, gli avrebbe amareggiato la fine di una carriera, segnalata per tante intrepidezze, e che non aveva mai macchiato sino allora nessuna trasgressione di certi doveri.
Come i cavalieri antichi, i vecchi poliziotti si eran foggiati a loro modo un punto d'onore al quale non avrebbero per nulla al mondo voluto, o potuto trasgredire. Preferivano morire nello slancio di un eroismo, magari inutile in certe congiunture, al vivere per una pusillanimit.
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CAPITOLO 29.
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Erano Pietro e la Gigantessa che venivano verso di lui.
Lucertolo non indugi a riconoscere la Gigantessa.
Pur non volle disturbarli e si accomod in guisa da non esser veduto.
La Gigantessa era stata ferita dalla pistola che aveva esplosa la Cofanello, e non poteva camminare che a stento pel dolore.
Ella si lamentava, sebbene di poco fossero discosti dalla casetta, appena un mezzo miglio, e Pietro le proponeva di sedersi.
Si sedettero dunque a un piccolo tratto da Lucertolo sul greto di un campo.
Parlavano fra loro delle cose accadute nella notte, e il vecchio poliziotto stava in orecchi.
Li ud pronunziare il nome della Cofanello e raccapezz che Carlotta doveva esser stata tirata nella casetta da Zaffo e poi fuggitane insieme con lui.
N Pietro, n la Gigantessa aveano proferito il nome di Carlotta, poich non sapevano che si fosse trovata l poco prima che essi vi arrivassero, n la Cofanello ne aveva fatto motto.
Ma Lucertolo, dal costrutto dei loro discorsi, dall'udir parlare di una donna che si era dileguata, lasciando il velo che teneva in capo, subito avea concepito il sospetto che si trattasse di Carlotta.
E si era, tornando indietro, avviato alla villa e vi giungeva proprio opportuno per salvare Carlotta dalla ferocia di Zaffo.
Costui si teneva sicuro; n avrebbe mai pensato che in tal momento creatura umana potesse contrapporsi a' suoi disegni.
Aveva chiuso, tirando il catenaccio, il portone della villa, e chiuso a chiave era l'uscio della camera.
All'udire una voce che chiamava: Carlotta!... Carlotta! fu sbalordito.
Chi era costui? Come aveva potuto entrare in casa? Conturbato, esaltato, gli parve che il fatto avesse del prodigio e ne rimase sgomento.
Il vecchio poliziotto rigirando intorno alla villa chiusa aveva udito, sotto la finestra della camera ove Carlotta e Zaffo lottavano, un gran rumore.
Studiava il modo di poter entrare e sorprenderli.
Il poliziotto scorse aperta la finestruola di una cantina. Egli serbava sempre tutta la sua agilit. Ratto, scivol per la finestra, facendosi piccino, rannicchiandosi, distendendosi con destrezza meravigliosa. Si trov al buio in un grande stanzone umido, mal intonacato nel quale erano gettati alla rinfusa un gran numero di attrezzi.
Di colpo, riaccesa la lanterna, si vide dinanzi una porta tutta sconnessa e che gli fu facile aprire.
Per una scaletta fu in quattro salti alla cucina... di l corse per la casa verso la stanza di dove udiva rumore e si mise a gridare per incutere spavento a chiunque fosse, che tentasse un delitto, e stornare un atto micidiale, cui un istante di indugio poteva rendere ogni riparo inutile.
Egli aveva sentito la voce di Carlotta, che disperata, atterrita, chiedeva aiuto.
Quando giunse all'uscio della camera, e svolta la gruccia s'accorse che l'uscio era sbarrato internamente, Lucertolo raddoppi le sue grida.
Venite! Venite! urlava Carlotta.
Ma l'uscio resisteva.
Il vecchio uffiziale della polizia era concitato dall'ostacolo che trovava, dalla voce della misera donna, che gli chiedeva piet.
Si allontan in fretta per cercare un oggetto forte, saldo, che gli servisse di leva ad aprire l'uscio e se ne and difilato alla cucina.
Sul punto in cui armato di un gran ferro stava per uscire, fu sbattuta una porta e nella casa rimbomb il suono di due piedi nudi, che balzavano sui pavimenti. Qualcuno fuggiva.
Egli si slancio in un corridoio, brandendo il ferro, che aveva in mano, impostando la pistola.
Dinanzi a lui era una donna scapigliata, discinta, mezzo insanguinata, esterrefatta.
Non parve provasse alcuna commozione alla vista di Lucertolo; perch non pens a ricomporsi, o a sfuggire lo sguardo di lui.
 scappato!  scappato! esclamava tenendo gli occhi immoti, e il volto atteggiato a tale espressione che ella aveva sembiante di essere stata colpita da demenza.
E si dette a correre verso la camera.
La seguiva Lucertolo, e messo piede nella stanza, scorse che la finestra era spalancata.
Volse gli occhi attorno.
Vide qua e la macchie del sangue, che Carlotta aveva versato dalla ferita ricevuta nel braccio: i mobili capovolti, e qualche macchia di sangue era spruzzata perfino sui cortinaggi bianchi del letto.
 scappato! torn a dire Carlotta, ammiccando verso la finestra.
Lucertolo s'era fatto alla finestra della camera, ma, sebbene aguzzasse lo sguardo, non vide nessuno per l'immensa campagna.
Chi sa quale strada fra le tante Zaffo aveva battuta, ed era impossibile al poliziotto il tener dietro a quell'uomo, addestrato ne' Circhi, d'una agilit non pareggiata.
 scappato! ripet anche lui, voltandosi a Carlotta. Ma ci cadr nelle unghie presto!
Chi siete! disse Carlotta a Lucertolo, prima di rispondere alle domande che egli le faceva.
E Lucertolo, quando l'ebbe veduta pi calma, le spieg l'esser suo.
Stettero insieme confabulando pi di un'ora, la donna svelando tutte le turpezze e i delitti, che Zaffo le aveva palesato con gioia crudele, nel momento in cui lo inebriavano, lo accendevano strane volutt.
La polizia ora poteva operare con molta sicurt: le rivelazioni ottenute dal delegato Arganti sulla Micaelli, quelle che Lucertolo aveva pescato un po' per tutto, nella sua dimora in Milano, e a cui venivano a dare compimento le notizie che gli porgeva Carlotta, chiarivano assai il mistero che fino allora aveva involto il processo della Figlia dell'Aria.
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CAPITOLO 30.
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Ah!... lo sapeva.... Jole era innocente! esclam il Principe, allorch, avuta la visita del delegato Arganti, e ristrettosi a parlare con lui, seppe que' nuovi e incredibili fatti.
Ma io pure sono innocente! esclamava la graziosa, la seducentissima Vera, che il principe aveva voluto assistesse al colloquio, e che era sempre pi carina, pi leggiadra, pi allettatrice. L'amore del principe verso di lei era ormai morto, e occorreva che la passione che egli nutriva per Jole fosse ben gagliarda se lo distoglieva da quella che aveva gi sentito per la buona e spensieratella Vera.
Anch'io sono innocente... E voi.... voi Eugenio, avete potuto sospettarmi di una vilt!
Il suo volto era bagnato di lacrime, ma pur tra le lacrime brillava un lieve sorriso.
Ella porse al principe la sua mano bianca affilata, in segno di pace, allung verso di lui il suo braccio bianco, delicato, la cui fine carnagione spiccava per l'oro brunito dei monili e il nero della veste.
Vera non pensava pi ad altro da tempo che a salvare Jole: aveva per la sua rivale una tenerezza incomparabile: capricci di quel piccolo cuore dove gli odii, gli affetti eran pur sempre tutti capricci.
Il delegato ed il principe stavano sopra pensiero. Ai loro occhi risaltava l'innocenza di Jole; ma qual prova darne ai magistrati?
Si poteva lor mettere in mano il libretto delle Micaelli, e cos indurre quella donna a sciorinare al pubblico tutti i terribili segreti che possedeva?
Egli, il principe, sarebbe stato tra' primi a udire il suo nome pronunziato alla Corte d'Assise davanti alla folla, dato in bala a' pi maligni commenti.
E il nome della contessa Vera non sarebbe stato accoppiato col suo? non si sarebbe parlato davanti ai giudici di una tresca? la Micaelli, con le sue deposizioni, non avrebbe aggravato lo scandalo?
E poi, come portare quel libretto fra i documenti del processo, se in esso si comprometteva lo stesso Procuratore del Re, che avrebbe dovuto sostenere l'accusa e il cui nome era stato scritto dalla Micaelli accanto a quello di una signora?...
Lucertolo aveva subito avvisato il figliuolo che essi possedevano un'arme valida e buona; ma un'arme a due tagli. Bisognava andar molto cauti nell'adoperarla.
Le asserzioni di Carlotta erano rilevantissime; ma chi poteva confermarle? Dato pure che Zaffo cadesse nelle mani della giustizia, se egli avesse smentito Carlotta, quali altre prove si sarebbero avute della reit di lui?
E poi ad ogni modo si andava incontro a sempre maggiori ostacoli.
Ammesso che Zaffo confessasse, che la Micaelli, la Cofanello dicessero il vero e si esponessero a una grave e infamante condanna, quale scandalo!
Due donne, come Vera e Carlotta, compromesse nel loro onore; la storia delle avventure fra Carlotta e il vecchio Zumarrow divulgata; e che cosa avrebbe detto Jole, col suo carattere generoso, di coloro che per difender lei, oltraggiavano il nome di suo padre?
Andremo a parlare, disse ad un tratto il principe con l'avvocato Avelloni.... Il celebre avvocato pu darci un buon consiglio... Poi  dover nostro avvertirlo del nuovo aspetto che piglia la causa, la quale gli sta tanto a cuore.
E andarono tutti insieme dall'avvocato.
Egli, mentre ascoltava il racconto che gli faceva il delegato di tutte quelle vicende, inarcava le ciglia e di tratto in tratto gli sfuggiva, quasi suo malgrado, un'esclamazione di stupore.
Caso mirabile! disse alla fine il celebre avvocato. E sono tanti anni che non abbiamo un simile caso!
Che intendete dire? chiese il principe.
Che mi toccher presentarmi alla Corte di Assise per difendere una innocente.... dinanzi a giudici convinti della innocenza di lei!...
Alla Corte d'Assise.... mormorava il principe.
S, rispose l'avvocato. Cercheremo e troveremo, spero, il modo, con i mezzi che gi sono in nostro potere, di provar luminosamente la innocenza della signorina Zumarra.... Ma quando l'avremo provata a luce meridiana.... ella sar obbligata a subire egualmente il processo, a comparire in pubblico in mezzo ai carabinieri... Dovr sostenere l'interrogatorio.... udir le deposizioni dei testimoni.
Anch'io dovr.... balbettava la contessa, fondatasi sulla speranza che, provata l'innocenza di Jole, ella stessa ne avrebbe risentito uno speciale vantaggio, liberandosi dal dover mostrarsi nella Corte d'Assise e fare la sua deposizione sulla lettera minatoria.
Anche lei, contessa! ribatt l'avvocato.  questione di procedura: le prove della innocenza di un accusato, dopo la sentenza che lo rinvia alla Corte d'Assise, non valgono ad impedire il processo.
E l'avvocato Avelloni, preso di sul banco il Codice di procedura penale, lo mise sotto gli occhi del principe al Libro II, Tit. III, cap. I, Dell'istruzione anteriore all'apertura del dibattimento avanti le Corti d'Assise.
Si passarono di mano il libro uno all'altro; il principe lo dette alla contessa, che lo trasmise al delegato Arganti. Si guardarono stupiti, e parevano impacciati: solo l'avvocato era tranquillo e disinvolto.
Vedo che loro cascano dalle nuvole, egli riprese col suo sorriso, che esprimeva tanta bont, ma la procedura  cos; e, bench donna, non cambia... quando ha detto una cosa!
E si volse alla contessa con un gesto, che ella subito cap, e non era difficile a capire.
Per  una donna senza cuore cotesta vostra procedura! esclam la contessa. E senza logica! aggiunse.
Non  la prima, n la sola! avrebbe voluto ribattere l'avvocato, ma seppe tenere a tempo il motto, mordicchiandosi la lingua.
Si content di fare un inchino, e riprese:
Del resto, l'innocenza della signorina Zumarra  provata... per noi; ma quali prove, oltre le morali,  lecito a noi di offrire ai magistrati, senza pericolo?...  un delitto pensato e preparato fra donne, ed  pensato e preparato con una malizia da....
Stava per prorompere in un altro epigramma, ma un movimento che fece la contessa lo distrasse dal suo arguto umore.
Dicevo dunque, prosegu, dopo brevissima pausa, che il delitto fu meditato, disposto con un'abilit incomparabile. Quanti ostacoli per poter arrivare a scoprirne gli autori e le autrici! E ora che li abbiamo scoperti quasi per fatto provvidenziale, pongano mente a' nuovi e, direi, crescenti ostacoli che ci si frappongono. Noi siamo chiusi in una rete di ferro... e, se la scuotiamo per liberarcene, essa ci ricade addosso, e ci offende.... Le due donne hanno teso stupendamente, se  concesso il vocabolo, le loro insidie.... E pensare che le gracili mani di due donne hanno ordito questa rete pesante, da cui non riusciamo a divincolarci.
Tutti i delitti, suggeriti, voluti, architettati da donne, offrono alle ricerche la maggiore difficolt, osserv il delegato Arganti. Ne ho fatto in pi casi esperienza....
E che cosa ne dice suo padre? domando l'avvocato Avelloni al Delegato.
La domanda era fatta con un certo piglio tra il serio e il faceto.
Rammenter il lettore come Lucertolo avesse fatto una insigne burla all'avvocato Avelloni, recandosi da lui, vestito tutto alla foggia inglese, o a dir meglio travestito a quel modo in cui s'era camuffato ne' primi giorni della sua dimora a Milano.
Vi and la prima volta e si imbatt nella contessa Usupow: poi vi torn, or sotto colore di aver dall'avvocato un parere or con un altro pretesto, e alla fine un bel giorno lo aveva messo in parola del processo incominciato contro la Zumarra.
Di primo acchito entr in cuore all'avvocato una certa diffidenza: quel suo nuovo e strano cliente non gli aveva aria d'uomo schietto. Gli stava in sussiego, ma costui pareva possedere un segreto mirabile: quello di cavar le parole di bocca ai pi restii, e in tal caso aveva alle mani impresa assai agevole, poich non vi  bisogno di ricorrere a grandi artifici per cavar di bocca parole a un avvocato.
E cos bel bello Lucertolo aveva indotto l'avvocato Avelloni a rispondere a quello che gli veniva dicendo sul processo di Jole.
Se ne mostrava cos bene informato, dava a divedere di appassionarcisi tanto! Nel nostro paese, diceva a un tratto il finto inglese, un avvenimento come questo desterebbe immensa curiosit, terrebbe sospese migliaia e migliaia di persone. Bisognerebbero squadre di poliziotti per tener lontani dalla prigione, ove  chiusa la ragazza, tutti gli strampalati, che se ne innamorerebbero, senza pur averla veduta, coloro che vorrebbero farle sapere di esser pronti a sposarla finito il processo.... E alla Corte d'Assise? Come difenderla dalle istanze di quelli, che vorrebbero a forza un suo autografo, magari un pezzettino della sua veste?... la sua fotografia sarebbe esposta da per tutto accanto a quella della graziosa regina e del principe ereditario....
A questo punto egli era capace di suonare con le nocca delle dita il tamburino sul banco dell'avvocato, imitando l'inno: God save the queen!
L'avvocato sulle prime rimaneva meravigliato di tutte quelle famigliarit; ma la cera giovialona, la parlantina, il garbo del suo cliente nel saper infiorare di piacevolezze la conversazione, i gravi affari, su' quali diceva sempre dover chiedergli consiglio, e che accennava cos alla lontana, attiravano il celebre causidico verso di lui.
Ma al terzo o quarto colloquio, Lucertolo, dopo aver fatto cadere destramente il discorso sul processo della Zumarra palesava certe sue idee, metteva a riscontro i fatti pi minuti, ne deduceva conseguenze cos sottili che l'avvocato ne rimase scosso.
Lasciandosi trasportare dalla sua foga, Lucertolo era andato troppo innanzi, aveva fatto troppa pompa del suo sapere, del suo acume in materia di polizia criminale.
L'avvocato, che pure era accorto, ebbe l'idea che costui gli tendesse un tranello; che avesse voluto farlo vittima di una grossa mistificazione.
Signore, gli disse l'avvocato all'improvviso, squadrandolo bene, lei  proprio un inglese?
Lucertolo schiuse le labbra a un sorriso sgangherato, smodatamente britannico, scuoprendo le due fila di bianchissimi denti.
L'avvocato cap subito: anch'egli si dette a ridere esclamando:
Eh, ditemi il vero!... voi appartenete alla polizia.... Siete venuto qui per sapere come andasse innanzi il processo della signorina Zumarra, quali fossero le mie idee... Per, e l'avvocato si fece serio, vi siete accinto a questo in favore della mia cliente o contro di essa?
Lucertolo sorrise di bel nuovo.
Fra loro si spiegarono e l'avvocato subito comprese di qual utile potesse essergli un tale ausiliatore.
Esso gli aveva raccontato anche la burla non scoperta, che aveva fatto a tutta la polizia di Milano, nell'istesso ufficio della polizia e che era stata risaputa soltanto dal suo figliuolo.
Ecco perch l'avvocato Avelloni teneva a conoscer il parere di Lucertolo su quegli ultimi fatti e perch ne avea domandato al figliuolo di lui.
Mio padre, rispose il delegato Arganti, crede come lei che ci troviamo in un viluppo intricatissimo, dal quale non v' uscita; ma pensa pure che da un momento all'altro la nostra condizione pu mutare.... Quando, egli dice, gli autori di un delitto, sebben abbian saputo nascondersi con massima destrezza, si vedono, si senton incalzati da chi li ricerca: quando si accorgono che le loro mene son scoperte o quasi, nasce in essi un grande scompiglio, non si trovano pi concordi fra loro, l'uno mira a nuocere all'altro e salvar s stesso il meglio che pu.... Mio padre  convinto che non possiamo ora valerci di tutto quello che sappiamo senza intoppar in gravi pericoli e, anche giovando da un lato, senza nuocere in molti alla nostra causa. L'insidia  stata disposta, ordinata in ogni sua parte a meraviglia.... Ma egli fida nelle discordie, nei dissapori, che, secondo lui, inasprita come  la lotta, debbon ora sorgere fra i complici e gettarli in nostra bala. Basta una loro imprudenza, bench lieve, a rovinarli.... E spesso, osserva mio padre, in affari come questi, accade che un complice tenti sbarazzarsi degli altri delinquenti... per paure, per sospetti.... e viene cos a denunziarsi, a scemare le difficolt di chi deve proseguire le indagini.... Mio padre ha un immensa esperienza, e in tali materie vede lontano.... Per me, e il Delegato si mise una mano al petto, sono con lui: qualche fatto ora impreveduto e imprevidibile, ci soccorrer... ci deve soccorrere!
Si lasciarono: e tutti furono d'accordo di ritrovarsi la sera nel teatro popolare dove era annunziata una nuova straordinaria rappresentazione.
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CAPITOLO 31.
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Come sa il lettore, il Circo era riaperto, gli artisti tornati da qualche tempo ai loro esercizii, il pubblico accorreva: l'immenso scandalo di Jole chiamava sempre maggior folla al teatro.
Tutti volevano vedere i compagni, e in ispecie le compagne, della ragazza che era in prigione. Varii spettatori una sera gridavano: Vogliamo la Figlia dell'Aria!... La Figlia dell'Aria!
Allora un'idea sorse nel cuore della Cofanello.
Essa era tanto festeggiata, non pi offuscata dalla rivale: anzi l'assenza di Jole parea aver accresciuto i pregi di lei, averla messa pi in grazia del pubblico che fragorosamente l'applaudiva. Ella, ammaliante, procace, gettava i suoi baci alla folla ricorrendo a tutte le seduzioni; appariva pi bella, pi sorridente, pi provocante che mai. La stessa sua bravura, la sua snellezza, la sua forza, il suo coraggio sembravano aumentati ai compagni.
Covava un disegno: giungere al sommo delle sue ambizioni, facendo al tutto dimenticar la rivale, surrogandola agli occhi del pubblico.
Ella si esercitava da tempo nel famoso volo che faceva Jole; vi s'era esercitata anche prima che Jole fosse ridotta in prigione. Zaffo l'aveva aiutata: le aveva costrutto una specie di macchina, simile a quella con l'aiuto della quale operava Jole.
La sera in cui alcuni spettatori, forse sobillati da lei, si dettero a gridare: La Figlia dell'Aria! La Figlia dell'Aria! Rita, che stava con le gambe incrociate, con la punta del suo stivaletto roseo sfiorando l'arena, sull'entrata del Circo, e facendo vista di spassarsi alle citrullerie dei clowns, corse a parlare col primo cavallerizzo che dirigeva la Compagnia.
Ve la sentite davvero? le domandava costui, dopo che ella gli ebbe palesato il suo disegno.
Oh, s, s...  tanto che mi ci provo... e spero mi riuscir benissimo.
Volete che lo faccia annunziare?
S, s... subito!
L'esperto cavallerizzo vedeva assicurata una serie di splendide rappresentazioni.
A Jole, che avea mandato loro a dire ripigliassero gli esercizi, non poteva spiacere che un'altra tentasse far in parte quello che ella soleva fare: che si mettesse nel programma l'esercizio a cui ella avea dato il nome, poich tale era la proposta della Cofanello. E poi il cavallerizzo subito aveva mulinato un espediente per dar maggiori attrattive allo spettacoli e vieppi stuzzicare la curiosit. 
I clowns erano sul punto di finire i loro giuochi, l'uno di essi, giacendo in terra col corpo e i piedi in aria, sosteneva sulle piante una dozzina di sedie l'una sovrapposta all'altra, sulle quali in varii atteggiamenti stavano tutti gli altri suoi compagni, facendo smorfie e mandando lazzi al pubblico.
A un tratto tutti si buttarono chi da una parte, chi dall'altra: le seggiole cascarono gi a catafascio: il pubblico cominci a battere le mani e i clowns, che si erano ritirati, tornarono innanzi tenendosi tutti per mano, quindi spiccando l'uno dopo l'altro grottesche capriole sui tappeti gettati in mezzo al Circo.
Il pubblico batteva sempre le mani e i clowns tornavano, saltabeccando, carolando, dando salti di quarta e di quinta, camminando a querciolo sulla balaustrata del Circo, indulgendo in tutte le loro pazzie, dirompendosi ne' pi strambi e sformati contorcimenti.
Alla fine, dopo strisciata al pubblico tutti insieme una profonda riverenza, uno di loro mosse innanzi, e fece atto di voler parlare. E cominci:
Pubblico rispettabile!
Pss!... Pss!... ud da tutte le parti. Il pubblico ascolta sempre volentieri i pagliacci.
In un attimo fu fatto un profondo silenzio.
Pubblico rispettabile, riprese di forza l'istrione. Vi avvertiamo che domani sera ricomincieranno gli esercizi della Figlia dell'Aria, la portentosa....
Ah! Ah! Si udiva fra il pubblico quel mormorio simile allo stormir delle foglie che precede una tempesta.
Il pagliaccio fece un cenno con la mano; per nessuno pi gli badava, tutti commentavano la notizia.
I pagliacci non sono abituati alla indifferenza della folla, che di solito pende dal loro labbro; e un po' indispettito volendo finire almeno la frase, continu pi per s che per altri:
La portentosa Figlia dell'Aria....
Il giorno appresso fu affisso a tutte le cantonate di Milano un gran manifesto, dove a caratteri smaglianti, in carta a colori, variegata, s'invitava per la sera il pubblico a rivedere l'icarico volo della FIGLIA DELL'ARIA.
E sotto le grosse parole era una figura che rappresentava una bella ragazza, nell'atto di far l'esercizio, con una maschera rossa sul volto, una di quelle cos dette morettine di seta, con sbuffetti e pieguzze di trina.
E si aggiungeva sotto la figura: la Figlia dell'Aria si presenter mascherata.
Giorni innanzi aveano annunziato l'arrivo di una cavallerizza, che avrebbe lavorato con la maschera sul viso. Ci aveano fatto, tanto per tener a bada il pubblico e non sviarne l'attenzione dal Circo. Avevan pure trovato persone disposte a propalare le cose pi bizzarre sul conto di questa nuova cavallerizza: e noi le abbiamo gi riferite. Ora si presentava dunque un'ottima occasione per ricollegare le gi sparse dicerie e trarne profitto.
N si diceva il nome della Cofanello, anzi, per aguzzare la curiosit era scritto sotto la figura: Mistero impenetrabile! grandioso, inesplicabile avvenimento! Nuovo slancio della fata mondiale.
Le solite iperboli, che sguscia la rettorica dei Circhi.
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CAPITOLO 32.
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Venne la sera della rappresentazione.
Un quarto d'ora prima che incominciasse, il teatro era quasi pieno.
La gente arrivava a fiotti: e tutti discorrevano, non pochi ad alta voce, di quello che avrebbero veduto. Chi sar questa Figlia dell'Aria? Certo non poteva essere Jole.... Ma chi sa... interrompevano altri, poich le fantasie popolari si accendono facilmente e sono inclinate a credere di preferenza l'inverosimile. E poi l'annunzio che la ragazza si presenterebbe mascherata dava a molti di che pensare. Ci doveva esser per sicuro del misterioso, altrimenti a che quella maschera?
Un uomo corpulento entr dall'uscio che metteva allo scompartimento delle poltrone, pochi minuti innanzi che lo spettacolo cominciasse. Da ogni parte si alzavano mani per salutarlo e molti gli facevano cenno col capo.
Egli, ben vestito, lucido, sorridente, salutava a destra e a sinistra e ansava un poco per arrivare al suo posto. Era l'avvocato Avelloni, uno dei pi amati e ragguardevoli cittadini di Milano. Il popolo gli voleva bene per la sua eloquenza vivace, per la sua bonariet: tante volte egli avea preso la difesa di sciagurati, sforniti di mezzi, unicamente cedendo all'impulso del suo cuore. Tra i ricchi l'avvocato Avelloni avea gran nome, poich a lui da anni essi affidavano i pi importanti affari.
L'Avvocato, oltre quella dell'ingegno, godeva un'altra celebrit. Tutti sapevano delle sue galanti avventure, de' suoi buoni successi con certe signore note per la loro fragilit, e con certe donnine anche pi vispe ed allegre. Quando i suoi amici lo proverbiavano di questa sua larghezza di cuore, egli rideva, rideva cos volontieri e sinceramente, che disarmava i pi risoluti a bersagliarlo.
Fra le testoline, che si erano mosse per salutarlo appena egli fu dinanzi alle file delle poltrone, ce n'eran di quelle, brune e bionde che per lui avevano una storia; ma l'avevano bens per altri, senza che egli ne sospettasse. Certe donnette hanno una storia... universale.
Mentre l'Avvocato sedeva nella sua poltrona, appariva sulla porta d'ingresso della platea un ufficiale di polizia, conosciuto in tutta Milano, il delegato Domenico Arganti.
Il principe Crovelli andava su e gi pel vestibolo del teatro, rendendo appena il saluto ai giovani eleganti, che passandogli daccanto lo chiamavano per nome, inchinandosi serio, rispettoso alle signore di sua conoscenza, che arrivavano tutte frettolose, battendo coi loro piedini il pavimento di marmo, e sembravano impazienti di entrare nei loro palchi.
Dando uno sguardo nell'interno della sala, era facile capire che lo spettacolo di quella sera avea servito di argomento a molti pettegolezzi, alle chiacchiere pi bislacche, alle supposizioni pi strane. L'orchestra cominci a suonare. Una frotta di clowns irruppe nel Circo, seguita de' servitori con soprabiti a gran bottoni di metallo bianchi, stivali, calzoni bianchi, coccarde e nastri sulle spalle, alcuni con fruste in mano. Tre clowns si buttarono per terra; lasciandosi raccattare dagli altri, come se fossero cenci e avesser rotte le giunture: uno dava uno schiaffo al compagno e tutt'e due s'inseguivano per il Circo, cascando ad ogni passo, rotolandosi sull'arena, rovesciandosi l'uno sopra l'altro.
Principiarono le risa: nello stendere un tappeto i clowns lo tiravano da tutte le parti e facevano vista di mettervi tanta forza, che, se sgusciava loro di mano, andavano a gambe all'aria!
Da mezz'ora lo spettacolo attirava a s l'attenzione del pubblico, allorch fu aperto un palco. Tutti si volsero al rumore.
E si ud nel pubblico un lungo bisbigliare. In un attimo tutti guardarono verso quel palco, nel quale era entrata la contessa Vera Usupow. Ella si accorse subito dell'attenzione, che avea suscitato; ma, senza dar segno di alcun imbarazzo, sedette, e punt il cannocchiale verso il Circo come se non badasse ad altro che allo spettacolo. Vestiva un abito stupendo, che le andava a meraviglia, e rifioriva la sua fresca e delicata bellezza.
L'avvocato Avelloni, che avea scorto la contessa, si mosse dal suo posto per andare a visitarla.
Non s tosto egli fu entrato nel palco, le signore che erano tutte intente a guardare la contessa, a studiarla, a scrutare se nel suo volto avesser lasciato tracce le commozioni dei giorni decorsi, presero a domandarsi: Ma come, l'Avvocato della Zumarra nel palco della contessa?... O non si dice che la ragazza  in prigione per gli intrighi di Vera?
Cos ragionavano le amiche. E mentre dicevano tali parole, se alcuna incontrava lo sguardo di Vera la salutava da lontano, con un lieve cenno delle ditine affusolate, e col pi benevolo sorriso. La donna se non  il pi ragionevole,  certo il pi sincero fra gli animaletti intelligenti e in ispecie, parlanti!
Poco appresso, entr nel palco di Vera anche il principe Crovelli. Allora s che le maraviglie crebbero, che i commenti diventarono spietati. Che razza di audacia! Dopo tutto quello che era accaduto, Vera osava presentarsi cos in pubblico, senza il marito, con l'amante al suo fianco e con l'avvocato, che avrebbe dovuto difendere la ragazza da lei rovinata! L'avvocato Avelloni si era anch'egli lasciato ammaliare al punto di dimenticar la sua probit fino allora esemplare.
E facea stupore il vedere come Vera e l'avvocato Avelloni avessero sembiante lietissimo e confabulassero tra loro, sorridendo di tanto in tanto.
Il principe era pallidissimo, ma anche a lui un sorriso sfiorava di frequente le labbra. Egli era commosso a rivedere quel teatro, che gli rammentava il primo divampare della sua passione per Jole e la immensa catastrofe; ma non voleva mostrare l'interno suo dolore; si studiava anzi di nasconderlo.
In quel momento Rita Cofanello era nel suo camerino, tutto splendente di lumi. Per lei, sorto tra fratelli Foggo un vivo diverbio, i due celebri ginnasti si guardavano in cagnesco, dopo essersi abbaruffati. Proprio in quel giorno, Pietro imbattutosi la mattina in Teodoro che andava girelloni pel Circo dove, con stupore di tutti gli artisti, era arrivato insieme con la Cofanello, gli avea rimproverato d'esser venuto meno allo scopo che si eran prefissi, e dal pensiero di salvar Jole essersi voltato a far causa comune con la nemica di lei.
Da anni non aveano scambiato fra loro una parola risentita; Teodoro, sempre paziente, amorosissimo verso il fratello, aveva vegliato su di lui come un padre. Ora egli non si scostava pi da' fianchi della Cofanello: l'amava da disperato e per la prima volta in vita sua lo accendeva una passione. Ratta come il fulmine avea balenato in lui, e l'avea tutto infuocato.
La disputa col fratello era stata molto aspra. Dalle parole velenose trapassarono alle ingiurie e, cosa inaudita fino allora, si percossero. Gli altri compagni s'intromisero, mentre l'uno sull'altro i due fratelli si rotolavano sanguinanti nella polvere. Accecati dall'ira, fortissimi, chi poteva prevedere le conseguenze di quella lotta? Furono rizzati da terra, sgridati dagli altri e se n'andarono uno qua, l'altro l, senza volersi stringer la mano e rappattumarsi.
Teodoro avea spiattellato alla Cofanello tutto l'accordo preso fra lui e Pietro per scoprire chi potesse aver nociuto a Jole: le aveva raccontato l'avventura nel giardino della contessa Vera, il dialogo fra Pietro e la contessa la notte, dopo che Pietro scavalcando una finestra era entrato nella stanzetta accanto alla camera della gentildonna.
La Cofanello sorrideva malignamente: insuperbiva di quella sua meravigliosa bellezza, il cui fascino era bastato a persuadere un uomo come Zaffo a tante atrocit, e che ora teneva incatenato un uomo de' pi buoni e leali. Da ci inferiva che a lei fosse lecito di governare il mondo a sua posta, poich le obbedivano con tale zelo i tristi e i pi generosi.
Ma che era accaduto di Zaffo? Ci rifletteva proprio in quel momento, mentre nel suo camerino dava mano ad acconciarsi un fiore fra i capelli e si riguardava nello specchio compiacendosi. Le pareva non essere stata mai pi bella: che nuovi incanti, nuove seduzioni le avessero cresciuto le trepidanze, le commozioni da lei provate in quegli ultimi giorni. Col suo animo perverso, incapace di rimorsi, nel momento in cui si apprestava a compiere l'esercizio tanto difficile, a surrogare la rivale, ella, incurante di ogni pericolo, avendo la mira soltanto a soddisfare la sua ambizione, e si sentiva contenta. Zaffo, anche se irritato contro di lei, anche se avesse ceduto alle lusinghe di Carlotta, non poteva nuocerle senza rovinare s stesso. Esaltata com'era, inebriata, non guardava pi tanto pel sottile ai pericoli che la minacciavano da ogni parte: sicura di trionfare in quella sera, presentiva tutto le dovesse poi andare a seconda. Pure, correndo col pensiero a Zaffo, si era sentita pi volte rabbrividire. Perch quella strana, pusillanime paura? E si rinfrancava, si faceva cuore, si persuadeva che non avesse nulla a temere. Jole sarebbe condannata; e lei felice, non turbata ne' suoi sogni di prosperit, di gloria, idolo del pubblico, lodata, applaudita senza pi confronti e senza contrasti.
Fu picchiato alla porta del camerino.
Signorina,  pronta? disse una voce, l'esercizio  finito.... Tocca a lei.
Eccomi!... eccomi!... rispose Rita.
In quell'istante tremava. Fra pochi minuti ella sarebbe dinanzi al pubblico: gli occhi di tutti sarebbero affissati verso di lei... nel profondo silenzio, che avrebbero tenuto, migliaia di spettatori, avrebbe compiuto il volo rischioso: avrebbe guadagnato anch'essa il nome di Fata volante, di Figlia dell'Aria.
Si mise sul volto la maschera di seta e usc dal camerino. Ora il cuore davvero le batteva. Teodoro, tutto vestito di maglia, l'aspettava fuori del camerino, e pigliandola per mano, la sent tremare. Accompagnata da lui si present nel Circo. Scoppi un applauso fragoroso, unanime. Ella lasci la mano di Teodoro e si fece innanzi sola, salutando il pubblico, franca, con un gesto cortese.
Nessuno la riconobbe. Tutti cercavano indovinare il volto, che si nascondeva sotto la maschera. Tutti puntavano i cannocchiali verso di lei. Dopo che ella ebbe salutato gli spettatori, gli applausi si rinnovarono. Il pubblico  come un fanciullo; e gl'impresarii, i direttori di compagnie lo conoscono bene; lo temono; ma sanno quanto sia agevole il conquistarlo. Come i ragazzi, il pubblico vuol essere baloccato, e a baloccarlo basta un'inezia.
Ora quello stratagemma della maschera, la presentazione di una nuova Figlia dell'Aria, mentre l'altra era in prigione e stava per subire un clamoroso processo, stuzzicava tutte le curiosit.
Fra gli applausi, la giovane mascherata sal su una specie di trespolo, dove erano in pronto gli ordigni co' quali doveva essere alzata fino al soffitto del teatro.
Are you ready? (siete pronta?), domando in inglese un uomo molto pingue, vestito di nero, che teneva in mano una fune, tutta ornata di seta rossa all'estremit.
Yes! rispose la Cofanello, che si era gi seduta su un bastoncello infisso tra due corde a bilancia.
Allora, nella sala, dove si sarebbe sentito l'aliar di una mosca, tale era il silenzio e il raccoglimento del pubblico, si ud lo stridore, il cigolo delle carrucolette sulle quali scorrevano le corde. La ragazza mascherata si alzava rapidamente verso il soffitto. Gli spettatori, con le teste rivolte in su, rattenevano il respiro. Afferr un trapezio e vi sedette. Guard un istante sotto di s. Ella era almeno a un venti metri di distanza sopra la platea. Le si porse uno spettacolo senza eguale: migliaia di teste, rivolte verso di lei, la variet nel colore degli abbigliamenti, che vestivano gli spettatori, lo spazio del Circo, vuoto in mezzo alla folla, giallognolo, e su di esso una striscia bianchiccia, che gli correva sopra quasi quanto era lungo, ma piuttosto stretta, la rete, la quale doveva servirle di riparo in caso di spiacevoli accidenti.
Oooh! esclam a un tratto e si slanci nel vuoto, stringendo un appiccagnolo, appena visibile, tra i denti, col quale si teneva ad una solidissima, sebbene sottile asta di ferro, che andava da un estremo all'altro del teatro. I capelli nerissimi le cadevano svolazzanti come un manto sopra le spalle, protendeva le braccia, spingeva il corpo innanzi, i piedi stretti e le gambe unite e dal ginocchio in gi tenute all'indietro, aveva un atteggiamento di una grazia incomparabile e che faceva spiccare il bello e il seducente delle sue forme.
Ma volava appena da un attimo, allorch l'asta di ferro crocchi e si ruppe. Un immenso grido sorse da migliaia di petti.
Rita era rimasta penzoloni in aria, pallida, contraffatta. In men che non si dice fu udito un altro clangore di ferri, come lo scatto d'una molla che si rompesse e Rita precipito gi dall'alto del teatro ravvolgendosi in s stessa, rimbalzando sul grosso canapo, che serviva d'orlo alla rete, e battendo sull'intavolato del Circo. Gli spettatori si erano tutti alzati in piedi, tendendo in alto le braccia. Tutti urlavano, atterriti, inorriditi; le donne svenivano. Gli artisti della Compagnia erano accorsi verso il punto dove pareva volesse cadere la Cofanello. Primo di tutti Teodoro, che aveva fatto disegno di poterla raccogliere fra le sue braccia. Ma, urtando nel canapo, la ragazza era stata balzata di traverso a una distanza, che nessuno avrebbe preveduta. Ella sul punto di cadere dall'alto, dava in un strido di spavento, che ghiacci il sangue nelle vene degli spettatori. Non appena fu sbattuta sull'intavolato del Circo, cominci a prorompere in lamenti cos strazianti, che molti n'ebbero le lacrime agli occhi. Le grida, a lei strappate da sofferenze acute, dominavano tutti i rumori. La gente si muoveva dai proprii posti e veniva a far ressa intorno al corpo della ragazza.
Signori! intim con gran voce il delegato Arganti, che si era fatto innanzi e aveva cinto la sciarpa. Tornino ciascuno ai loro posti... altrimenti renderanno sempre pi grave un'immensa disgrazia.... Facciano largo... bisogna trasportare la ragazza!
Teodoro, aiutato da suo fratello Pietro, da alcuni clowns, e da altri servi della Compagnia faceva una prova di alzar la giovane. Ma ella, sentendosi toccare, e incrudendole forse il dolore, rinnov le altissime strida. Il sangue le sgorgava gi dalla fronte, dove si era ferita, e le cadeva sul volto e sulla maschera, che nessuno avea pensato a torle. La rena del Circo, tutto intorno a lei, s'intrideva a poco a poco del sangue che le usciva specialmente da un'altra grave ferita sotto il ginocchio.
Lasciatela stare! disse un medico di gran nome, che, trovandosi fra gli spettatori, era venuto innanzi: lo stesso medico, amico dell'Avelloni, che era stato chiamato a consulto dopo l'avvelenamento del conte Usupow.
Si chin ad esaminar con attenzione, a palpare la ragazza, che urlava.
Terribile caso! egli mormor. il braccio destro fratturato; la gamba destra rotta, e la ferita sulla parete frontale  s profonda che io temo nella nottata una congestione cerebrale.... Stiano attenti nel muoverla!... Ogni balzo, ogni scotimento inopportuno posson dare alla psziente acutissimi dolori.
Nessuno, guardando la Cofanello, avrebbe riconosciuto in lei la bellezza della quale splendea pochi secondi prima: ora cosparsa di sangue, il volto reso quasi orribile dalla ferita che le si apriva sulla fronte. Il sangue spruzzava le maglie, di cui eran vestiti gli artisti accorsi a sollevarla, e le bianche casacche dei clowns.
Gli spettatori fecero un cupo silenzio, e Rita fu portata via adagio adagio sopra una barella, messa assieme l per l e composta delle assi di solito adoperate pei giuochi.
L'avvocato Avelloni, lasciato il palco della contessa, era sceso nella platea, e il delegato Arganti, vedutolo, gli si era fatto vicino, mormorandogli, mentre accennava alla ragazza, che portavano via:
 la Cofanello!
Ad un gesto di sorpresa dell'avvocato, l'ufficiale della polizia riprese:
Lei conosce il famoso medico che ora l'assiste?
S. disse l'avvocato.
Per mezzo di lui noi possiamo forse arrivare ad ottener le prove pi spiccate della innocenza di Jole.
Credete?
Il Delegato confabul per alcuni minuti con l'avvocato Avelloni, quindi si separarono. Intanto il medico, nella stanzetta dove era stata portata Rita, dava ordini perch fossero recate fasce e visitava con la cura pi scrupolosa la ragazza. Dal teatro si udivano sempre le lugubri strida di lei. Bisognava adempiere a una formalit presso il pubblico. Gli spettatori erano tutti in piedi: molte donne cadute in deliquio erano assistite dalle persone che le aveano accompagnate, ma nessuno si muoveva. Una triste curiosit teneva ora tutti fermi al loro posto. Il direttore della Compagnia, pallidissimo, addolorato, si present in mezzo al Circo.
Pubblico rispettabile! egli disse, o piuttosto balbett. Nonostante l'afflizione in cui ci troviamo per la disgrazia toccata alla nostra Compagnia, veniamo a domandarvi... come  nostro dovere... se lo spettacolo debba esser continuato!
No!... No!... fu risposto da varie parti.
Allora, signori, buona notte! disse il direttore con accento tristissimo, e salutandoli usc dal Circo.
In pochi minuti il teatro era vuoto, fu tirata su la lumiera, e il Circo rimase quasi all'oscuro. Qualche centinaio di spettatori si erano per raccolti fuori del teatro e si accalcavano verso la porta da cui pensavano dovesse esser fatta passare la ragazza ferita per condurla a casa. In un andito, quasi al buio, parlavano tra loro il medico, che avea apprestato a Rita le prime cure, l'avvocato Avelloni e il delegato Arganti.
Dunque! disse a un tratto l'avvocato Avelloni,  non credete che ci sia speranza di salvarla?
Il medico croll il capo in segno di diniego.
Allora che dite della mia idea di chiamare una suora ad assisterla... e appunto suor Silvestra; la monaca tanto popolare, e che, come sapete, fu un tempo anch'essa artista... e quale artista!
Suor Silvestra, come sa il lettore, era stata ballerina. Un immenso dolore l'avea gettata nel chiostro, dove rifulgeva della sua modestia, della sua carit. Rigida verso di s, indulgente a tutte le fragilit, angelica nel sembiante e nei costumi, era tenuta in somma riverenza da tutti, cercata a consolar quelle sventure, cui non restano altro sollievo che la piet e i supremi conforti della fede. 
Il medico sapeva quali fossero gli intendimenti del suo amico, l'avvocato Avelloni, e riprese:
Tengo che la ragazza potr sopravvivere un giorno o due.... Io proporr ora che sia chiamata al suo fianco suor Silvestra.
L'avviseremo subito! disse il delegato Arganti, inchinandosi.
Usc, mont in un fiacre e dette al vetturino l'indirizzo delle prigioni dove era chiusa Jole e dove era il convento di suor Silvestra.
Ma subito era nato un pensiero negli artisti, compagni di Rita. Perch essa era caduta? L'asta di ferro si era rotta per caso imprevedibile, o si trattava di un'insidia, di un vero assassinio? Cominciarono a indagare, e il vecchio custode del teatro raccont che quella mattina di buonissima ora, appena egli aveva aperto, e spazzava, spolverava, era entrato in gran furia Zaffo tutto ravviluppato in un mantello.
Zaffo! esclamarono vari degli artisti ai quali il vecchio faceva il suo racconto, gi stupiti di saper che Zaffo fosse capitato a tale ora nel teatro, ove da un pezzo nessuno l'avea pi veduto.
E che ha fatto qui? domand il direttore della Compagnia al custode.
Io non ho veduto... si  trattenuto appena pochi minuti... poi  sparito come un lampo.
Bisogna visitare la macchina che ha servito al volo della Cofanello... e subito! disse il direttore.
Salir io! disse Pietro. Datemi un lume!
E, preso un lume, sedette sopra un trapezio, che pendeva da una corda, e si fece alzare fino al soffitto. Si accost al punto dove eran fissate rotelle, listelli di ferro, ganci, varii congegni che Zaffo stesso aveva accomodato per il volo della Cofanello. Di leggieri Pietro s'accorse che era stato cavato un pezzo, il quale doveva far forza in quel punto, e che erano state tolte due piccole rotelle, su cui scorreva una fune alla quale, andando gi parallela alla corda di ferro cui si atteneva Rita, ella avrebbe potuto appigliarsi nel caso di pericolo. Cavato il peso, spostati altri ordigni, la corda di ferro non pi tenuta in bilico doveva dar grandi strappi e spezzarsi non s tosto fosse scossa dal peso d'un corpo.
La macchina  tutta rotta e scompaginata! esclam Pietro dall'alto.
Questo  Zaffo... quel cane di Zaffo! ripeterono gli artisti.
Ora capisco! balbettava il vecchio custode.
Che cosa? gli chiesero gli altri.
 venuto qui... mi ha mandato fuori col pretesto di una commissione... dicendo che potevo bevermi due bicchierini d'acquavite col resto del denaro che mi aveva dato. Io non stetti a ripetere.... E mi trattenni fuori circa un quarto d'ora.... Quando tornai, egli m'aspettava all'oscuro, in un canto del corridoio... Prese la roba ch'io gli portai, e se n'and via ratto senza dir verbo.
Ma che cosa poteva esserci stato fra lui e la Cofanello, perch egli tentasse di vendicarsi in tal modo?... Dopo tanta amicizia!
Questa domanda movea uno degli artisti ficcando gli occhi addosso a Teodoro.
Anche Pietro, che era sceso in un attimo, in quel momento teneva gli occhi sul fratello. Egli si confuse; si accorse che i suoi compagni, uno dopo l'altro, si erano volti verso di lui, e aveano fatto intorno a lui un terribile silenzio. Egli raccapricci: non era di repente succeduto a Zaffo nella cieca devozione verso la Cofanello? che cosa pensavano di lui in quel momento i suoi compagni? Allora fu toccato da una suprema angoscia: allora gli entr in cuore un pensiero: tutto il male, che in s breve lasso di tempo gli aveva gi cagionato quella donna, i dissapori col fratello, la perdita della stima, che aveva sempre goduto fra i compagni. E commosso, pentito, si gett fra le braccia di Pietro, singhiozzando.
Teodoro! Teodoro! disse Pietro con voce soffocata, stringendogli la testa contro la sua spalla, come se fosse la testa di un bambino, e per alcuni secondi nel teatro vuoto risuonarono i singhiozzi di que' due uomini cos forti, cos valorosi, che una tresca malaugurata aveva per poco non solo resi discordi, ma aizzati l'uno contro l'altro.
Teodoro... ripeteva Pietro, la passione ti aveva proprio acciecato!
E si abbracciavano, e si premevano l'uno contro l'altro, come se non si fossero veduti da un pezzo, come se la loro separazione rimontasse chi sa a qual tempo.
Coloro che assistevano a questa scena, erano tutti uomini intrepidi, induriti ai pericoli, avvezzi a veder i pi barbari e atroci spettacoli, senza commoversi. Ma quell'affetto prorompente fra i due fratelli, quella loro riconciliazione tanto sincera, gl'inteneriva, e molti ne aveano le lagrime agli occhi.
Va' Teodoro, disse il direttore della Compagnia, staccandolo dalle braccia del fratello. Nessuno di noi non pu pensare ad accusarti.... Tutt'al pi, pu darsi che quel furfante di Zaffo abbia operato per gelosia di te!
I due fratelli non vollero far motto dell'incontro notturno nella casetta di campagna, delle strane avventure da cui era sorta l'improvvisa passione di Teodoro per la Cofanello.
Ma tutto sapeva il delegato Arganti, cui l'aveva riferito la Gigantessa e il sapevano altri personaggi del nostro racconto, come  noto al lettore: per nessuno di essi credeva opportuno di fare rivelazioni.
Era vero, del rimanente, che Zaffo avesse operato a quel modo per vendetta: non gi mosso da gelosia della Cofanello, ma da convinzione che essa lo avesse denunziato, e la persona, che egli non aveva veduta, ma di cui aveva udita la voce, mentre infuriava contro Carlotta nella villa deserta, dalla quale per paura era fuggito, vi fosse stata mandata per tradimento da Rita, che, liberando s stessa, aveva forse architettato una ingegnosa accusa contro di lui.
Cos la Cofanello era stata terribilmente punita dei delitti, cui aveva spinto Zaffo, dalla mano stessa del suo complice, quasi in tal modo ricevesse adempimento uno dei misteriosi e sempre giusti decreti della Provvidenza.
Zaffo!... Zaffo!... Quel nome andava sulle bocche degli artisti di tutta la Compagnia, che lo salutavano di sonori epiteti.
Bisogna scovarlo, ritrovarlo! dicevano essi. E se ci casca tra le mani, faremo giustizia da noi.
Lo sbraner io! disse con forza Teodoro.
Non fu possibile trasportare alla sua casa la Cofanello. Il medico giudic che l'esporla all'aria anche per pochi istanti, il costringerla a movimenti, i quali avrebbero esacerbato il dolore, potesse riuscirle molto nocivo. Le era stata accomodata subito un'altra stanzetta attigua al teatro dove fu portato un letto, e le compagne della Cofanello, quelle compagne, che avevano nomi singolari: la Regina delle Amazzoni, le Sorelle Atlete, la Maga... ve l'adagiarono. La inferma parlava a stento, singhiozzava, tormentata dalle pi acute sofferenze. Due ore dopo la caduta di Rita giungeva nella camera di lei, accompagnata dal delegato Arganti, suor Silvestra. Il medico, che l'aspettava per assentarsi, dette alla monaca le sue istruzioni; disse quindi a tutti gli astanti che sarebbe stato pi opportuno si ritirassero, la malata aver bisogno di quiete. Tutti guardavano la monaca meravigliati del suo bello e nobile aspetto, della maest che informava ogni suo atto. Sebbene stesse col capo un po' chino e di rado alzasse gli occhi, quando per caso li volgeva attorno o li posava su qualcuno, pareva gettassero lampi di fierezza. Il suo indomito carattere era appena temperato dalla rigidit, dalla modestia, che aveva imposto a s stessa entrando nell'ordine.
Voi la veglierete, signora, con molta cura... ne sono certo, disse il medico inchinandosi.  il vostro sublime ministero!
Il nostro dovere! replic la monaca con la sua bella voce colorita, e pur tenendo gli occhi bassi e le sue mani bianche delicate, incrociate sulla cintura.
Se l'ammalata peggiora... se vedete segni di maggior pericolo... mandatemi a chiamare senza riguardi.
E col medico uscirono tutti dalla camera. Suor Silvestra rimase sola con la malata. Richiusa la porta e in punta di piedi si accost al letto, prendendo un lume. La Cofanello era assopita. La monaca si chin verso di lei, come se volesse bene scrutarne la fisonomia. Ella sapeva da Jole tutta la storia: sapeva che la Cofanello le aveva dato commissione di andare a cercare alla posta la lettera indirizzata a Violante Fellini: sapeva di tutti gl'inganni di lei. Come il Delegato, che era andata a cercarla in convento, le ebbe detto del caso di Rita, e le ebbe esposto ch'ella si trovava quasi in un punto estremo, gettandole accortamente un motto dell'occasione che le si porgeva di chiarire l'innocenza di Jole, la monaca fu a inginocchiarsi dinanzi la superiora e le chiese di andare ad assistere l'ammalata, poich si riprometteva ottenere un gran bene nel fare tal carit.
Andate pure, suor Silvestra, le aveva detto la superiora, e Dio sia con voi! Con la vostra virt siete l'edificazione e l'onore del nostro convento....
Da due sere, proprio in quell'ora, suor Silvestra saliva alle prigioni a veder Jole, che stava assai di mal animo per l'avvicinarsi del suo processo e piuttosto sfinita per le grandi commozioni provate. Dando voce che la ragazza fosse malata, suor Silvestra avea conseguito di poterla visitare pi spesso anche la sera. Prima dunque di muovere verso il teatro col delegato Arganti, la monaca volle andar a rivedere la ragazza. Non s tosto fu entrata nella prigione le narr della terribile disgrazia toccata alla Cofanello.
Speriamo, figliuola, concludeva suor Silvestra, che mi sia dato fare qualche cosa di serio per la tua salvezza!... Ma intanto preghiamo insieme.
S'inginocchi sul nudo pavimento, e anche Jole, con le mani incrociate, faceva atto di pregare.
E ora lasciami andare, figliuola mia! disse la monaca, baciando in fronte la ragazza.
Ma Jole pareva volesse dirle qualche cosa. La monaca la interruppe, soggiungendo:
So quello che vuoi dirmi.... Sta' sicura che far di tutto.... La storia che mi hai raccontato cos spesso, che ti ho udito raccontare al giudice, mi si  scolpita nel cuore; no, non ho nulla dimenticato. Prego soltanto Dio, e pregalo tu pure, che mi assista a toccare il cuore di una sciagurata!
Allorch la prigione fu richiusa, Jole, per la prima volta dacch si trovava fra quelle quattro mura, sent sorgere in s un'immensa speranza. Le sembr che la piccola prigione ne fosse tutta rischiarata: le paure, i lunghi terrori, che l'avevano angustiata, le si sgombravano dall'animo.
Torniamo a suor Silvestra. Ella si era chinata verso la ragazza, e la guardava. Nel volto della Cofanello comech fosse tutt'altro che brutto, leggeva le strane e tristi passioni da cui era stata sempre turbata. La vegli tutta la notte assidua, diligente, amorevole, e in un momento nel quale pareva un po' sollevata le parl. A quel suono di voce, cos gentile e armonioso, pareva la Cofanello si scosse, come se ella si destasse da un lungo letargo.
Soffro tanto! mormor. Datemi da bere.... Le labbra mi bruciano.
E suor Silvestra le porse un bicchiere col miglior garbo del mondo.
Coraggio! le bisbigliava all'orecchio. Coraggio! Guarirai!...
Oh, non credo, sospirava l'altra, se sapeste quello che ho sofferto....
Innalza allora il pensiero a Dio, figliuola!... La vita e la morte sono nelle mani di Lui, e le metteva alle labbra il crocifisso, che le pendeva dalla corona.
La Cofanello lo baci con effusione e ripet aprendo gli occhi languidamente:
Madre... madre... sono sicura di morire.... Mi sento tutte le ossa fracassate. Ho gi il corpo a pezzi....
In tal guisa ella definiva la singolare sensazione che provava.
Penso che guarirai, ripigliava suor Silvestra, mossa da immensa carit e dal desiderio col quale era venuta. Per  bene esser sempre disposte a morire....
Voleva adagio adagio tastar terreno e apparecchiare la ragazza alla domanda che intendeva farle.
Morir... ma non ci sono disposta, balbett Rita. Morir....
E aggiunse una infame parola, che strinse di cordoglio il cuore della monaca.
Era per abituata alle escandescenze di animi perversi, agli sfregi, alle inurbane e invereconde parole. Da molto tempo che prestava assistenza a donne nelle prigioni, non aveva incontrato sempre cuori angelici! Ma la sua pazienza, la sua stessa alterezza la disponevano a sopportare molto e a saper sopportare. Si mostrava umile, ma quando la donna cui parlava, sormontando ogni ritegno, dava in ingiurie, in motti sempre pi rozzi ed audaci, ella col gesto, con la severit cui sapeva atteggiarsi, con la maest, che le spirava da tutta la persona, riduceva a resipiscenza, o incuteva timore, alle pi corrotte e temerarie.
Suor Silvestra non volle di primo acchito urtare la Cofanello. Scrupolosa osservatrice delle norme del suo ministero, era riuscita meravigliosamente ad ammorzare, rintuzzare per via di fede e di carit, gli ardori, gl'impeti naturali della sua indole.
Sentiva verso la Cofanello un disgusto pi che a cristiana non convenisse, poich in tutto non avea saputo spogliare certa vivacit di sentimenti e le imputava tutto il male, che si era persuasa fosse stato arrecato a Jole.
Pure in quel momento ogni rigore giudic inopportuno, le parve fosse invece da usare dolcezza e destreggiarsi per ottenere che la ragazza, confidandosi in lei parlasse ad animo aperto.
Fece vista di non aver udito le parole da essa proferite, e la mise in altri ragionamenti. Poco stette che vedendola quieta e quasi addolcita per le cure che le aveva prestato mentre pi si lamentava e pi la crucciava il dolore, suor Silvestra le disse:
Figliuola, prendi in pace la dura prova che di te ha voluto fare il Signore!
E la monaca alzava verso il cielo le sue belle dita bianche, affusolate.
Dimmi, cara, e il tuono di voce della monaca divent il pi carezzevole del mondo, hai tu parenti?
No! rispose bruscamente la Cofanello.
La tua mamma  morta? prosegu in accento pietoso.
Non l'ho conosciuta! ripigli la Cofanello. E questa volta una lacrima le scese gi per le guancie.
Capisco, cara, la tua disgrazia! E la monaca le accarezzava i capelli, rimuovendoli con delicatezza perch non se le aggruppassero verso il punto dove avea sulla fronte la ferita. Nessuno ti ha mai insegnato il bene, del quale avea certamente sete il tuo cuore.... Ti sei trovata fin da piccolina sbalestrata in mezzo a cattive compagnie, a persone che volevano trar profitto di te, o per ingegno, o per forza.... Tu sei stata nutricata, cresciuta fra pessimi esempii: tutto quello che vedevi era indirizzato a sviluppare in te il germe delle pi tristi passioni e non una voce autorevole, amorosa, che in nome delle pi sacre affezioni, in nome della religione, dell'onore, della famiglia cercasse temperare in te le malvagie tendenze.... Vedi, cara Rita, sospirava la monaca, questo era accaduto anche a me: un lampo di grazia rischiar gli abissi nei quali io era piombata e mi aiut ad uscirne. Li ho conosciuti anch'io i pericoli, i disordini di cotesta maniera di vivere: io non ti accuso, n ti rimprovero, cara, ma sento la pi affettuosa compassione per te!...
Al doloroso ricordo di giorni ormai lontani, ma che le esacerbava tuttora il cuore, la monaca si era veramente commossa: calde lacrime le erano venute agli occhi, e da' suoi occhi eran cadute sul volto di Rita.
Non pot resistere a quella commozione tanto sincera, a quel linguaggio nuovo per lei, che nessuno le aveva fatto intendere sin allora, linguaggio temperato di ammonimenti e di amore, che la religione inspira e che si informa a speranze divine, ai generosi perdoni, che promette.
Il tuo pianto, disse suor Silvestra a Rita,  una benedizione del cielo: in questo momento, forse il primo nella tua vita, Dio si rivela al tuo cuore!... Egli ti salver di certo.... Ma devi aver l'anima pura.... Facesti mai per collera, vendetta o gelosia male ad alcuno?... C', la voce della monaca a questo punto vibr in singolar modo, c' persona innocente, che abbia sofferto, o soffra ora per te?
Rita s'inalber tutta a questa domanda; si divincol come una serpe calpestata a un tratto, e si volle drizzare sul letto come per riversar il suo veleno.
Ma non pot sollevarsi e ricadde sul guanciale spossata.
Tu vuoi tradirmi, denunziarmi!... disse con un ghigno di sprezzo alla monaca. Sei mandata dalla iniqua mia rivale....  stato unicamente per piacere a lei... per aver premio da lei... che qualche furfante mi ha fatto cascare.... Il ferro sul quale io doveva volare era gi spezzato... lo... so!
N seppe dir altro, poich le sopravvenne il delirio.
Allora cominci a scuotersi, ad agitarsi, a urlare il nome di Jole; a raccontare con parole interrotte tutte le insidie da lei tese alla rivale.
Ah, se ci fosse qualcuno, pens la monaca, per raccogliere queste confessioni!
Subito scrisse qualche parola al medico e la lettera mand per un vecchio servitore, il quale vegliava in una stanza vicina. Egli ricapit la lettera senza indugio; e trov il medico non ancora coricato; anzi sempre a colloquio coll'avvocato Avelloni.
L'avvocato gli avea tenuto parola dei fatti, dicendogli che forse da un istante all'altro, poich gli avea detto l'ammalata trovarsi in stato di gran pericolo, potevano esser chiamati e aver occasione di cooperare ad un atto rilevantissimo, solenne.
Pare che il momento sia arrivato! disse il medico all'avvocato Avelloni, appena ebbe letto le due righe scritte dalla monaca e porgendole all'amico.
Uscirono, e dopo pochi minuti entravano nella camera della Cofanello.
Essa delirava sempre: pronunziava sempre il nome di Jole; e raccontava in modo ognora vieppi spiccato la crudele storia fra lei e la rivale. Facea di tratto in tratto allusioni a Carlotta Delber, ma scompigliate, confuse allusioni, le quali era difficile inferire dove colpissero. La sua idea era fissata su Jole, nel punto in cui l'avea presa il delirio, e i suoi pensieri seguivano l'impulso dato dalla domanda di suor Silvestra.
Il medico avvicinatosi al letto disse:
Ella ha poche ore... forse pochi quarti d'ora di vita: la congestione cerebrale  terribile!
Bisogna chiamare gente... e senza riguardi. Anche il procuratore del re e il giudice istruttore. Vado io stesso a chiamare i magistrati... e tu, disse al servitore che poc'anzi aveva portato al medico la lettera, va a destare tutti gli artisti della Compagnia che abitano qui vicino!
Cos parlava l'avvocato Avelloni.... E in quel momento si schiuse una porta ed entr il delegato Arganti. Insieme con Lucertolo il delegato Arganti era andato in casa della Cofanello.
Non c' da perdere tempo, gli avea detto suo padre, e avremo sempre un buon pretesto per scusare il nostro atto.
Lo scopo col quale entravano in casa della celebre artista era di fare una perquisizione molto accurata.
Troveremo quello che cerchiamo, osservava Lucertolo; il fine giustificher i mezzi, e tu sarai lodato, oppure non troveremo nulla e tu allegherai per scusa che, subodorando la caduta della Cofanello fosse la conseguenza di un delitto, hai voluto subito accertarti se ella avesse presso di s lettere, o altri documenti, che dinotassero aver ella qualche nemico, o se vi si rinvenissero tracce che potessero giovare alla polizia.
Guarda! esclamava il giovane. Ho gi il permesso de' superiori.
Lucertolo s'inchino in segno di ammirazione.
La Cofanello dimorava sola, in un quartiere in via Santa Margherita, con due donne di servizio. Accorse intorno alla loro padrona, dopo la catastrofe, erano state rimandate subito a casa. Abbattute, costernate, esse neppure pensarono a far difficolt ai due poliziotti, che si presentarono loro, dicendo, per l'utile della lor padrona, dover procedere a una visita minuziosa della casa. Frugarono un pezzo, senza che venisse loro alle mani un foglio, un oggetto, sul quale fosse da far conto per il loro proposito. E stavano, delusi, sul punto di andarsene via, allorch a Lucertolo venne veduto un gomitoletto di lana, sopra on tavolino. Lo tocc, lo strinse fra le dita, sent che era aggrovigliato ad un foglio. Chi sa! pens fra s. E in un attimo il gomitolo fu sdipanato. L'anima del gomitolo era formata da un pezzetto di carta lucidissima, tutto piegolinato. Lucertolo lo apr adagio adagio, come se dovesse racchiudere un tesoro.
Una lettera! esclam.
Era infatti una lettera, o a dir meglio una prova di lettera, quasi tutta stracciata, ma verso la piegatura del foglio erano rimaste alcune parole.
Guarda! disse Lucertolo al figliuolo.
Il delegato Arganti si avvicin e inarcava le ciglia.
 lo stesso carattere, egli disse, della lettera minatoria, delle altre lettere e dei saggi di lettere, che trovammo nei cassetti d'uno stipo in casa di Jole.... E le stesse parole di quelle lettere... ecco dove e da chi si contraffaceva il carattere della ragazza!
Sino allora aveano parlato tra loro a bassa voce.
Questo foglio, riprese Lucertolo maliziosamente, parlando a voce alta, e volgendosi alla cameriera della Cofanello,  stato scritto da un nemico della vostra padrona.... Dove l'avete voi trovato?
Lo trovai, rispose la vispa servetta, tra molti fogli, tutti strappicchiati, gettati via dalla signorina....
Oh! voi... buona ragazza, soggiunse Lucertolo,  avrete giovato molto alle ricerche della giustizia. Sapete scrivere?
S.
E allora, per amor della vostra padrona, e la furberia che Lucertolo metteva in queste parole era soltanto capita dal suo figliuolo, firmate qui dove il foglio  bianco, dichiarando che voi l'avete trovato e che avea appartenuto alla signorina.
La cameriera firm, senza farsi pregare. E i due se n'andarono. Lucertolo era contento di aver acquistato un argomento s valido all'accusa e disposto di darne tutto il merito al figliuolo, che, come sa il lettore, direttosi al teatro per riveder la Cofanello s'era imbattuto nell'avvocato Avelloni.
Consegnerete questo foglio al procuratore del Re... voi stesso, disse al delegato Arganti l'avvocato Avelloni, dopo che costui gli ebbe mostrato il foglio, e nell'atto di restituirglielo, non appena finito di esaminarlo. Oh, la nostra causa trionfa! Ricordatevi che io l'ho sempre presagito.
E furono l'uno a chiamare il giudice istruttore, l'altro il procuratore del Re, facendo buon tratto di strada insieme.
Rita continuava a smaniare nel delirio, e, circa due ore dopo, in presenza a molti degli artisti raccolti intorno al suo letto, a' due magistrati, al medico, all'avvocato Avelloni, al delegato Arganti ripeteva con parole frenetiche, sconnesse, la storia del tranello da lei teso a Jole.
Tutti ascoltavano silenziosi, inorriditi di tanta scelleratezza.
In sul far del mattino, cessando a poco a poco il delirio, il medico propose a tutti che uscissero dalla camera e lasciassero l'ammalata sola con suor Silvestra.
Il delirio le dar qualche istante di tregua... ma le riprender ben presto, disse il medico, e morir in questa agitazione.... La scienza non pu oramai far pi nulla... se si potesse profittare del poco tempo di quiete, che avr, per ottenere una dichiarazione pi esplicita!...
Scorsi alcuni minuti dacch la monaca e l'ammalata erano rimaste sole, Rita apr gli occhi e come spaventata domand:
Jole... dov' Jole?
La monaca non rispose, ma si chin verso di lei.
La vedevo qui... sentivo or ora la sua voce.
Suor Silvestra credette venuto il momento di tentare la prova.
Jole  in prigione, bisbigli all'orecchio di Rita, e in questo medesimo istante prega per te e ti perdona....
Mi perdona? chiese Rita tutta piena di ansiet.
L'uscio della camera era aperto; il procuratore del Re, il giudice istruttore, gli altri artisti udivano il dialogo.
Tu stai male, figliuola, molto male.... ripigli la monaca.
Sento che per me non c' pi rimedio.... Se sapeste le cose spaventevoli che ho veduto sino ad ora.... Ma Jole, Jole dov'?
In prigione... per causa tua, ripet duramente la monaca. Tu l'hai confessato or ora nel tuo delirio....
Ah, ho parlato? domand con un filo di voce la Cofanello. Mi sento morire!
Prima di morire, figliuola, diceva la monaca con nuovo accento di tenerezza, vuoi chiedere perdono alla tua compagna?
Rita non poteva pi parlare. Con la destra fece un atto come se volesse scrivere. La monaca usc dalla camera e torn subito dandole una penna e accomodandole dinanzi un foglio di carta, la sorresse perch potesse sollevarsi alquanto. La Cofanello prese la penna e con mano tremante verg poche parole. Ma come se l'avesse turbata all'improvviso un altro pensiero, gett la penna, e facendo uno sforzo disperato, tent stracciare il foglio. Ratta, suor Silvestra, glielo tolse dinanzi, buttandolo in terra. Senza che la monaca si accorgesse dell'atto che ella voleva compiere, la Cofanello balz gi dal letto e si avvent verso il foglio per riprenderlo; ma seminuda com'era, piomb a terra, e vi rimase stecchita. Corsero tutti dalla stanza attigua; e mentre la rialzavano per adagiarla di nuovo sul letto, spirava fra grida orrende e spasimi atroci. Il giudice istruttore raccolse da s il foglio, che la monaca avea salvato col suo stratagemma, ed era volato a una buona distanza dal letto.
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CAPITOLO 33.
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L'innocenza di Jole era chiarita e dell'avventura fu parlato in tutto Milano.
Ma n Jole poteva uscir dal carcere, n scampare dal comparir dinanzi ai magistrati nel pubblico giudizio. Il Codice vuole che un accusato, il cui processo sia stato rinviato alla Corte d'Assise, bench provato innocente, pur sia giudicato. La procedura non risparmia alcuno. Neppure la innocenza, se messa in sodo dopo che il periodo dell'istruttoria  chiuso, basta a salvare dalla ignominia, dallo scandalo, dagli interrogatorii! La crudelt, la inesorabilit del Codice  necessaria, o pu la sapienza del legislatore, informata a piet, ripensando casi come quello di Jole, temperarla?
Sia lecito muovere tale domanda. Un uomo, una donna hanno sofferto prigionia senza colpa: un fatto viene d'improvviso a mettere in luce la loro innocenza, il Codice condanna questi innocenti, che gi hanno tanto penato, a sostener nuova carcere fino a che non arrivi il giorno in cui potr essere discusso il loro processo, e li condanna a un nuovo martirio: la pubblica udienza! La durezza della legge  inevitabile, o l'umile voce che si alza da queste pagine, indurr alcuno a riflettere che anche in simili casi nelle bilance della giustizia potrebbe aver peso l'equit? N osiamo, n abbiamo autorit di risolvere la questione: ce ne rimettiamo ai sapienti....
Jole ebbe la notizia da suor Silvestra, che non la volle pi abbandonare, e ad ogni ora le era vicina, incuorandola alla triste prova che le rimaneva a soffrire.
Il dibattimento fu fissato senza indugio. Suor Silvestra accompagn Jole dalla prigione alla Corte d'Assise. Si sedette dietro il cancelletto che metteva nella sala delle udienze quando Jole vi fu entrata, confortandola sino all'ultimo istante.
Un cronista giudiziario del tempo, il diligente e intelligentissimo Eugenio Mantli, cos descrive il dibattimento in uno dei pi diffusi periodici di Milano, l'ansiet che era nel pubblico d'assistervi, la simpatia profonda che inspirava l'accusata.
Sono le nove, e gi le signore in gran numero si affollano all'ingresso delle Assise per prender posto nella sala. In un momento i posti riservati sono tutt'occupati.
Alle nove e mezzo entra in sala l'accusata, sorretta da un carabiniere. Il pubblico applaude. Essa  vestita tutta di nero e si asside sul banco degli accusati. Ha coperto il volto da un velo fittissimo: non ostante si vede che essa  molto sofferente. Sta a capo basso e sembra che pianga.
 presente il difensore: l'illustre avvocato Avelloni.
Dopo brevi istanti entra la Corte.
Il Presidente avverte l'accusata come sia necessario che ella alzi il suo velo. L'accusata obbedisce con mano tremante, e risponde con un leggero segno affermativo del capo quando il Presidente le domanda se essa  Jole Zumarra.  bellissima: del resto tutta Milano conosce la famosa artista.
Si fa l'appello dei giurati. Uno di essi, non comparso,  condannato a cento lire di multa. Si fa ritirare il pubblico per la costituzione del giur. Al momento che sono riaperte le porte, la folla si precipita rumorosamente nella sala. Le signore specialmente si distinguono per la fretta che hanno di riprendere i loro posti. Questo affollarsi delle signore  molto biasimato.
Esaurite le formalit di rito, sono letti l'atto e la sentenza d'accusa.
Si fa l'appello dei testimoni. Quando il cancelliere pronunzia il nome della contessa Vera Usopow, si ode nel pubblico un mormoro.
Tutti gli artisti della Compagnia equestre sono presenti.
Rita Cofanello: chiama il Cancelliere.
Morta! risponde egli stesso.
Cancelliere, legga  il certificato di morte! intima il Presidente.
Si odono conversazioni tra gli astanti: il Presidente  costretto a far nuove ammonizioni.
Udendo pronunziare il nome della Cofanello, della sua terribile nemica, la signorina Zumarra d in uno scoppio di pianto. Vivissima impressione nel pubblico.
Molte signore si asciugano, o fanno viste di asciugarsi gli occhi. (Cos almeno scrive l'arguto Mantli).
Andrea Antonio Zaffo! chiama di nuovo a un certo punto il Cancelliere. E risponde a s stesso: Irreperibile, sebbene cercato dall'autorit giudiziaria!
Si alza allora il sostituto procuratore del re e spiega come questo misterioso personaggio, conosciuto coi falsi nomi di Andrea Antonio Zaffo, e altri, fosse sparito, e siano finora riuscite inutili tutte le indagini fatte per rintracciarlo.
Incomincia l'interrogatorio della signorina Zumarra.
Le sue parole sono ascoltate con religioso silenzio. Tutte le signore sono rivolte verso di lei: diresti che pendono dal suo labbro. Racconta come ella non avesse alcun odio o inimicizia verso la contessa Usupow: non avrebbe mai pensato a scriverle lettere minatorie per estorcerle danaro, essendo ella, come poteva provare, pi ricca assai della contessa. Andai alla Posta a ritirare una lettera indirizzata a Violante Fellini, unicamente per compiacere alla richiesta fattamene dalla mia amica Rita Cofanello. (Il pubblico si agita a udir chiamare amica dall'accusata la giovane, che le fu causa di tante sventure. La signorina Zumarra parla con molta lentezza, con voce esilissima, appena intelligibile. Essa  in preda a una commozione, a una esaltazione difficile a descriversi).
Fate entrare, disse il Presidente all'usciere, la testimone contessa Vera Usupow!
Il pubblico non stava pi nella pelle.
Si ud il fruscio di una gonnella, nel corridoio presso la sala d'udienza: l'usciere apr un poco pi la porta e si trasse in disparte. Vera comparve, al solito stupendamente, graziosamente, elegantissima, sebbene tutta vestita di nero.
Si lev un lieve mormorio: tutti trepidavano: i pi lontani si alzavano in punta di piedi per veder meglio. Vera non si mostr punto conturbata di quella universale attenzione, che si accorse aver destato.
Fiss il primo suo sguardo sul banco degli accusati, dove sedeva Jole.
E scambi con lei un'occhiata molto significativa, quasi le dicesse: sta pure tranquilla, io ora ti compenser di quello che soffri!
Il pubblico vide quello sguardo, e lo videro specialmente le persone che si pigiavano con strano abuso vicino a Jole....
La contessa sal i due scalini che mettevano al banco dei giudici, coperto da un tappeto verde, e sal sollevando con bel garbo i suoi abiti e lasciando vedere agli spettatori delle prime file un piedino tornito a meraviglia.
Il suo nome, signora? le chiese il Presidente.
 indescrivibile l'attenzione che prestava il pubblico in quell'istante.
Contessa Vera Usupow! e la risposta fu fatta con voce limpida, argentina, sonora.
L'et?
Qui ci fu tra il pubblico un insolito movimento. Ma il silenzio torn a regnare in un attimo, e in mezzo al silenzio pi profondo, la contessa replic, dopo brevissima esitanza:
Venticinque anni!
(Se la contessa aveva fatto qualche sciocchezza, e noi, malgrado il bene che vogliamo a questo nostro personaggio, confessiamo, per quanto debba costare al nostro sensibilissimo cuore, che ne avea fatte: la sua et, i suoi occhietti, il suo volto gentile, i suoi sorrisi tanto aggraziati, le sue forme s bene proporzionate, potevano essere circostanze molto attenuanti agli occhi del giur pi severo).
Allora il presidente ammon la contessa di voler dire la verit, le tocc delle pene minacciate ai testimoni reticenti, e la preg di levarsi il guanto e metter la mano nuda sulla Bibbia. La contessa impieg alcuni secondi a sbottonarsi il guanto nero; e s'impazient poich uno o due bottoncini rotolarono sul tappeto. Vera pronunzi spiccatamente la formola del giuramento e fece la sua deposizione molto spedita.
Inutile il rilevare che essa fu tutta favorevole a Jole, improntata di una grande affezione per lei.
Licenziata dal presidente, scese gli scalini, con un brusco movimento si avvicino al banco degli accusati, e facendosi largo tra le persone, che la circondavano, si gett al collo di Jole e la baci con molta effusione.
L'atto era impreveduto: il pubblico non si aspettava quel colpo di scena, e facilmente commosso, applaud a quell'abbraccio fra le due donne, come se fosse al teatro, e avesse veduto all'ultimo atto d'un dramma due nemiche, due rivali abbracciarsi e riconciliarsi.
Il vecchio presidente rampogn il pubblico, e fece alla contessa Vera il pi acerbo rimprovero. Se ella si fosse permesso un nuovo atto, che turbasse la tranquillit del dibattimento, l'avrebbe fatta, usando de' suoi poteri, allontanar dalla sala.
Ma, del resto, in cuor loro, giudici e presidente erano tutti disposti in favore di Jole, che sapeano non solo innocente, ma per un difetto, o meglio per una crudelt della legge, costretta alla tortura di quella discussione. Infatti Jole per la curiosit del pubblico, sebbene fosse avvezza a incontrarla e a desiderarla in altra palestra, per vedersi l su quel banco d'infamia dove il giorno innanzi si era seduto un assassino, soffriva pi d'onta e di umiliazione che non n'avesse sofferto in tutto il periodo della sua prigionia.
E la legge, che le avrebbe dovuto una riparazione, aggiungeva, inesorabile, tormento a tormento.
Presto furono uditi tutti i testimoni e ognuno di essi fu concorde nell'esaltare Jole.
Il Pubblico Ministero cominci a parlare. Era un giovane magistrato: avea la parola pronta, colorita d'immagini e parlava concitato, commosso.
Chiam barbara, ma pur necessaria, la legge, per la quale un innocente, dopo aver sofferto ingiusta prigionia, vittima di ribaldi, che cercarono d'ingannare l'umana giustizia,  obbligato a sostenere la confusione, la mortificazione di un pubblico dibattimento. Si allarg a parlare di Jole: quasi le domand scusa per la inflessibilit, che l'avea fatta tanto soffrire e, tra slanci di bella e maschia eloquenza, chiese l'assoluzione.
Si alz allora l'avvocato Avelloni. Il pubblico non pot frenarsi e applaud fragorosamente al caldissimo esordio dell'avvocato. Egli disse iniqua la legge, che, per una pedanteria di procedura, s'arrogava il diritto, che non poteva avere secondo ogni equit, di torturare, di affliggere una innocente. Riconobbe le imperfezioni, cui deve necessariamente sottostare l'umana giustizia: ma invoc legislatori benigni, che emendino la durezza del Codice. Disse che il caso era nuovo, n avea mai veduto nella sua lunga carriera giudici convocati a giudicare una persona, della cui innocenza fossero convinti. Parl di Jole, della sua bellezza, della sua celebrit, della virt rara, cui tutti rendevano omaggio, e fu splendido, affascinante.
Il pubblico, che il presidente aveva poc'anzi ammonito per la terza volta, proruppe in nuovi applausi alle ultime parole dell'avvocato, e a questo tratto applaudivano gli stessi giurati.
Il presidente, avveduto, pensando che non avrebbe potuto pi contenere la commozione del pubblico, cred opportuno far in quel momento sgombrare la sala. E ci volle del bello e del buono a metter fuori la folla, cui fu tosto concesso di rientrare a poco a poco, mentre il presidente forniva ai giurati il riassunto della causa.
Il presidente terminava invitando i giurati a rispondere all'ultimo quesito.
L'accusata Jole Zumarra  ella colpevole di avere in Milano dolosamente tentato, mediante l'incussione di gravi danni personali futuri, o gravi danni patrimoniali, di costringere la signora contessa Vera Usupow a consegnare la somma, ecc.?
L'accusata si ritira tranquilla e quasi sorridente ormai dopo i discorsi del Pubblico Ministero e del suo avvocato.
Suor Silvestra l'accoglie tra le sue braccia, ed ella, appoggiato il capo su una spalla della monaca, d in uno scoppio di pianto.
I giurati ritornano nella sala pochi minuti appresso.
La loro risposta  negativa, unanime.
Jole  ricondotta nella sala.
Il presidente con le formole di legge pronunzia l'assoluzione.
Scoppiano applausi fragorosi. Jole riceve dalla folla una vera ovazione, come se invece che tra le pareti di un Tribunale, ella si trovasse, saltando, nel Circo.
Un giovane, pallidissimo, il principe Crovelli, si accosta a Jole, mentre il carabiniere le apriva uno sportello a destra del banco per metterla in libert, e offre alla ragazza il suo braccio, che ella accetta, alzando la testa e guardando intorno a s con molta fierezza.
L'avvocato Avelloni pure le offre il braccio, ed ella esce, in mezzo alla folla plaudente, sorreggendosi al braccio de' suoi due amici.
La contessa Vera la segue, a un certo punto se le getta di nuovo al collo e l'abbraccia.
Anche la Micaelli, venuta ad assistere all'udienza,  presso Jole.
Ma ad un tratto sente qualcuno che le bisbiglia all'orecchio:
Signora, partite e subito, oggi, da Milano con vostra sorella... e per non tornarvi mai pi!
Si volse e vide il delegato Arganti.
Partiremo subito! siatene sicuro! mormor la Micaelli.
A questo patto solo non avrete pi molestie!
Senza dir verbo ad altri, la Micaelli scomparve.
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Presso Parigi, in una palazzina di campagna, il cui cancello  sormontato da una corona di principe, abita da anni Jole, madre di due figliuoletti vezzosissimi. Essa  moglie del principe Crovelli e veste sempre in lutto, poich il dolore del suo arresto, poi del processo da lei subto, e altre cause misteriose le hanno ucciso il padre.
Un anno fa lesse in un giornale che un uomo di cui era stato impossibile chiarire l'identit, chiuso nel bagno di Tolone per varii delitti, s'era impiccato ad un'inferriata, attortigliandosi una coperta al collo. Tale fu la fine di Zaffo!
Carlotta Delber vive tuttora, dedita a opere pietose, sempre buona verso gl'infelici, e aspetta la quiete del sepolcro per dimenticare le sue grandi angoscie. Ella avea saputo ormai la triste fine dell'assassino e il suo desiderio di vendetta era appagato.
Le Micaelli si sono ritirate in un villaggio svizzero e godono in pace il denaro guadagnato con tanta onest! Sono sempre le prime ad accorrere agli uffici nella chiesa evangelica, le pi fervide a far collette, e ospitano sempre in casa loro il predicatore!
Il delegato Arganti fu subito promosso, e non ci fu padre che si tenesse pi avventurato di Lucertolo.
La Contessa Vera? Ha fatto quello che fanno tutte le donnine sue pari. Ha dimenticato il principe, per il quale pareva volesse anche morire, ed ha altri amanti pe' quali pure vuol morire (cos dice). Il conte Usupow, marito di Vera, fa come i mariti suoi pari: vede tutto e non capisce nulla....
E Dio ci serbi immuni da un s felice stato!
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FINE.